JOYCE CAROL OATES.
...
.
...
Ho fatto la spia.
...
.
...
Titolo originale: My Life as a Rat.
Traduzione di: Carlo Prosperi.
...
.
...
2020. La nave di Teseo Editore, MILANO. 
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
..
Violet Rue Kerrigan ha 12 anni ed  la pi giovane di una numerosa famiglia proletaria di origini irlandesi che vive a South Niagara, una piccola e tranquilla cittadina nello stato di New York.  la preferita del padre, Jerome, un uomo duro che governa la famiglia con pugno di ferro.
Una sera i due fratelli maggiori, Jerome Jr. e Lionel, investono ubriachi un diciassettenne afroamericano, lo colpiscono con una mazza da baseball e lo lasciano agonizzante sul ciglio della strada. Violet sa quello che hanno fatto, ma tutti, persino il prete, le intimano di tacere. Quando Violet, involontariamente, racconter tutto al preside e alla polizia, portando cos all'incriminazione dei fratelli, verr cacciata di casa perch colpevole di un peccato imperdonabile: ha tradito la sua famiglia. L'esilio a casa di una zia, un'adolescenza difficile tra bullismo, sensi di colpa e abusi porteranno Violet a fare i conti con la sua educazione familiare e con il suo essere donna, fino a scoprire che la violenza pu attecchire ovunque e che se vorr salvarsi, dovr trovare in se stessa una forza che non sapeva di avere.
Joyce Carol Oates scrive un romanzo toccante e implacabile sulla ferocia dei sentimenti, un ritratto impietoso della societ americana che racconta, attraverso un personaggio femminile indimenticabile, le emozioni del nostro tempo con la potenza travolgente della grande letteratura.
...
.
...
L'AUTRICE.
...
.
...
Joyce Carol Oates  nata a Lockport, vicino a New York, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
.
Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
.
Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
...
.
...
Ho fatto la spia.
...
.
...
Alla mia amica Elaine Showalter e a mio marito, e primo lettore, Charlie Gross.
...
.
...
1. Il topo.
...
.
...
Via. Va' all'inferno, topaccio!
Non avrai altre occasioni di fare la spia.
 vero, non ti sar data un'altra occasione.
C' solo quell'unica, la prima.
...
.
...
Il presagio: 2 novembre 1991.
...
.
...
Questo avrei ricordato: l'acqua del fiume puzzolente e scura lungo la sponda, del colore di una melanzana marcia, che avevamo notato andando a scuola quella mattina e ci eravamo fermate a guardare.
Sul ponte di Lock Street. Stavamo attraversando il passaggio pedonale. E l, proprio sotto di noi, il fiume tonante (di un blu cobalto scuro nei giorni di sole, grigio metallico quand'era nuvolo) sembrava aver cambiato colore lungo la sponda ed era di un viola scuro, puzzava come di olio motore, torbido e ribollente quasi fosse vivo come dei serpenti, giganteschi serpenti che si contorcevano, non volevi guardare eppure non riuscivi a distogliere lo sguardo.
Mia sorella Katie mi diede di gomito arricciando il naso per la puzza. Dai, Vi'let! Andiamocene via.
Mi ero sporta oltre la ringhiera, guardavo gi. Cercavo di vedere - davvero erano serpenti? Serpenti di otto, dieci metri? Le squame emanavano un brillio viola scuro. Uno spettacolo cos spaventoso che avevo cominciato a tremare convulsamente. L'odore era nauseante, mi faceva girare la testa.
Fin dove riuscivamo a vedere a monte del fiume l'oleosa acqua viola arrivava a flutti lungo la sponda mentre altrove il fiume era del colore della pietra, increspato e tonante - il fiume Niagara che correva verso le cascate una decina di chilometri pi a nord.
Ci allontanammo di corsa dal passaggio pedonale. Non ci girammo per vedere se quei giganteschi serpenti ci stavano inseguendo.
Avevo dodici anni. Fu la mattina del mio ultimo giorno d'infanzia.
(Non ce l'eravamo immaginato. L'oleosa acqua viola come dei serpenti nel fiume era reale.
Gli allarmati cittadini di South Niagara avevano notato il fenomeno e lo avevano segnalato. C'erano state molte telefonate alle autorit locali e al 911.
Sulla prima pagina del South Niagara Union Journal di quella sera veniva sommariamente spiegato che l'eccessivo versamento di reflui nel fiume quella mattina era stato dovuto ad attivit di manutenzione ordinaria dei bacini di sedimentazione da parte della Commissione risorse idriche della contea di Niagara e non deve destare alcuna preoccupazione.
Che voleva dire? Che cos'erano i reflui?
Quando nostro padre lesse il trafiletto sul Journal si mise a ridere.
'Ordinaria'. 'Sedimentazione' - 'alcuna preoccupazione'. Quei figli di puttana ci stanno avvelenando, ecco che vuol dire.)

Disconosciuta.

Un tempo ero la preferita tra i sette figli di pap. Prima che tra noi accadesse qualcosa di terribile, che sto ancora cercando di riparare.
Era il novembre del 1991. Avevo dodici anni e sette mesi.
Mi mand in esilio. Tredici anni di esilio! Per un adulto non sono tanti - probabilmente; ma per un'adolescente, una vita intera.
Chi  la preferita di pap?
Violet Rue. La piccola Violet Rue!
Quando ero piccola pap mi baciava sul nasino, facendomi strillare di gioia. Poi mi sollevava con le sue braccia forti e fingeva di lanciarmi in aria e io mi spaventavo ma non lo davo a vedere perch a pap non piacevano le bambine fifone.
C'era potenza in quel sollevare con le braccia, in quelle parole infervorate. Un delizioso odore fiammeggiante, l'alito di pap, feroce e inconfondibile, e pur non sapendo come mai, non sapendo che aveva bevuto (whisky), sapevo che quella ferocia era l'alito stesso del padre, l'alito del maschio.
Come sta la mia bambina? Non hai paura di pap, vero?
Non devi, perch pap ama tantissimo la sua piccola Violet Rue!
Un tempo, prima che nascessi io, la preferita di pap era stata mia sorella maggiore Miriam. Poi la preferita di pap era stata Katie.
Adesso per era Violet Rue. E sarebbe rimasta Violet Rue.
Perch era la pi piccola, la beb della famiglia Kerrigan.
Ultima nata. La pi preziosa.
Il nome l'aveva scelto proprio pap - Violet Rue. Un nome, sosteneva lui, che era in una canzone irlandese per la quale da bambino andava matto.
Si diceva che Violet Rue fosse stata una gravidanza casuale - una gravidanza tardiva - ma per il credente nulla pu essere davvero casuale.
Tutti gli esseri umani hanno uno speciale destino. Tutte le anime sono preziose a Dio.
La famiglia  uno speciale destino. La famiglia in cui nasci e dalla quale non ci pu essere scampo.
Tua madre era entusiasta! Una splendida femminuccia che avrebbe preso il posto degli altri figli che stavano crescendo e che crescendo si allontanavano da lei, i maschi in particolare, che ormai non osava pi nemmeno toccare, la peluria delle loro guance, l'ispido delle loro guance, il calore della pelle, feroci facce infuocate che non voleva cogliere di sorpresa aprendo una porta senza bussare, sbadatamente - Oh. Scusate. Credevo che non ci fosse nessuno... I tuoi fratelli maggiori che scacciavano la mano della mamma se li sfiorava anche solo per sbaglio.
Una bambina da amare. Una femminuccia da adorare. L'innocenza di essere amata totalmente e senza riserve un'altra volta quando ormai era convinta che un'altra volta non ci sarebbe stata...
Ovvio che Lula fosse entusiasta.
Ovvio che Lula fosse distrutta. Oh Dio, oh Ges no.
Si era a malapena ripresa dall'ultima gravidanza - quella che aveva deciso sarebbe stata l'ultima. Trentasette anni - troppo vecchia. Quindici chili in sovrappeso. Pressione alta, caviglie gonfie. Infezione renale. Vene varicose come ragnatele blu sulle cosce bianco-carnose come quelle di un pollo.
E lui, l'alto, affascinante marito irlandese. Che allontanava gli occhi da lei, dalla pancia gonfia e bianca, dalle cosce flaccide, dai seni come mammelle di vacca.
La colpa era sua! Anche se il marito incolpava lei.
In rimproveri privati la incolpava da anni di essere stata lei a volere i figli ed era inutile ricordargli che li aveva voluti anche lui, quanto fosse stato orgoglioso, per i primi nati, i suoi primi figli maschi, strabiliato e gongolante, si vantava con gli amici che li stava raggiungendo, dannazione, e si vantava persino con suo padre, il vecchiaccio che non sopportava cos come il vecchiaccio non sopportava lui.
E lei era stata una donna davvero bellissima. Un corpo bellissimo che lo aveva stregato. Pelle morbida, seni bianchi straordinariamente morbidi, la curva della pancia, dei fianchi. Oh, era pazzo di lei! Come stregato. In quei primi anni.
Sei gravidanze. Lei non voleva riconoscere - tranne forse con la sorella Irma - che erano state, forse, due di troppo. E poi, la settima...
Dopo la prima gravidanza il suo corpo aveva cominciato a cambiare. Dopo la seconda, la terza. E dopo la quarta aveva cominciato a ribellarsi. Erano stati scoperti dei polipi cervicali che (grazie a Dio) si erano rivelati benigni e avevano potuto essere asportati con facilit. Un'altra infezione renale. Pressione ancora pi alta, caviglie gonfie. Il dottore le aveva consigliato di interrompere la gravidanza. Ma Lula non avrebbe mai acconsentito. Jerome non avrebbe mai acconsentito.
L'argomento non venne nemmeno affrontato. N apertamente n in privato. Loro erano cattolici - bastava quello. Di certe cose non si parla, e comunque per molte di queste cose non ci sono le parole adatte.
Cos come i maschi andavano in guerra senza discutere, nell'esercito americano. Non discutevi, non era nemmeno contemplato.
In quelle settimane, mesi, tua madre passava quasi tutto il giorno a letto. Con il terrore di un aborto spontaneo e il terrore di morire. Pregando che la bambina nascesse sana e pregando per la propria vita, e cos Lula Kerrigan non solo perse la bellezza (che aveva sempre dato per scontata) ma divenne anche permanentemente spaventata e ansiosa, superstiziosa. Cercava i segni - che Dio volesse dirle qualcosa di speciale su di lei e sulla bambina che le cresceva in grembo.
Un segno poteva essere qualcosa intravisto dalla finestra - la figura di un enorme angelo tra le nuvole. Un segno poteva essere un sogno, uno stato d'animo. Una premonizione improvvisa.
Nelle ultime settimane di gravidanza nessuno riusciva pi a convincerla a uscire di casa. Tanto era diventata grossa, sfiatata, con gli occhi sporgenti. Mangiava voracemente fino a vomitare. Ingrassava ancora di pi. Sapeva che il marito era disgustato dal suo corpo anche se (ovviamente) (come qualsiasi marito colpevole) Jerome lo negava. L'ultima cosa che Lula Kerrigan voleva era mostrarsi agli occhi altrui crudeli, irridenti.
Mio Dio.  Lula Kerrigan, quella l? Sembra un elefante. Vuole proprio dare spettacolo spasseggiandosela in quel modo.
Espressioni di scherno che sentivi per tutta l'infanzia, l'adolescenza - dare spettacolo, spasseggiarsela. La critica pi cattiva che una donna possa rivolgere a un'altra donna.
Se la spasseggia neanche fosse la padrona della citt.
Di questo erano accusate le donne e le ragazze che mostravano se stesse: il proprio corpo. Specie se il corpo era imperfetto in maniera evidente - troppo grasso. Che comparivano in pubblico quando invece avrebbero dovuto vergognarsi o quanto meno essere consapevoli del proprio aspetto. Del fatto che occhi inclementi si sarebbero appuntati su di loro, giudicando. Gli uomini e i ragazzi non ricevevano mai accuse del genere.
Non sembrava esserci un corrispettivo maschile del dare spettacolo, spasseggiarsela.
Cos come, avresti scoperto, non c' un corrispettivo maschile di puttana, baldracca.

L'infanzia felice.

Eravamo Jerome Jr., e Miriam, e Lionel, e Les, e Katie, e Rick, e Violet Rue - Vi'let.
Cristo! Sembra un plotone militare.
Pap ci fissava con una comica espressione di meraviglia, un personaggio dei fumetti.
Ma (ovviamente) pap era orgoglioso di noi e ci voleva bene anche quando doveva metterci in riga. (Cosa che non capitava spesso. Almeno non con le femmine.)
S, in effetti qualche volta pap usava le maniere forti con noi ragazzi. Una bella scrollata decisa che ti faceva ondeggiare la testa sul collo e sbatacchiare i denti - questo pi o meno era il limite con me e le mie sorelle. Quanto ai maschi, sapevamo che pap li colpiva in modo diverso. Caricava il braccio e colpiva. (Ma solo con la mano aperta, mai a pugni. E mai con la cinta o un bastone.) Quello che feriva di pi era la rabbia, la furia di pap. Quell'espressione di profonda contrariet, di disgusto. Come diavolo hai potuto fare una cosa del genere. Come potevi pensare di passarla liscia con una cosa del genere. L'espressione dei suoi occhi, era quello che mi faceva venire voglia di strisciare via e morire di vergogna.
Mettere in riga i figli. Semplicemente quello che fa un bravo genitore responsabile, per amore.
Naturalmente, il padre di nostro padre aveva messo in riga lui. Nove figli in quella scalmanata famiglia cattolica irlandese. Doveva far capire chi comandava.
Uno dopo l'altro i maschi dei Kerrigan erano cresciuti e si erano ribellati al padre. E a uno dopo l'altro il padre aveva dato loro quello che si meritavano.
Vecchiaccio. Cos parlava pap di nostro nonno quando il nonno non c'era.
Molto di ci che pap diceva andava interpretato. Ridendo, scuotendo la testa, o forse non proprio ridendo. Vecchiaccio bastardo. Dannato vecchiaccio.
Eppure, quando il nonno era rimasto senza un posto dove vivere pap lo aveva fatto venire da noi. Aveva ricavato una stanza da una vecchia rimessa, dietro la casa. Isolante termico, pavimento nuovo di mattonelle, ingresso privato in modo che il nonno potesse evitarci se lo desiderava. Bagno per conto suo.
Il nome di battesimo di pap era Jerome. Nome che non veniva mai abbreviato in Jerry, men che meno in Jerr - neanche da nostra madre.
Il nome di nostra madre era Lula. Anche Lu, Lulu, mami, ma'.
Quando i nostri genitori si rivolgevano a noi si chiamavano l'un l'altra tuo padre, tua madre. A volte in momenti di affettuosit potevano dire tuo pap, tua mamma, ma erano momenti rari, dopo i primi anni.
Nei primi anni non lo so. Io non ero nata nei primi, pi felici, anni dei miei genitori.
Tra i nostri genitori c'erano tante cose che restavano non dette. Adesso che sono pi grande ho capito che il loro rapporto era simile al fitto groviglio di radici di un albero, sotterraneo e nascosto.
Spesso nostro padre chiamava nostra madre ste' - con voce neutra. Cos blanda, cos piatta che mai avresti pensato che ste' venisse da stella.
Se era irritato per qualche motivo la chiamava Lu-la come in un morso di rimprovero.
Se aveva bevuto era Lu-laaa - giocoso tendente al canzonatorio.
In queste situazioni nostra madre restava immobile, rigida, cauta. Meglio non provocare un marito che ha bevuto anche se, come potrebbe sembrare, l'uomo  di vena buona, scherzoso e non risentito. No.
Il punto  che per la maggior parte del tempo che lo vedevamo, a fine giornata, nostro padre aveva bevuto. Anche quando non c'erano segni evidenti, nemmeno l'odore caldo e feroce del suo alito.
Mamma aveva un modo per comunicarcelo - Non.
Intendendo Non irritatelo. Non ora.
Questo mamma poteva comunicarcelo anche tacitamente con una furtiva alzata d'occhi al cielo, un irrigidimento della bocca.
Vostro padre vi ama, come vi amo io: tantissimo! Ma... non mettete alla prova questo amore.
Una dolorosa verit della vita di famiglia: le emozioni pi dolci possono cambiare in un istante. Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma  te che amano o il figlio che  loro?
Come quando ti chini troppo sul primo fuoco dei fornelli, come avevo fatto io da piccola e la maglietta infiammabile del pigiama aveva preso fuoco in un attimo - non potete capire con che rapidit.
Ma altrettanto rapidamente, come se si fosse preparata per una simile sciagura per tutta la sua vita da madre, mamma mi aveva afferrato, mi aveva tirato via dai fornelli abbracciandomi, soffocando le piccole fiamme feroci col suo corpo, mani nude che spegnevano le fiamme, prima che potessero propagarsi. E poi, tremando, mi aveva issata sotto il rubinetto del lavandino e aveva fatto scorrere l'acqua sulle mie braccia, solo per assicurarsi che le fiamme si fossero spente. Quasi svenendo, tanto si era spaventata. A pap non diciamo niente, d'accordo tesoro? Pap ti vuole cos bene che resterebbe sconvolto.
Confortante sentirle dire pap. Come se in un certo senso fosse anche il suo pap.
E cos quando mamma chiamava pap Jerome lo faceva con voce rispettosa. Non una voce scherzosa, non una voce critica o recriminatoria ma (potremmo dire) una voce circospetta.
Oh Jerome. Credo che... dobbiamo parlare.
La voce sommessa che sarei riuscita a malapena a captare attraverso la bocchetta del riscaldamento in camera mia nei giorni successivi alla morte di Hadrian Johnson.
Persino adesso. A distanza di tanti anni. Quel forte desiderio di strisciare via, morire di vergogna.
Quando ero piccola, nei primi anni ottanta, mio padre era un marcantonio con i capelli neri all'ins, braccia e spalle muscolose, nell'alito odore di tabacco e (a volte) di birra, whisky. Aveva le guance ricoperte da un velo di barba ispida tranne quando si radeva, uno sforzo compiuto malvolentieri circa una volta alla settimana da una persona che non voleva assolutamente essere un uomo con la barba ma che al tempo stesso riteneva da effeminati avere la pelle troppo liscia. Di mestiere faceva l'idraulico e il tubista ma si arrangiava anche come carpentiere ed elettricista. Nell'esercito era stato pugile dilettante, peso massimo, e aveva un sacco da boxe e un punching ball in garage dove si allenava con altri tizi, e poi, man mano che diventavano grandi, con i miei fratelli i quali, pur rapidi com'erano sulle loro giovani gambe, non riuscivano mai, mai, mai a evitare il fulmineo diretto destro del padre. Era un grande sogno di mio fratello maggiore Jerome - Jerr - atterrare un giorno pap, metterlo non fuori combattimento ma col culo per terra; solo che non successe mai.
E Lionel, Les, Rick. Li aveva obbligati tutti a boxare con lui, annodando i grossi guantoni ai loro polsi, elargendo insegnamenti, ordinando Colpiscimi! Provaci.
Noi guardavamo. Ridevamo e battevamo le mani. Vedere uno dei nostri fratelli che cercava di non piangere, che si puliva il moccio insanguinato dal naso tutto rosso, vedere nostro padre scaricare una gragnola di corti destri ficcanti contro un torace nudo, ossuto, pallido di sudore - perch era cos divertente? Lo era davvero?
Prova a beccarmi, moscerino. Dai!
Ehi: tu non ti arrendi finch non lo dico io.
Le femmine erano esonerate da queste umiliazioni. Io e le mie sorelle. Ma le femmine erano esonerate anche dagli insegnamenti. E dalla speciale radiosit di approvazione di pap, quando finalmente uno dei nostri fratelli riusciva a portare a segno uno o due solidi pugni, o a evitare di stramazzare sul pavimento di cemento del garage.
Non male, ragazzo. Sei pronto per il Golden Gloves!
Le bambine di pap dovevano supporre che pap fosse orgoglioso di loro in altri modi, semplicemente non era ancora chiaro quali.
Voleva che fossimo belle di aspetto, il che poteva significare sexy - ma non in maniera troppo ostentata. Tipo quando fissava Miriam - la bocca, il rossetto - e non sapevamo cosa pensare, come reagire: Approvava? Disapprovava?
Sembrava favorevolmente impressionato dai buoni voti ma le pagelle non gli davano l'idea di qualcosa di concreto, la scuola era roba da femmine, lui aveva mollato le superiori senza diplomarsi, non leggeva mai un libro anzi a quanto ne sapevo non apriva mai un libro, se i nostri testi di scuola davano fastidio in cucina si limitava a spostarli, nessuna curiosit tranne quell'unica volta che ricordo, quando spost un libro che avevo preso alla biblioteca pubblica - Il diario di Anna Frank.
Che cos'era? ne aveva sentito parlare vagamente - sul giornale, da qualche parte - Anna Frank. Nazisti?
Ma fu un interesse passeggero. Guard la copertina, il pallido volto fanciullesco dell'autrice, non ci vide nulla di particolarmente interessante, liquid il libro con la stessa nonchalance con cui l'aveva notato senza chiedermi niente. Perch pap era sempre distratto, indaffarato. La sua mente era un caleidoscopio di impegni, di cose da fare, ogni giorno una scala su cui arrampicarsi, nulla di imprevisto poteva entrarci.
E quale orgoglio provavamo, io e le mie sorelle, vedendolo in un luogo pubblico accanto ad altri uomini: quasi sempre il pi alto, il pi bello, con un portamento al tempo stesso arrogante e distinto. A prescindere da cosa indossasse, abiti da lavoro, scarponi da lavoro, giubbotto di pelle, era affascinante - virile.
E l'espressione di nostra madre, quando erano insieme, in compagnia di altre persone. Quel particolare orgoglio femminile, sessuale. Ecco.  lui. Mio marito Jerome. Mio.
Un genitore non appare mai lo stesso agli occhi dei diversi figli. La madre che conoscevo io in quanto ultima di sette non era certo la madre che avevano conosciuto i miei fratelli e sorelle, ossia una giovane moglie. Ancora pi marcata era la differenza tra il padre che conoscevo io e quello che conoscevano i miei fratelli.
Perch pap trattava i miei fratelli diversamente da come trattava me e le mie sorelle. Per pap il mondo era diviso con l'accetta: maschi da una parte, femmine dall'altra.
Amava i miei fratelli in modo diverso da come amava me e le mie sorelle, un amore pi feroce, un amore pi esigente, mescolato all'insofferenza, talvolta persino allo scherno; un amore tagliente. Nei miei fratelli rivedeva se stesso e di conseguenza ci trovava errore, persino vergogna, un bisogno di punizione. Ma anche una cecit, il rifiuto di distaccarsi da loro.
Le sue figlie, le sue bambine, pap le adorava. Di nessun Kerrigan si sarebbe detto che adorava i figli maschi.
Noi eravamo entusiaste di obbedirgli, ci crogiolavamo nelle sue attenzioni, nel suo amore. Era un amore protettivo, un desiderio di affetto ma anche di controllo, di coercizione addirittura. Non era desiderio di conoscere - di scoprire chi eravamo o avremmo potuto essere.
Eppure, con Miriam e con Katie pap si comportava diversamente da come si comportava con me. Era una differenza sottile ma ne avevamo precisa coscienza.
Lui avrebbe sostenuto che ci amava tutti alla pari. Anzi, si sarebbe arrabbiato se qualcuno avesse lasciato intendere il contrario. Di solito i genitori dicono cos.
Finch non arriva un giorno, un'ora, in cui smettono di dirlo.
Due fatti a proposito di pap: aveva combattuto in Vietnam ed era tornato vivo e (perlopi) incolume.
Non diceva molto pi di questo a proposito dei suoi anni di servizio militare nell'esercito degli Stati Uniti, quando presidente era Lyndon Johnson.
Mi arruolai. Avevo diciannove anni. Ero stupido.
Dai vari parenti sapevamo che pap aveva ricevuto un encomio per aver contribuito a mettere in salvo alcuni commilitoni feriti pur essendo ferito lui stesso. Gli erano state conferite delle medaglie, conservate in una scatola in soffitta.
I miei fratelli cercavano di farlo parlare della sua esperienza di soldato nell'esercito americano e in guerra ma pap non lo faceva mai. Se di vena buona dopo un paio di black ale, ammetteva di essere stato maledettamente fortunato che le schegge di granata l'avessero colpito al culo anzich all'inguine, altrimenti nessuno di voi ragazzi sarebbe mai nato; di vena non buona, diceva soltanto che il Vietnam era stato un errore ma non solo da parte sua, l'intero paese si era bevuto il cervello.
Odiava Nixon persino pi di Johnson. Che un presidente potesse mentire a un popolo che si fidava di lui e se ne infischiasse di quante migliaia di persone morissero a causa sua... pap scuoteva la testa, ammutolito dall'indignazione.
La maggior parte dei politici erano quei figli di puttana assetati di sangue. Ciucciacazzi. Farabutti. Persino i Kerrigan impegnati nella politica locale erano infidi, opportunisti e corrotti.
Pap parlava del Vietnam soltanto con altri reduci. Aveva un gruppetto di amici che erano veterani del Vietnam, della Corea e della seconda guerra mondiale con i quali usciva a bere ma che non invitava mai a casa; nostra madre non conosceva le loro mogli e pap non aveva interesse a introdurla. Bar, saloon, pub, roadhouse - erano questi i posti dove si ritrovavano gli uomini come pap, locali dalla clientela quasi esclusivamente maschile, l'atmosfera rilassata e socievole. L guardavano i mondiali di boxe, le partite di baseball e di football trasmesse in televisione. Ridevano a crepapelle. Fumavano, bevevano. Nessuno li sgridava se alzavano troppo il gomito. Nessuno scacciava le volute di fumo con espressione infastidita. Chi le voleva le donne in posti del genere? Le donne complicavano le cose, rovinavano le cose, quantomeno le donne che erano anche le loro mogli.
Tornando a casa tardi dopo una serata in compagnia di questi uomini pap saliva quasi sempre le scale con il passo pesante. Spesso ci svegliava, imprecando quando inciampava in un gradino o sbatteva contro qualcosa al buio.
Se lungo le scale c'era un libro di scuola o un paio di scarpe, qualcosa che aveva lasciato l uno di noi, pap lo prendeva a calci per puro e semplice sdegno.
Dai nostri letti a volte li sentivamo. La voce mormorante di nostra madre che poteva essere spaventata, implorante. La voce di nostro padre impastata, abrasiva, rimbombante.
Il rumore di una porta che veniva sbattuta, con violenza. E sebbene restassimo in ascolto con il cuore in gola, spesso non sentivamo nient'altro.
In prima media Katie aveva sperato di intervistarlo per una ricerca sui veterani di guerra ma non era andata bene. All'inizio, calmo, le aveva detto no, non si pu, ma quando Katie ingenuamente aveva insistito era andato in escandescenze, inanellando una litania di improperi, minacciando di telefonare alla professoressa, di mandarla a fanculo finch - finalmente - nostra madre non era riuscita a persuaderlo a rinunciare, a non mettere a repentaglio la posizione di Katie agli occhi della professoressa o della scuola stessa, lascia perdere ti prego, non ci pensare pi, l'insegnante non aveva cattive intenzioni, Katie non aveva colpe e non andava punita.
Punire era qualcosa che nostro padre comprendeva. Punire ingiustamente lo comprendeva in modo particolare.
Katie avrebbe ricordato l'episodio per il resto della vita. Come lo ricorder anch'io.
Pap non bisognava assillarlo, pap non bisognava darlo per scontato. Era un errore presumere qualsiasi cosa lo riguardasse. La sua generosit, il suo orgoglio. Dignit, reputazione. Il non essere disonorato o disprezzato. Il non permettere che il tuo nome venga trascinato nel fango.
C'erano molti Kerrigan sparsi per le contee occidentali dello stato di New York. In gran parte erano emigrati dall'Irlanda occidentale, da Galway e dintorni, nel corso degli anni trenta, oppure erano i figli di quegli emigrati. Alcuni avevano uno stretto legame di parentela con nostro padre, altri erano lontani, conosciuti solo di nome. Alcuni erano parenti che vedevamo di frequente, altri erano estranei e non li vedevamo mai.
Non sapevamo perch, di preciso. Perch certi Kerrigan fossero gran brave persone, gli affideresti la vita. Altri invece figli di puttana, da evitare come la peste.
Notavamo, io e le mie sorelle, che determinate cugine di cui eravamo amiche, che ci stavano simpatiche, sparivano da un giorno all'altro dalla nostra vita - improvvisamente i genitori non andavano pi a genio a pap, erano stati banditi dalla sua cerchia di amicizie.
Se chiedevamo a nostra madre cosa fosse successo lei tendeva a rispondere evasivamente: Oh... chiedete a vostro padre. Non voleva impelagarsi nelle faide di pap perch magari un proprio commento poteva rimbalzare su di lui e mandarlo in collera. Nostro padre era infastidito dalle domande personali e noi non volevamo infastidire nostro padre che adoravamo e temevano pi o meno in egual misura.
Per esempio: cos'era successo tra nostro padre e Tommy Kerrigan, un anziano parente che era stato membro del Congresso e sindaco di South Niagara per diversi mandati? Tommy Kerrigan era il pi noto fra tutta la parentela e senza dubbio il pi ricco. Era stato democratico per un certo periodo ed era stato repubblicano. Aveva anche avuto una breve carriera da indipendente. Era stato liberal su certi temi, conservatore in altri. Aveva sostenuto i sindacati locali ma anche le forze dell'ordine di South Niagara, famigerate per i pregiudizi razziali verso gli afroamericani; da sindaco aveva difeso l'uccisione da parte della polizia di persone disarmate, dopo aver condotto una campagna elettorale imperniata su ordine e legalit. Tommy Kerrigan era un decorato della seconda guerra mondiale che appoggiava senza se e senza ma le guerre e gli interventi militari americani. Aveva sostenuto il conflitto in Vietnam fino a quando gli Stati Uniti non avevano ritirato le proprie truppe nel '73 ed era convinto che Nixon fosse stato costretto a dimettersi in seguito a una caccia alle streghe ordita dai suoi avversari politici. Ovviamente Tommy Kerrigan era critico verso i cortei e le manifestazioni pacifiste, che considerava proditorie - sovversive. Difendeva l'operato della polizia nell'uso della forza contro i manifestanti pacifisti cos come era stata usata la forza contro i manifestanti per i diritti civili di un'epoca precedente. Nei primi anni ottanta uno scandalo lo aveva costretto a ritirarsi precipitosamente dalla vita pubblica e nonostante fosse (pare) scampato per un pelo all'incriminazione per concussione ed estorsione continuava a vivere a South Niagara, in una sfarzosa villa vittoriana nel pi prestigioso quartiere residenziale della citt, continuando ancora a esercitare la sua influenza politica dietro le quinte ai tempi in cui io ero bambina. Stando alle voci che correvano, c'erano stati attriti fra Tommy Kerrigan e il padre di nostro padre e quindi, per una questione di lealt, anche pap aveva interrotto definitivamente i rapporti con Tom Kerrigan. Quando a South Niagara era stato costruito un campo da baseball e lo avevano chiamato Kerrigan Field, nessuno della nostra famiglia era stato invitato alla cerimonia di dedica e alla partita inaugurale; se i nostri fratelli giocavano al Kerrigan Field, si guardavano bene dal dirlo a pap.
Da parte sua, pap si limitava a dire che correva cattivo sangue tra le nostre famiglie anche se qualche volta scuotendo la testa gli dava del pi subdolo figlio di puttana dai tempi di McCarthy.
E se qualcuno gli chiedeva se eravamo parenti di Tom Kerrigan, pap rideva e, garbatamente, rispondeva No. Nessuna parentela.
Vivevamo al 388 di Black Rock Street, South Niagara, in una casa a due piani con il telaio in legno che pap teneva scrupolosamente in ordine: tetto, grondaie, finestre (sigillate), comignolo, rivestimento a listelli verniciati di grigio metallico, persiane blu marino. Quando il viottolo di accesso cominciava a creparsi, pap lo sistemava con la malta di cemento che si era preparato da s; quando l'asfalto del vialetto carrabile cominciava a creparsi e a sgretolarsi, lo faceva sistemare da una squadra di operai ma sotto la sua direzione. Pap sapeva dove acquistare i materiali da costruzione, come acquistare con lo sconto, aborriva servirsi di intermediari. Nei lunghi e rigidi inverni di South Niagara, caratterizzati da abbondanti nevicate, pap teneva sempre opportunamente spalati tanto il viottolo quanto il vialetto del garage; nei mesi caldi teneva sempre l'erba perfettamente rasata, tanto nel (piccolo) cortile davanti alla casa quanto in quello (mille metri quadrati di terra) sul retro. Di questi compiti si occupavano principalmente i miei fratelli, e a volte le mie sorelle maggiori, e se pap non era soddisfatto di un lavoro magari lo finiva lui stesso, in un impeto di disgusto. Di mestiere faceva l'idraulico e il tubista ma era anche un carpentiere autodidatta e si cimentava in (piccoli) lavori elettrici, tanto era il fastidio che gli procurava pagare qualcuno per fare qualcosa che poteva ragionevolmente farsi da s. Non era solo una questione di risparmio, pur essendo pap notoriamente parsimonioso; c'entrava l'orgoglio, l'integrit. Se eri un Kerrigan (maschio), anche la semplice eventualit che qualcuno potesse approfittare di te ti faceva saltare la mosca al naso. Essere preso per fesso era la peggiore delle umiliazioni.
Fintanto che vissi nella casa di Black Rock Street, ricordo che c'era sempre qualche progetto di pap in corso: sostituire il linoleum in cucina, sostituire il lavandino o il piano di lavoro; ritinteggiare le stanze o tutto l'esterno della casa; fissare le scandole del tetto, attrezzare una dpendance dietro la casa dove per alcuni difficili anni avrebbe vissuto il suo anziano e infermo padre, scosso da accessi di tosse che sembravano rapide, sbrigative spalate di ghiaia.
Pap era un perfezionista e non poteva chiudere gli occhi davanti a qualcosa che considerasse raffazzonato.
Pap teneva attentamente d'occhio le case, le propriet dei vicini. Non gli interessava granch se d'estate i prati degli altri erano spelacchiati o riarsi mentre gli interessava molto che l'erba venisse rasata a intervalli ragionevoli, che non crescesse al punto da diventare un obbrobrio e andare in semenza; che gli alberi non si ammalassero o non protendessero i rami fino alla strada. Gli interessava soprattutto che le propriet del nostro isolato di Black Rock non venissero lasciate all'abbandono. In modo particolare pap si imbestialiva se a una casa veniva permesso di restare vuota, perch dalle case vuote discendono solo guai, lo sapeva dai tempi dell'infanzia quando insieme ai fratelli e ai cugini ne faceva di tutti i colori in posti non opportunamente sorvegliati.
Dietro casa nostra c'era un cortile che sembrava amplissimo, in larghezza e profondit, esteso fino al terreno municipale che costeggiava la ripida sponda del fiume Niagara. Avevamo alberi di cui pap andava fiero - un maestoso acero rosso che in ottobre diventava rosso fuoco e incantevole, una quercia ancora pi alta, una fila di sempreverdi. (Pap non si era per fatto condizionare dai sentimenti quando aveva dovuto abbattere la quercia danneggiata da una tempesta di vento, temendo che potesse crollare sulla casa; l'aveva abbattuta lui stesso con una motosega presa in prestito.) Con alterne fortune, mia madre tentava di coltivare fiori nelle aiuole: glicini, peonie, calle e rose infestate da coleotteri giapponesi, lumache, marciume nero e muffe che spesso a met dell'estate avevano ormai avevano avuto la meglio su di lei, perch mamma non poteva ricorrere all'aiuto dei figli pi grandi come invece faceva pap.
La nostra casa era l'ultima prima del fondo cieco della strada, a strapiombo sul fiume.
Piansi molto quando venni mandata via. Qualsiasi fiume o corso d'acqua vedessi, anche solo in tv o in fotografia, mi portava alle lacrime. Devi controllarti, Violet. Finirai per vomitare. Non puoi... solo continuare a piangere... implorava mia zia Irma.
Povera donna, non sono stata gentile con lei. Zia Irma non poteva sopportare un cuore infranto in una ragazzina, impossibile da guarire nemmeno con tutto l'impegno che lei ci metteva.
Per quanto la vita mi abbia portata lontano, il Niagara si  ormai insediato nei miei sogni. Perch  diverso dalla maggior parte dei fiumi: relativamente corto (cinquantotto chilometri), relativamente stretto (la sua ampiezza massima  di circa duemila e seicento metri) e straordinariamente rapido e inquieto. Quando ti avvicini il fiume ti chiama - sussurri che diventano sempre pi forti, assordanti. Il fiume  inquieto come un animale che tremi dentro la propria pelle. Chilometri e chilometri dalle tonanti cascate come un incubo che chiama - Vieni! Vieni qui. Conflitti e patimenti qui sono assolti.
Quella mattina di dicembre quando ti svegli e vedi che il fiume si  ghiacciato da parte a parte, o quasi; ondulato ghiaccio nero cosparso di un velo di neve che l'occhio registra come bellezza.
Ma in quella casa ho avuto un'infanzia felice. Nessuno me la pu togliere.

I baci pi belli!

Un gioco. Un gioco felice. Mamma che si chinava a darmi un bacio, all'improvviso.
Quando ero bambina. I baci pi belli arrivavano di sorpresa!
Le sue dita (forti) intrecciate alle mie (pi piccole). Le mie dita assicurate con le sue. Prima di attraversare una strada trafficata. Pronti. Partenza. Via!
Molto tempo fa, quando mamma mi amava tanto quanto mi amava pap. Quando sapevo (senza bisogno che me lo dicesse nessuno) che mamma si sarebbe occupata di me e mi avrebbe protetta dal male anche se questo male fosse stato pap.
 facile amarli quando sono piccoli, rise mamma chiacchierando con un'amica. Dopo, mica tanto.

Necrologio.

Questo ritaglio del South Niagara Union Journal l'ho conservato finch non si  talmente rinsecchito da sbriciolarsi tra le mie dita. Un necrologio sotto la foto di un timido e sorridente ragazzo nero con gli incisivi sporgenti e larghi. Aveva diciassette anni quando  morto, ma nella foto ne dimostra quindici, forse quattordici.
Hadrien Johnson (17 anni). Residente al 29 di Howard Street, South Niagara. Membro della squadra di softball e di basket della South Niagara High School. Albo d'onore della scuola. Componente del Coro dei giovani della Chiesa metodista episcopale africana. Morto all'ospedale di South Niagara l'11 novembre 1991 a causa delle gravi ferite alla testa riportate durante un'aggressione subita nella tarda serata del 2 novembre scorso da parte di assalitori tuttora non identificati, mentre tornava a casa in bicicletta. Lascia la madre Ethel, le sorelle Louise e Ida, i fratelli Tyrone, Medrick e Herman. I funerali si svolgeranno luned presso la Chiesa metodista episcopale africana.
La gente mi chiedeva se conoscevo Hadrian Johnson. (Il nome di battesimo, errato nel necrologio, era stato corretto negli articoli successivi.) No! Non lo conoscevo - faceva il penultimo anno di superiori, io la prima media. Anche sua sorella Louise frequentava le medie, aveva un anno pi di me ma non conoscevo nemmeno lei.
Non c'erano compagne di scuola afroamericane che conoscessi bene. Tutte le mie amiche erano bianche come me e vivevano a distanza di pochi isolati dalla nostra casa di Black Rock Street.
Solo dopo la sua morte finii per conoscere Hadrian Johnson. Solo dopo la sua morte finimmo per essere associati nella testa della gente. Hadrian Johnson. Violet Rue Kerrigan.
Non che Hadrian Johnson se ne giovasse, essendo morto. Mentre per Violet Rue Kerrigan fu la cosa peggiore che potesse succederle.

Una ragazzata.

 stato fantastico avere fratelli da bambina? Fratelli pi grandi? Che potessero tenerti d'occhio?
Me lo chiedevano le ragazze che non avevano fratelli. Quanto li avrebbero voluti anche loro! Costrette a cavarsela da sole.
Io non mi limitavo ad adorare i miei fratelli. Ero orgogliosa di loro. Del semplice averli - I miei fratelli maggiori! Miei.
Perch le ragazze sono profondamente consapevoli del bisogno di essere protette. In determinati contesti, come la scuola. Non essere da sole, esposte, indifese. Vulnerabili.
Non  misurabile ma profondamente reale, il potere dei fratelli maggiori di prevenire dispetti, prepotenze, molestie, minacce da parte di altri ragazzi nei confronti delle femmine. Il potere protettivo dei fratelli maggiori mediante la loro mera esistenza.
La minaccia sessuale dei maschi viene notevolmente ridimensionata, mediante la (mera) esistenza dei fratelli di una ragazza.
A meno che ovviamente la minaccia (sessuale) non provenga dagli stessi fratelli della ragazza.
I genitori non sanno niente. Non possono nemmeno immaginarsela. La vita (segreta) delle figlie, adolescenti. Siccome siamo tranquille, o (apparentemente) docili, siccome sorridiamo a comando e sembriamo felici, siccome non diamo preoccupazioni, allora pensano magari che la nostra vita interiore sia placida, e non vorticosa e ribollente e terrificante come il fiume Niagara quando acquista velocit nella sua corsa verso le cascate.
Tu adoravi i tuoi fratelli, Vi'let?
Certo, come non adorarli!
 vero. Io adoravo i miei fratelli.
Non tanto Rick, il minore, che somigliava a me di carattere e che a scuola andava discretamente bene, come me, ed era dolce di natura, quanto gli altri, i pi grandi - Jerr, Lionel, Les.
Loro erano fumantini, chiassosi, insofferenti, autoritari. Quando non c'erano adulti nei paraggi usavano un linguaggio colorito, persino osceno. Erano divertenti - sguaiati e rozzi. E chiassosi - l'ho gi detto chiassosi? Le voci, i passi. Su e gi per le scale come una mandria. Un continuo aprire e chiudere porte. Se non ti facevi da parte finivi calpestata.
Mi ignoravano, di solito. Ovviamente: perch mai i miei fratelli avrebbero dovuto fare caso a me?
Non erano proprio cortesi con la mamma, certe volte. Linguacciuti, li chiamava lei. In presenza di nostro padre, invece, erano guardinghi, cauti. Stavano buoni.
Se uno di loro lo irritava pap aveva i suoi metodi per metterlo in riga: a volte uno sguardo secco dritto negli occhi; a volte una mano sollevata, il piatto della mano, un pugno.
Un guizzo della lingua di pap-diavolo che i ragazzi non potevano non vedere. Una lingua incandescente e appuntita come una lama che tagliava i loro cuori. Ma l'istante dopo era gi sparita.
Ciononostante, fuori di casa i Kerrigan pi grandi a volte si cacciavano nei guai.
L'espressione era accompagnata da un'aria quasi sommessa e riverente - nei guai.
La prima volta ero troppo piccola per sapere che cosa era successo. Non lo sapeva nemmeno Katie. E Miriam, se lo sapeva, non ce lo diceva.
Al telefono con i parenti nostra madre parlava in toni sarcastici. Non  niente. Un pettegolezzo stupido. Quei bugiardi.
Anche se talvolta la sua voce si incrinava:  la parola di lei contro la loro! Lo dicono tutti e i legali l'hanno gi stabilito.
Con un filo di voce mamma parlava al telefono in cucina. Seduta, ingobbita, la cornetta di plastica verde avocado premuta contro l'orecchio come se cercasse di evitare che dal suo interno le parole si riversassero fuori.
Se Katie le chiedeva che cosa stesse succedendo, la mamma rispondeva, sgridandola: Niente! Non sono affari di voi bambine!
Voi bambine. Sentivamo spesso questa espressione dalla bocca di mamma.
Il suo sguardo che ci evitava, strisciando via lungo il pavimento di linoleum.
Noi eravamo disorientate ma ci guardavamo bene dall'insistere con le domande. Ci guardavamo bene dal chiedere ai nostri fratelli chi di loro fosse nei guai. (E se lo chiedevamo a Rick ci liquidava con una scrollata di spalle, Che ne so io, chiedetelo a loro.) Categoricamente esclusa era la possibilit di chiederlo a nostro padre, il custode di tutti i segreti, che non gradiva domande di qualsiasi tipo. Ma alla fine scoprimmo che cosa era successo, o una versione di cosa era successo, nel modo in cui scoprivamo la maggior parte delle cose che non ci era dato sapere, ricucendo insieme frammenti di racconti come a volte nostra madre, con una curiosa pazienza autopunitiva, rimetteva insieme i cocci di un piatto per ripararlo con la colla.
La ragazza la cui parola era contro la loro era una quattordicenne seguita da un'insegnante di sostegno nella scuola media dove Lionel frequentava la terza. Jerr aveva sedici anni, era al penultimo anno di superiori.
Liza Deaver era il nome. Liza Lizard il soprannome, Liza rettile, per via della faccia chiazzata come il guscio di una tartaruga.
A quattordici anni Liza aveva il corpo di una donna matura, grassoccia, flemmatica, con spessi occhiali dalla montatura di plastica e lenti che le facevano sembrare gli occhi pi grandi. Indossava pantaloni con la cintura elastica e camicie a quadri che si gonfiavano sui grandi seni morbidi e sulla pancia. Avevamo sentito i nostri fratelli imitare il suo modo di parlare, che era lento e balbettante e lamentoso come quello di una bambina.
Si diceva che avesse un'et mentale di nove o dieci anni. E che sarebbe rimasta cos per tutta la vita.
Liza era fisicamente goffa, scoordinata, e spesso camminava ondeggiando con un occhio chiuso, come se vedere con entrambi la disorientasse. Stranamente, imprevedibilmente, Liza a volte scoppiava in un pianto collerico e l'insegnante di sostegno doveva rimandarla a casa.
Avevamo sentito che, nell'aula dei bisogni educativi speciali a scuola, Liza dimostrava un certo talento per il disegno. Ma tutte le figure che disegnava erano facce enormi e rotonde come palloni su corte gambe a bastoncino - solo facce, gambe.
Ritardati, li chiamavano. Bisogni speciali era l'espressione usata dagli adulti, ritardati era come li chiamavano i compagni di scuola.
Liza Lizard era un nomignolo crudele. Eppure certe volte, quando i maschi la chiamavano cos, sembrava che Liza equivocasse e pensasse potesse trattarsi di qualche altra cosa, e allora si girava verso di loro con un sorriso sbilenco tutto particolare, una specie di speranza infantile.
Io non avevo mai - mai! - pronunciato ad alta voce il nome Liza Lizard. Ma come altre bambine  possibile che talvolta abbia sghignazzato nel sentirlo.
Ora provo vergogna a ricordarlo - Liza Lizard. Non volevi mai - mai! - essere oggetto delle attenzioni dei maschi crudi crassi crudeli e quindi probabilmente, s, sghignazzavi quando lo sentivi pronunciare.
Sul South Niagara Union Journal non sarebbe apparso alcun articolo sull'episodio del Patriot Park. Vi erano coinvolti solo dei minorenni e la (presunta) vittima era cos inattendibile.
A volte nel confuso racconto di Liza Deaver erano coinvolti solo cinque o sei ragazzi. A volte molti di pi - dieci, dodici.
A volte Liza Deaver ricordava alcuni nomi. A volte solo uno o due.
Quello che si sarebbe vagamente saputo era che un imprecisato gruppo di ragazzi di et approssimativamente compresa tra quattordici e diciassette anni, non una gang, nemmeno amici tra di loro, avevano convinto Liza a seguirli al Patriot Park dopo la scuola. Uno dei pi grandi, non un Kerrigan, era amico di Liza, o piuttosto si era finto suo amico, tanto che Liza si vantava chiamandolo il mio fidanzato.
I fratelli Kerrigan Jerome Jr. e Lionel non erano i capibanda dell'aggressione - se mai si era trattato di aggressione. Su questo i miei fratelli insistettero molto. Non avevano fatto altro (avrebbero sostenuto) che seguire altri ragazzi scarpinando tra i fangosi campi sportivi e al di l degli scheletrici graticci del roseto municipale fino alla piscina, nell'edificio dal rivestimento a stucco tutto scrostato dove d'estate venivano vendute bibite e snack e dove c'erano i fetidi bagni e gli spogliatoi. Nella stagione morta l'edificio era deserto, il viottolo di cemento ingombro di foglie secche spinte dal vento. I bagni per venivano lasciati aperti tutto l'anno.
Il ragazzo che era il fidanzato di Liza Deaver l'aveva condotta nel bagno dei maschi dicendo che avevano delle belle sorprese per lei.
Era cos, Liza Deaver amava le sorprese. Di solito barrette di cioccolato, merendine in incarti di cellofan comprate in un negozietto, lattine di gazzosa dolciastra. A volte le venivano regalate da persone gentili che conoscevano lei e la famiglia, a volte da persone non altrettanto gentili.
Interrogati in seguito da genitori, autorit scolastiche, funzionari del tribunale della famiglia, i ragazzi avrebbero sostenuto che Liza aveva voluto venire con loro. Andare al parco era stata un'idea sua. Entrare nel bagno dei maschi, idea sua. Aveva detto anzi di aver gi fatto quelle stesse cose con i propri fratelli e con altri ragazzi e che a volte quelli le regalavano le sorprese e a volte no.
Liza Deaver neg tutto questo. I genitori di Liza negarono, recisamente.
Liza Deaver non era rimasta ferita in modo abbastanza grave da necessitare un ricovero ospedaliero ma era stata visitata in un pronto soccorso e curata per tagli, lividi, sanguinamento dal naso e dai denti, sfregamenti nella zona vaginale e anale. Le erano state strappate ciocche di capelli dalla testa e (si sussurrava) i ragazzi avevano afferrato e tirato via peli pubici di cui (si sussurrava) Liza era abbondantemente fornita.
Tuttavia i ragazzi ripetevano che era stata un'idea di Liza. Erano stati carini con lei, dicevano. Questi i regali che le avevano fatto: un Mars a cui era stato dato solo un piccolo morso, una collanina di plastica trovata nel cestino dei rifiuti, un piccolo cagnolino di pezza con due bottoni al posto degli occhi, un deodorante profumato. (Liza Deaver era famosa per il pesante odore da cavallo che emanava.) Non era chiaro quanto a lungo Liza, che non aveva una chiara percezione del passare del tempo, fosse rimasta nel bagno con loro ma i ragazzi ribadivano che era stata questione di pochi minuti, di sicuro non pi di mezz'ora. Erano le 17,40 quando Liza si era trascinata zoppicando fino a casa sua, a un paio di chilometri di distanza; si stimava che i ragazzi l'avessero portata via da scuola alle 15,30, anche se i racconti divergevano su chi era stato con Liza fin dall'inizio e chi si era aggiunto solo in un secondo momento. Il fatto che Liza avesse portato a casa i regali dei ragazzi sembrava suggerire che fosse stata contenta di riceverli, perch altrimenti... non li avrebbe forse gettati via disgustata?
Se fosse stata vittima di violenza, e non consenziente, non avrebbe forse chiamato aiuto subito dopo che i ragazzi l'avevano lasciata andare e lei aveva potuto correre fino alla strada?
(Non era chiaro tuttavia se i ragazzi avessero tenuto Liza nei bagni contro la sua volont. Non era stata prigioniera, dicevano loro; aveva voluto restare lei, e se n'era andata soltanto perch ormai era ora di cena e si era ricordata all'improvviso che i genitori l'avrebbero sgridata se fosse tornata a casa tardi.)
Alla fine fu accertato che erano almeno sette i ragazzi coinvolti nell'episodio. Tra questi Jerome Kerrigan Jr. e suo fratello Lionel ma (apparentemente) non Les. (Di certo non Rick.) I ragazzi presenti erano senz'altro di pi ma i sette individuati per nome si erano rifiutati di fornire i nomi degli altri - loro non erano topi, vale a dire giuda, spioni.
Povera Liza! Di fronte alle domande si era confusa sui nomi dei ragazzi ma aveva potuto (pi o meno) identificarli in altri modi, modi descrittivi, e studiandone le foto.
S era andata al parco ed era entrata nei bagni con loro di sua volont ma quando aveva detto di volersene andare loro glielo avevano impedito. S era stata tenuta prigioniera, nei bagni. No lei non voleva fare le cose orribili che le avevano fatto.
S aveva detto che voleva tornare a casa. S era scoppiata a piangere e loro avevano riso di lei. No no no non aveva detto che i fratelli le avevano gi fatto quelle stesse orribili cose, n altri ragazzi o uomini. Non l'aveva detto.
Non era chiaro se Liza avesse inteso raccontare ai genitori che le era successo qualcosa di brutto. Dopo che i ragazzi l'avevano lasciata andare era sgattaiolata in casa da una porta di servizio e la madre l'aveva scoperta tutta scompigliata e paonazza, i vestiti sporchi, laceri e sbottonati, il viso macchiato di sangue. Subito, parlando con la terrorizzata madre, Liza si era messa a piangere e aveva cominciato a singhiozzare e balbettare.
Era stato il giorno peggiore della loro vita, aveva detto Mrs. Deaver. Non si sarebbero mai pi ripresi da quello che era stato fatto alla loro figlia, la cui unica colpa era di essere stata troppo amichevole con persone che non erano amici.
I Deaver vivevano in una casa fatiscente di Carvendale Road, poco distante dal distretto scolastico. Da un lato della strada cominciava la cittadina di South Niagara, dall'altro si estendeva un tratto non incorporato di trascurati appezzamenti agricoli, prati infestati di erbacce e tuguri cadenti.
I Deaver erano una famiglia numerosa ma non come lo erano i Kerrigan. Perch i Deaver erano una famiglia che percepiva i sussidi sociali non essendo il padre in condizione di provvedere alla moglie e ai molti figli - nove? dieci? - diversi dei quali, che peccato, che tragedia, a meno che non fosse una colpa, come diceva la gente, erano toccati di mente - quelli che i ragazzi chiamavano ritardati.
Mr. Deaver, quando lavorava, lavorava al cantiere ferroviario. Mrs. Deaver aveva un part-time in un centro commerciale. Diversi dei figli avevano finito la scuola e lavoravano saltuariamente, il pi piccolo non era ancora in et scolare.
Al tribunale della famiglia, Liza inizialmente rimase immobile in un atterrito silenzio mentre altri parlavano per lei. Gli occhi sprofondati nell'ombra fluttuavano ingranditi dietro le spesse lenti degli occhiali. Dopo un po' cominci a rispondere alle domande con voce roca, sommessa. Infine cominci a parlare pi forte. E poi cominci a piangere, a singhiozzare, a balbettare, a impappinarsi e ad ansimare. Il viso chiazzato come un guscio di tartaruga era gonfio e paonazzo, un luccichio di saliva agli angoli della bocca. I funzionari del tribunale che cercarono di trascrivere i suoi confusi e contraddittori racconti avrebbero in seguito ribadito di essersi sentiti in pena per la povera ragazza invalida di mente - e per i Deaver, che avevano accompagnato la figlia e non la perdevano mai di vista (Mrs. Deaver era andata diverse volte con lei in bagno nel corso dell'udienza) - ma al tempo stesso di non essere del tutto convinti che Liza dicesse la verit n che addirittura, con la sua cognizione compromessa, avesse un'idea chiara di cosa sia la verit.
 una ragazzata - era la scusante generale. E - Questi ragazzi potrebbero vedersi rovinata la vita... Quanto avrebbe potuto essere peggiore la loro situazione se la ragazza fosse rimasta ferita gravemente!
I funzionari del tribunale svolsero lunghi colloqui con gli accusati, alla presenza dei padri e del loro avvocato. (I padri dei ragazzi avevano ingaggiato un unico avvocato difensore, un professionista del luogo legato alla famiglia Kerrigan.) In questo modo fu evitata un'udienza pubblica presso il tribunale dei minori. Non ci furono arresti. Nessuna imputazione formale fu emessa ai danni dei ragazzi, che ricevettero una settimana di sospensione scolastica.
Liza Deaver fu esonerata dalla scuola per il resto dell'anno poich la sua presenza in aula avrebbe potuto costituire una distrazione e un rischio, per usare le parole del preside; di Liza era noto il carattere irascibile, l'abitudine, frutto della frustrazione, ad aggredire verbalmente gli alunni pi piccoli dai quali ritenesse di essere stata offesa. (Le persone pi grandi di solito la mettevano in soggezione.) Fu cos che Liza Deaver non torn pi a scuola, ma le fu consentito di abbandonarla per motivi di salute.
Tutto questo io e mia sorella Katie avremmo appurato, a distanza di molto tempo. All'epoca eravamo all'oscuro quasi di ogni cosa.
Che sapessimo, nessuno in famiglia parlava di Liza Deaver.
Nessuno parlava del guaio. Per settimane Jerr e Lionel tennero un atteggiamento dimesso in presenza di nostra madre e guardingo verso nostro padre, come due cani bastonati. Ma cani bastonati scaltri. Alle nove per loro scattava il coprifuoco. A Jerr fu proibito di prendere la macchina per sei settimane. Entrambi si ritrovarono con lavoretti in pi da svolgere in casa.  stata tutta colpa di quella ragazza! disse un giorno mia madre al telefono, furibonda. L'ha voluto lei! Quei Deaver farebbero meglio ad aggiustarla! Prima che sia troppo tardi.
Quando riagganci le chiesi cosa intendesse con aggiustarla. Mi era venuto il dubbio che, qualsiasi cosa i ragazzi le avessero fatto, Liza potesse avere bisogno di una riparazione come un orologio rotto.
Mia madre rispose sprezzantemente. Come una gatta, sterilizzarla. In modo che non metta al mondo gattini che poi qualcuno sar costretto ad annegare.

Morire per.

Da piccoli, noi Kerrigan sapevamo che nostro pap sarebbe morto per noi. Non c'era bisogno che ce lo dicesse nessuno, lo sapevamo. Naturalmente, il concetto di morire per non apparteneva al nostro vocabolario. Eppure, lo sapevamo.
Nella sua numerosa famiglia cattolica irlandese a Niagara Falls, pap era stato allevato secondo il principio che in famiglia ci si d man forte l'un l'altro. Gli immigrati irlandesi avevano dovuto affrontare notevoli avversit al loro arrivo in America; addirittura fino agli anni cinquanta in certi ambienti non erano nemmeno considerati bianchi, alla pari di italiani, greci ed ebrei. Di conseguenza, gli irlandesi si davano man forte l'un l'altro, almeno in teoria.
Non in teoria ma nella realt una famiglia doveva, anzitutto, proteggere i propri membri. Potevi bisticciare con un parente, un fratello o una sorella, potevi bisticciare con i tuoi genitori, ma fondamentalmente si restava uniti, non ci si tradiva o abbandonava mai. Non andavi mai fuori dalla famiglia - questo era imperdonabile.
Dentro la famiglia non mentivi mai quando contava davvero, n mai imbrogliavi.
Ti schieravi con tuo fratello contro tuo cugino, ma con tuo fratello e tuo cugino contro l'estraneo.
Saresti morto per la tua famiglia e saresti morto (forse) per gli amici (pi stretti) allo stesso modo in cui i soldati morirebbero per i loro compagni (pi stretti).
Jerome Kerrigan sembrava davvero provare qualcosa del genere per i membri della sua famiglia, se non verso tutti i Kerrigan. E per i ragazzi del suo plotone in Vietnam, che non osava ricordare senza che gli occhi gli si riempissero di lacrime e la bocca cominciasse a tremare.
Tanto pap era sospettoso nei confronti degli sconosciuti quanto si fidava in maniera quasi ingenua di amici e parenti. Spesso faceva riparazioni domestiche gratuite, rifiutando categoricamente di essere pagato se non in bevute, ospitalit, favori reciproci. Questa era l'amicizia - essere leali, sdebitarsi. Essere generosi.
Prestava denaro a persone che, come aveva lui stesso ragione di credere, probabilmente non sarebbero state in grado di restituirglielo; prestava denaro senza interessi sapendo che ci avrebbe rimesso, perch quelli avrebbero usato i suoi soldi per ripagare i prestatori che gli interessi li chiedevano e non lui. Eppure, non riusciva a prestare denaro a interesse - non era nemmeno contemplato.
E cos, pap prestava denaro ai suoi fratelli ubriaconi. Pagava la cauzione ai Kerrigan che si erano ritrovati impelagati con la giustizia - frodi finanziarie, assegni a vuoto, mancato pagamento degli alimenti, peculato. Faceva favori a gente del sindacato idraulici, a gente con cui era andato a scuola e che era incappata nella malasorte. Pap aveva rispetto per la malasorte - poteva capitare a chiunque.
Pi figli avevi, maggiori erano le possibilit di incappare nella malasorte. Questa era la dura realt.
Il gesto pi munifico fatto da pap, che ricordo dai tempi dell'infanzia, fu di aiutare una delle sorelle minori a comprare una casa a Buffalo, in modo che lei e il marito potessero vivere vicino ai familiari di lui, i quali l'avrebbero aiutata ad accudire il marito stesso colpito da una malattia degenerativa terribile come la sclerosi multipla. Nostra madre non aveva gradito l'iniziativa, al telefono sospirava, sbraitava e quasi scoppiava a piangere, perch si era trattato di una somma ingente, mentre alla presenza di pap non osava lamentarsi perch, come pap le avrebbe fatto notare, era lui quello che portava a casa lo stipendio.
Al tempo stesso, non desideravi contrariare Jerome Kerrigan.
Non desideravi ritrovarti nella sua lista dei pezzi di merda. Perch ce n'erano tanti in questa lista che, agli occhi di pap, erano fottuti.
Perdonare era raro. Dimenticare, ancora pi raro.
E pi eri vicino a pap, pi lui faceva fatica a perdonare.
Gli piaceva citare un modo di dire italiano: La vendetta  un piatto che va servito freddo.
Un'altra sua espressione preferita, questa in voga nel mondo del pugilato, era: La ruota gira. Un modo di dire meno cupo perch sembrava riferirsi non solo al male ma anche al bene. Il bene che fai ti verr restituito. Prima o poi.

Un incidente.

Nel novembre del 1991, quando Hadrian Johnson fu pestato e abbandonato agonizzante sul ciglio di Delahunt Road e l'avvocato che aveva gi difeso Jerome Jr. e Lionel Kerrigan all'epoca di Liza Deaver peror il loro caso davanti ai procuratori dell'accusa, invocare la ragazzata non diede buoni frutti n per loro due n per mio cugino Walt Lemire e un amico vicino di casa, un certo Don Brinkhaus anche lui coinvolto nel pestaggio.
All'epoca Jerome Jr. aveva diciannove anni e non viveva pi a casa. Era riuscito a diplomarsi alla South Niagara High con indirizzo professionale e grazie all'interessamento di pap faceva l'apprendista presso la ditta di idraulica per la quale lavorava anche lui, la pi grande e famosa della citt; Jerome Jr. non era ancora stato accettato nel sindacato idraulici ma non c'era dubbio che lo sarebbe stato non appena avesse completato il periodo di prova. (Il locale sindacato idraulici non aveva afroamericani tra i suoi membri. La circostanza sarebbe stata sottolineata, secondo alcuni scorrettamente, negli articoli e nei servizi giornalistici; scorrettamente perch non c'erano afroamericani nemmeno nel locale sindacato di polizia, nei sindacati degli elettricisti e dei carpentieri, per esempio. L'unico sindacato locale nel quale i neri erano benvenuti era quello dei netturbini, composto in prevalenza da neri e latinos.) Lionel aveva sedici anni, faceva il secondo anno di superiori, era grosso per la sua et, aveva la pelle scabra e si annoiava facilmente. Prendeva voti bassi persino nelle materie professionali, saltava spesso le lezioni e nostra madre non osava dirlo a nostro padre per paura di una terribile scenata. Lionel per nutriva ammirazione per l'indipendente fratello maggiore che adesso viveva da solo in una casa vicino al cantiere della ferrovia e possedeva un'automobile, la vecchia Chevrolet del 1984 che pap aveva passato a Jerr visto che non era buona nemmeno per una permuta. Nel fine settimana i due si trovavano per bere birra con gli amici di Jerr, girando per la citt con la macchina di Jerr. Jerr, che aveva odiato la scuola, adesso odiava ancora di pi lavorare a tempo pieno, essere controllato, valutato e giudicato. Ancora di pi odiava essere l'assistente di un idraulico, ossia dover pulire la merda e ogni tipo di schifezza dai cessi, tanto che rischiava di vomitare ogni volta che usciva per un intervento.
Quella che nostro padre chiamava la fottuta vita vera. Jerr non sapeva per quanto tempo ancora avrebbe potuto sopportare la fottuta vita vera.
In casa si era stancato di mamma che ficcava il naso nella sua vita. Che origliava quando era al telefono. Che gli dava consigli non richiesti. Che gli cambiava le lenzuola luride, che gli raccoglieva da terra i calzini e le mutande rigide di sporcizia per metterle in lavatrice. Anche di cucinare si era stufato, ormai erano anni che non mangiava pi in casa. Si accontentava dei fast food, cheeseburger bisunti, patatine fritte piene di sale. Qualsiasi cosa incartata nel cellofan ed esposta nei variopinti scaffali del 7-Eleven lui la strappava con i denti fingendosi famelico come un lupo.
Quando aveva chiuso con la fidanzata vantandosi di averla abbandonata in un bar, esattamente quello che la stronza si meritava per avergli mancato di rispetto, mamma era rimasta sconvolta e aveva preteso di sapere perch avesse fatto una cosa del genere, lei Abbie l'aveva conosciuta e le era sembrata una brava ragazza, al che Jerr aveva ribattuto: Fanculo 'Abbie  una brava ragazza'. Tu non sai un cazzo di 'Abbie', ma'. Perci fatti i cazzi tuoi. Le 'brave ragazze' non esistono, esistono solo tipi diversi di stronze.
Mamma era rimasta talmente sconvolta nel sentire Jerr che le si rivolgeva in quel modo, non solo per la mancanza di rispetto, l'insolenza, ma anche per il contenuto delle parole, il disprezzo verso di lei, da non riuscire a rispondere, preferendo trascinarsi barcollante in un'altra stanza.
Non esistono brave ragazze, solo tipi diversi di stronze.
Perch? Perch? Perch?
Ma era come con il brave ragazze, stronze - non c'era un perch.
Si sarebbe potuto dire che i giovani Kerrigan non erano stati allevati in quel modo, e in effetti era vero. Eppure.
Gi dai tempi in cui l'aveva frequentata nostro padre, alla South Niagara High si verificavano incidenti tra ragazzi bianchi e ragazzi dalla pelle pi scura, specie dopo gli incontri sportivi del venerd sera, ma di solito erano battibecchi e alterchi tra giocatori, tra scuole rivali. Rivalit con la Niagara Falls High, la Tonawanda High, la South Buffalo. Alcune di queste squadre erano prevalentemente bianche, altre prevalentemente nere. La South Niagara aveva squadre miste, amavano vantarsi i nostri allenatori. Squadre maschili, squadre femminili. Football, basket, softball. Squadra di nuoto.
Le cheerleader? Quella era un'altra storia.
Nessun episodio di violenza aveva visto coinvolto Hadrian Johnson, che al penultimo anno di superiori giocava sia nella squadra di basket sia in quella di softball.
Jerome Kerrigan Jr. si era diplomato l'anno prima e conosceva Hadrian Johnson di sfuggita cos come conosceva altri afroamericani della scuola, ma tra loro non c'era mai stata animosit - niente di niente. Cos Jerome Jr. ripeteva e cos sembrava in effetti essere.
Anche Lionel negava qualsiasi animosit. Qualsiasi pregiudizio razziale - non da parte sua.
Entrambi ribadivano la propria ammirazione per gli atleti di colore - Mike Tyson, Magic Johnson, Michael Jordan. Jerry Rice, Barry Sanders. E molti altri.
Avevano notato Hadrian Johnson alle partite, perch chi non notava Hadrian Johnson? Non che Hadrian fosse un giocatore particolarmente spettacolare, in genere era uno concreto, dal rendimento costante, di quelli su cui un allenatore pu sempre contare.
S era vero, generalmente i migliori atleti neri della South Niagara erano istrionici, spettacolari. Si ispiravano ai grandi sportivi neri di risonanza mondiale che gli americani guardavano avidamente in televisione. Erano questi i neri insolenti che i ragazzi bianchi temevano, detestavano, invidiavano. Se non erano palesemente superiori ai pi bravi tra i giocatori bianchi, difficilmente questi atleti di colore venivano selezionati per le squadre scolastiche, sia perch era notevole la pressione che i padri (bianchi) esercitavano per far inserire i propri figli nelle varie squadre, sia perch (come gli allenatori cercavano di spiegare) i posti in formazione erano limitati; eppure, malgrado il contesto e la concorrenza, Hadrian Johnson era stato scelto in ben due discipline, beniamino di allenatori e compagni.
Un ragazzo nero, s. Ma non, ecco... uno di loro.
La South Niagara High non era una scuola grande; meno di cinquecento studenti distribuiti su tre classi. In un certo senso tutti conoscevano tutti.
Ma gli studenti bianchi e quelli dalla pelle pi scura non si mescolavano molto. Nelle squadre sportive s, nell'orchestra e nel coro della scuola, nei club di servizio, ma non nel tempo libero.
N c'erano coppie miste. Quasi nessuna.
Per uno scherzo del destino Hadrian Johnson era stato uno dei migliori della rappresentativa di softball maschile del South Niagara Junior Chamber, composta da ragazzi delle diverse scuole cittadine. Le foto di Hadrian con la divisa dei JCs, che sarebbero finite sui giornali e in televisione, erano state scattate al Kerrigan Field.
Alle domande dei procuratori di South Niagara se avessero un motivo particolare per seguire e molestare Hadrian Johnson, i ragazzi risposero categoricamente di no.
Non lo avevano seguito - non era cos. Volevano solo spaventarlo. E non sapevano nemmeno che fosse lui - non l'avevano visto in faccia, non all'inizio.
Ma lo avevano mandato fuori strada perch era nero?
I ragazzi negarono con veemenza. Lo negarono ripetutamente.
Quattro ragazzi bianchi alla guida di un veicolo, un unico ragazzo nero in bicicletta, sabato sera - ma non erano razzisti, assolutamente no.
In aspri dibattiti ci si sarebbe domandati se l'attacco era stato un crimine d'odio o un'aggressione sfuggita di mano che niente aveva a che fare con il razzismo. Se crimine d'odio, gli aggressori sarebbero probabilmente stati condannati a una pena detentiva pi lunga, nel caso fossero stati giudicati colpevoli; d'altro canto c'era la possibilit, se avessero insistito per essere sottoposti a processo, che una giuria benevola (ossia bianca) li assolvesse. L'avvocato stava valutando l'invocazione della legittima difesa, se solo fosse riuscito a trovare il modo perch questa linea difensiva non si ritorcesse contro di loro peggiorando la situazione.
I ragazzi avevano bevuto per gran parte della serata. Due di loro erano minorenni, il che metteva nei guai gli altri, per aver procurato loro bevande alcoliche; era nei guai anche il titolare del 7-Eleven che aveva venduto le confezioni da sei di birra. Avevano fatto un giro dalle parti del centro commerciale, erano tornati indietro bevendo e lanciando lattine di birra dal finestrino. Si erano fermati da Friday's, un bar sempre pieno, e poi da Cristo's (il che era stato un rischio, a volte nostro padre andava a bere da Cristo's il venerd sera). Avevano superato il Kerrigan Field. Il Patriot Park. Avevano imboccato Kirkland Avenue, Depot Street, Delahunt Road. Abbiamo notato questo tizio con la felpa che percorreva la Delahunt in bici e aveva un'aria sospetta, non sembrava uno del quartiere. Qualcosa nel cestino della bici poteva sembrare refurtiva. Non lo vedevamo in faccia - non sapevamo chi fosse... Se gli avevano gridato dietro erano state solo parole, un modo per spaventare qualcuno che (forse) non era del posto. Se Jerr aveva puntato la macchina contro il ciclista era stato solo per spaventarlo non per investirlo sulla banchina della strada.
E il fatto che poi lui avesse cercato la fuga strisciando via, gridando di lasciarlo in pace. Proprio come si comporterebbe una persona con la coscienza sporca.
Quasi dei poliziotti, erano stati. Vigilanti di quartiere. Per evitare che qualcuno si intrufolasse in qualche casa, rubasse una macchina.
Era l'avvocato che stava suggerendo questa eventualit. Vigilanti? Lotta contro il crimine? Cos come l'eventualit della legittima difesa.
Il problema era che i ragazzi non si trovavano nel loro quartiere. Anzi era Hadrian Johnson a trovarsi nel suo quartiere.
S ma loro non lo sapevano. Cio, non avevano visto la vittima in faccia se non... dopo.
Delahunt Road era buia in quel momento della sera. Mini centro commerciale, ristorante di tacos, stazione di servizio. All'altezza della Settima Strada c'era un piccolo parcheggio per case mobili con un festone di lucine spente, eredit del Natale passato. Pi avanti una traversa senza marciapiede e piena di buche, Howard Street, su cui affacciavano piccoli bungalow di legno.
Avevano seguito il ciclista lungo la Delahunt. Tanto per.
D'altronde, chi  che va in bicicletta di notte? Sembrava un adulto di alta statura, non un ragazzo. Non un pischello. E che c'era nel cestino?
I catarifrangenti sul parafango posteriore e la bici stessa davano l'idea (erano riusciti a vedere, aguzzando la vista nella luce dei fanali) di una roba costosa. Rubata magari?
Il ciclista si comportava in maniera sospetta, avevano pensato. Procedeva lungo la banchina sconnessa. Sapeva che loro erano dietro di lui, che si stavano avvicinando. Forse li aveva presi per poliziotti. Cos aveva cercato di pedalare pi veloce, il pi veloce possibile, con l'intenzione di svoltare in una stradina sterrata che si apriva in un campo poco pi avanti, un tentativo di fuga. Perch chiunque ci fosse a bordo della macchina si stava avvicinando, strombazzando il clacson come una mitragliata. Urla dai finestrini.
Sarebbe emerso che Hadrian Johnson aveva trascorso la serata a casa della nonna in Amsterdam Street, a un paio di chilometri di distanza. A volte quando andava a trovare la nonna ammalata di diabete Hadrian si fermava per tutta la notte ma quella sera non l'aveva fatto. Stava tornando in bici verso casa sua in Howard Street lungo un tratto della Delahunt dove se anche avesse trovato traffico avrebbe probabilmente impiegato poco lo stesso e comunque a quell'ora della sera il traffico era relativamente blando, si trovava a dieci minuti dalla casa della madre quando un veicolo gli era piombato alle spalle inondandolo con le sue luci potenti, con il suo clacson assordante, grida di derisione, insulti.
Botta del paraurti anteriore che colpisce la bici, un urlo stridulo, il ragazzo caduto che cerca di districarsi dal telaio contorto dalla bici e strisciare via...
Quello che era successo dopo non era chiaro.
Difficile da ricordare. Come qualcosa di rotto in mille pezzi, che cerchi di rimettere insieme.
Comunque era stato un incidente. Avrebbero sostenuto i ragazzi. Non poteva essere diversamente, perch non c'era stato nulla di premeditato.
Colpito il ciclista, solo a quel punto si erano accorti che era un ragazzo, (forse) un ragazzo nero, ma (comunque) non uno che conoscevano, cos Jerr aveva schiacciato il freno e si era fermato, doveva assicurarsi che il ciclista non si fosse fatto niente...
Vero che Jerr si era fermato. Vero che erano scesi dalla macchina.
Vero che si erano avvicinati al ragazzo (ferito?) il quale intanto cercava di strisciare via allontanandosi dalla strada...
(Era vero che tutti e quattro i ragazzi erano scesi dalla Chevrolet? O Walt era rimasto a bordo, come Walt stesso non avrebbe mai smesso di sostenere?)
Ecco un fatto: niente di quanto successo era ci che Jerome, Lionel, Walt e Don volevano succedesse. Questo non comportava che ricordassero quanto successo con esattezza.
Solo che avevano bevuto. I pi grandi avevano preso le birre anche per gli altri. Sabato sera. Si meritavano di pi da un cazzo di sabato sera. Era ancora presto per tornare a casa, porca puttana.
Ma in Delahunt Road si erano fermati solo qualche secondo. Nemmeno un minuto - ne erano sicuri. Ricordavano vagamente il transito di un veicolo. Qualcuno che rallentava per chiedere dal finestrino Che succede? e Jerr che gridava di rimando Abbiamo chiamato il 911, tutto a posto.
E poi erano stati presi dal panico ed erano risaliti in macchina. Erano ripartiti sgommando come in un telefilm poliziesco. E persino allora, avrebbero sostenuto (in seguito), non si erano quasi accorti che il ciclista gravemente ferito avesse la pelle scura, men che meno avevano capito chi fosse: il diciassettenne Hadrian Johnson che frequentava la loro stessa scuola.
Poco dopo la mezzanotte del 2 novembre 1991 una telefonata anonima al 911 segnalava un giovane selvaggiamente picchiato che giaceva a terra inerte e privo di sensi sul ciglio di Delahunt Road, South Niagara, una bicicletta contorta al suo fianco. Un'ambulanza fu immediatamente inviata dal South Niagara General Hospital e il giovane trasportato, ancora inerte e privo di sensi, al pronto soccorso dell'ospedale.
La vittima non avrebbe mai ripreso conoscenza e sarebbe morta, per gravi danni cerebrali e altri traumi, nove giorni dopo.
Nessun'altra chiamata al 911 era stata segnalata nel corso di quella notte. Ma il mattino dopo, quando la notizia del pestaggio cominci a diffondersi in citt, un anonimo rifer alla polizia di essere passato con il suo pickup lungo Delahunt Road la sera prima, verso le 23,40, e di aver visto un veicolo fermo sul ciglio della strada dove qualcuno, apparentemente un giovane nero, era disteso a terra e sanguinava da una ferita alla testa circondato da quattro o cinque giovani bianchi. Il testimone aveva avuto l'impressione che ci fosse appena stata una rissa. Aveva rallentato e poi accelerato di nuovo quando i bianchi lo avevano visto, poich avevano l'aspetto minaccioso - ubriachi e spaventati - e inoltre riteneva di aver visto uno di loro con un fucile.
Forse non un fucile. Un cric? Una mazza da baseball?
Se l'era squagliata, alla svelta. Sperando con tutto il cuore che quelli non risalissero in macchina e lo inseguissero.
Il testimone oculare identific inoltre la vettura come una Chevy modello anni ottanta, bronzo opaco, piuttosto malconcia, arrugginita e ammaccata - In particolar modo si vedeva il paraurti anteriore piegato verso l'interno dove avevano colpito il ragazzo. Impossibile non notarlo.
Non aveva visto bene i ragazzi. Solo giovani bianchi - forse in et da superiori, o un po' pi grandi - ma aveva cercato di memorizzare il numero di targa: prime tre cifre - KR4 - qualcosa del genere.

Louisville Slugger.

Non fosse stato per quella maledetta mazza.
Perch niente di tutto quello era stato premeditato. Perch era semplicemente successo - come pu semplicemente succedere un incendio.
Perch sbatacchiava sul tappetino del sedile posteriore da mesi. Come mai portasse in macchina quella mazza sbatacchiante, gli era piaciuto rispondere Per difesa.
Aveva detto sul serio, pi o meno. Ma era stato anche una specie di scherzo.
Perch la maggior parte delle cose, le cazzo di cose nella sua cazzo di vita, erano scherzi. Mazza compresa.
Solo la sua vecchia mazza da baseball. Con l'etichetta consumata, ce l'aveva da anni. Non ricordava nemmeno l'ultima volta che aveva giocato a baseball. Ma la mazza era sua - i suoi fratelli se volevano una mazza da baseball che se ne comprassero una tutta loro.
Non ci pensava mai. Non molto.
Sbatacchiava sul tappetino insieme a qualche lattina vuota di birra e altra roba, tanto che aveva smesso di farci caso.
Tranne che quella sera, uno dei ragazzi (ubriachi) seduti dietro l'aveva presa. E fuori, nel trambusto, esaltato ed eccitato, lui l'aveva strappata dalle mani di chi ce l'aveva, chiunque fosse, forse Don Brinkhaus, e si era messo a sventagliarla perch la mazza era sua ed era una mazza meravigliosa, l'impugnatura confortevole, il peso, il sudicio nastro adesivo nero che aveva avvolto intorno al manico tanti anni prima. Non era mai stato un gran battitore ma discreto s. Facile a imbarazzarsi e scoraggiarsi e disgustarsi, quando sbagliava una battuta facile, quando colpiva la palla senza la forza necessaria e allora la palla partiva come avrebbe potuto farla partire un bambino, ricadeva dritta a terra, rotolava lemme lemme ai piedi del prima base... Gli veniva voglia di ammazzare tutti gli stronzi che ridevano di lui.
Ma stavolta no. La maledetta mazza stavolta non avrebbe mancato il bersaglio.
Il ragazzo nero riverso a terra che li implorava di lasciarlo andare, di lasciarlo andare per favore, sanguinante dal naso e dalla bocca, non fai mica il figo adesso. Disteso sulla schiena e implorante. E i ragazzi che lo irridevano, sghignazzavano. Che lo colpivano a schiaffi, calci.
Come se fosse stato lui a provocarli fino a farsi investire. Avevano ammaccato il paraurti a causa sua.
Era naturale che tra le mani di Jerr la mazza prendesse vita e partisse. Furiosa, veloce. Come quando tagli la legna.
Il crac! della mazza. O era il crac! della testa?
Ma senza la mazza forse no. No.
Non gli avrebbero spaccato la testa. E tutto quel sangue.
Senza quella maledetta mazza gli avrebbero assestato qualche altro calcio e poi l'avrebbero lasciato andare. Vedendo che non reagiva, che si era accasciato a terra. Probabilmente non sarebbe nemmeno stato in grado di identificarli, con gli occhi tumefatti. Il sangue sulla faccia. Che cazzo. Nessuno voleva uccidere nessuno, questo era un fatto.
Era un fatto. Avrebbero giurato sulla Bibbia.
Gli era venuto in mente che (forse) lo avevano confuso con un altro ragazzo di colore, pi grosso, robusto, uno o due anni pi grande. Giocatore di football - ruolo tight end. Con la tipa bianca ossigenata. Bazzicavano una panchina davanti alla scuola. Quel figlio di puttana, lui s l'avrebbero pestato volentieri, per cancellargli quel cazzo di sorrisetto dalla faccia.
Non fosse stato per la mazza. La maledetta mazza. Niente di tutto quello sarebbe successo. O nel modo in cui era successo. Si potevano invocare le circostanze attenuanti. Per come la mazza era finita proprio in quel momento tra le mani di Jerr.
Perch non era stato premeditato, portarsi dietro la mazza. Era semplicemente sul tappetino del sedile posteriore dove sbatacchiava da mesi. E quindi, come un incidente. Cristo santo era stato un incidente.
E magari, potevano forse invocare che avevano bevuto, e che non erano capaci di intendere? Che avevano comprato confezioni da sei di birra senza che nessuno gli chiedesse per chi erano, quanti anni avevano. Niente di tutto quello sarebbe successo, non fosse stato per questo. Il che non era colpa loro - c'erano adulti da ritenere responsabili. E la macchina, gliel'aveva regalata il padre. Cristo! Lui non l'aveva nemmeno chiesta, si era guardato bene dal chiedergliela, il padre gli avrebbe fatto un culo cos, se solo si fosse azzardato. Lo aveva lasciato di stucco, regalargli di punto in bianco una macchina che almeno qualcosa valeva, qualche centone almeno, in una permuta. Invece gliel'aveva regalata, e cos Jerr adesso era in debito nei suoi confronti, alla grande. E per lui era uno stress, tenerla bene. Ogni volta che passava da casa il vecchio usciva a ispezionarla e se non diceva niente era peggio che se avesse detto qualcosa perch almeno, se diceva qualcosa, sapevi quello che pensava. E Jerome Kerrigan, cazzo, pensava sempre qualcosa.
Ecco perch Jerr era uscito di strada con la macchina. Quasi che volesse liberarsene. Qualche birra e cominciavano a venirti certi pensieri. Investire quel ragazzo di colore era stato un danno collaterale. Si poteva invocare l'incidente, nessuno si era nemmeno accorto della presenza del ragazzo finch non lo avevano visto. Lui voleva soltanto spaventarlo, far fare una risata ai suoi amici, impressionare il fratello che lo considerava un tipo tosto, solo che le ruote anteriori erano finite sulla ghiaia e la macchina aveva sbandato, il paraurti anteriore destro aveva colpito il ragazzo che era volato per aria, e la cazzo di bicicletta aveva ammaccato il paraurti che lui e Lionel avrebbero poi cercato di raddrizzare a mani nude, sbuffando e sudando quattro camicie per sistemarlo e invece l'ammaccatura era ancora l. Si erano sporcati tutte le mani di ruggine, cazzo.
E del sangue della mazza, che avrebbero dovuto penare per pulire.
Concatenazione di circostanze, casualit. Potrebbe succedere a chiunque.
Niente di premeditato. Questo  il punto cruciale.
E a pensarci bene era stato il padre a regalargli quella cazzo di mazza da baseball. Certo. Ecco chi era stato, aveva insistito come se si trattasse di chiss che, l'aveva accompagnato a comprarla nel negozio di articoli sportivi in centro per il suo compleanno: una Louisville Slugger. La migliore.
Adesso devi dimostrartene degno, figliolo.

La sorella piccola.

Svegliata da... qualcosa.
Non un bagliore di fari sul muro della stanza buia. Non l'espansione dei fari su due pareti della nostra camera, se un'automobile imboccava il vialetto.
Cos che avrei pensato, ma solo in seguito, Hanno spento i fari. Per non svegliare nessuno.
Ancor meno avrei pensato, a dodici anni, Questa parte doveva essere premeditata. Per non lasciare nulla al caso.
E cos guardai l'ora: 0,25. Qualcuno era entrato in cucina, al pianterreno, dal retro della casa, attraverso il garage. Non sapevo ancora che erano Jerr e Lionel.
Anche se adesso viveva per conto suo, Jerr passava spesso da casa nostra. Aveva riaccompagnato Lionel ma si stava trattenendo. Aveva riaccompagnato anche gli altri, nostro cugino Walt, e Don Brinkhaus, alle rispettive abitazioni.
In quel momento non sapevano, avrebbero sostenuto di non averne idea, che Hadrian Johnson era stato picchiato cos selvaggiamente che non avrebbe pi ripreso conoscenza.
Nonostante sanguinasse copiosamente dalle ferite alla testa, per i colpi della mazza di baseball di Jerr, avrebbero sostenuto che, quando lo avevano lasciato, Hadrian Johnson dava l'impressione di stare bene.
Questo l'avrei saputo in seguito. Nel tempo avrei memorizzato molto. Come sollevare piccole pietre, sassi. Sollevare, osservare. Rimettere gi, badando a sistemare il sasso nel suo posto preciso e giusto.
Nella piccola camera al piano di sopra che dividevo con mia sorella ero immobile nel letto e sentivo voci che mi sembravano tenute basse e concitate. All'inizio pensai che una fosse quella di mio padre - ma l'altra non era di mamma.
Andai alla porta e la aprii, appena appena. Tesi l'orecchio avidamente. Era elettrizzante che Katie dormisse ancora. Che tutti gli altri dormissero - i nostri genitori, nostra sorella maggiore, i nostri fratelli Les e Rick.
Quando pap usciva la sera, o uscivano i miei fratelli, io restavo sveglia ad aspettarli, se riuscivo a evitare che mi si chiudessero gli occhi. Loro non sapevano che restavo sveglia. Aspettando pazientemente che sulla parete della camera comparisse il bagliore dei fari. Quella notte avevo aspettato che Jerr riaccompagnasse Lionel a casa e speravo che si trattenessero un po' in cucina a bere una birra o due come spesso facevano.
In silenzio uscii dalla camera e scesi le scale, a piedi nudi. In pigiama. La cucina per era vuota.
Erano entrati in cucina, avevo pensato. Nell'aria c'era una corrente fredda, un odore di foglie fredde e bagnate. Poi per erano tornati in garage, lasciando la porta scostata.
Questa porta raramente veniva chiusa a chiave. Quasi tutte le porte di casa nostra venivano chiuse a chiave raramente.
Mi fermai a pochi centimetri dalla porta, esitando, in ascolto. Fino ad allora non ero del tutto certa che fossero Jerr e Lionel quelli che erano entrati in casa ma adesso sentii le loro voci che erano tenute basse, concitate. Mi capitava spesso di sentire per caso i miei fratelli chiacchierare tra di loro, avevano un modo di parlare che mi affascinava. Ancora di pi mi affascinava il modo di parlare di mio padre. Il linguaggio degli uomini e dei ragazzi, raramente lo usavano con me, potevo solo origliarlo. Viceversa non c'era mai nessuna ambiguit sul fatto che una frase di mia madre fosse o meno rivolta a me.
I miei fratelli erano eccitati, su di giri. Riuscivo a captare solo parole isolate. Cazzo, merda. Fai piano!
I miei fratelli non mi beccavano mai a origliare, tanto poco mi degnavano di attenzione.
Poi sentii il rubinetto esterno che veniva aperto. Stavano facendo qualcosa con il tubo da giardino? ... lavando la macchina?
Attraverso lo spiraglio della porta li vidi accovacciati uno accanto all'altro appena fuori dal garage dove l'acqua del tubo filtrava nel terreno anzich accumularsi sul pavimento del garage. C'era una luce accesa - una lampadina appesa al soffitto, senza paralume, potente e ricoperta di unto - grazie alla quale potevo vedere, o scorgere, che stavano lavando qualcosa: una mazza da baseball.
Doveva essere la mazza che Jerr portava in macchina per difesa. Lui e Lionel si erano tirati su le maniche per lavare la mazza e al tempo stesso lavarsi le mani e le braccia, vigorosamente.
Avevano preso il sapone in casa. La saponetta dall'odore pungente che stava sul lavandino della cucina e che in genere usava solo nostro padre, asciugandosi poi le mani con la carta assorbente.
I miei fratelli stavano ridendo, nervosamente. Mi sembrava bruttissimo ma anche a me venne da ridere. Erano lontani appena tre metri, poich li vedevo di sbieco. Pensando Questo non gli piacer. Essere spiati. No.
Eppure rimasi dov'ero. Fissando. (Forse) memorizzando. Solo molto tempo dopo avrei capito che in quei minuti i miei fratelli stavano discutendo di cosa fare della mazza sporca di sangue. L'arma del delitto, sarebbe stata chiamata un giorno.
In quel momento erano sobri, avrebbero affermato. Sobri come sassi.
Totalmente, dannatamente sobri.
Non stavano ragionando con grande lucidit ma erano consapevoli di doversi disfare della mazza, al pi presto. Valutarono se gettarla nel fiume - ma se fosse rimasta a galla? Anche se le avessero attaccato una zavorra, una mazza di legno avrebbe in qualche modo potuto liberarsi e il fiume sarebbe stato il primo posto dove la polizia di South Niagara avrebbe cercato un'eventuale arma. Nemmeno potevano bruciarla (bruciava, una mazza da baseball? Il fumo si sarebbe notato). Non era una grande idea nasconderla nel bidone della spazzatura, n nel bidone di una casa vicina lasciato lungo la strada, e cos alla fine decisero di seppellirla presso la sponda del fiume, tra le sterpaglie. A poche centinaia di metri dalla casa. Lungo la sponda c'era una distesa di rifiuti, tra cui il compost proveniente dal giardino di mamma. Era un'idea migliore, pensarono, rispetto a prendere la macchina e portarla da qualche altra parte. Ne avevano abbastanza della macchina per quella notte.
Erano riusciti a raddrizzare un po' l'ammaccatura del paraurti. Faticosamente, a mani nude. Ansimando, imprecando. L'indomani, alla luce del sole, sul marciapiede davanti alla casa dove viveva in affitto Jerr avrebbe rifinito il lavoro con un martello, se se ne fosse ricordato.
In realt l'attento esame da parte degli investigatori della polizia avrebbe evidenziato sulla Chevrolet ancora intestata a Jerome Kerrigan un'ammaccatura, alcuni graffi e (persino) macchie di sangue. Idem per i vestiti, i calzini, le scarpe che i miei fratelli avevano cercato di lavare quella notte stessa.
Idem per la mazza da baseball, che i miei fratelli non erano riusciti a ripulire del tutto perch le sue crepe sottili e le sue intaccature avrebbero conservato, in maniera inequivocabile, tracce del sangue di Hadrian Johnson.
Seppellirla tra le sterpaglie, vicino al compost gettato dalla mamma - quella s che sembrava un'idea praticabile. Vidi i miei fratelli avvolgere la mazza bagnata con uno straccio di iuta e uscire dal garage, dopodich li persi di vista, potendo solo intuire che non erano diretti troppo lontano, a piedi, verso il cortile sul retro a quanto pareva, o poco pi in l.
Ero perplessa. Non avevo idea di quali intenzioni avessero. Immaginai che potessero essere ubriachi. Forse era uno scherzo, qualcosa del genere.
Salii di sopra, mi rimisi a letto. Ma non riuscivo a prendere sonno.
E poi una mezz'oretta pi tardi li sentii rientrare in casa. In cucina. Sentii lo sportello del frigorifero che veniva (con delicatezza) aperto e richiuso. Il sibilo di lattine di birra stappate.
Riuscivo, quasi, a sentire le voci. Risa sommesse.
Por-ca.
Di quella tro-ia!
Ero insonne, ero curiosa. Pensavo, Non c' niente di diverso stanotte.
Uscii dalla camera per raggiungerli. Quel maschiaccio della sorella piccola, che loro preferivano a Katie e a Miriam (scassapalle, dispotica).
Era cos, io adoravo i miei fratelli maggiori e mi crogiolavo nell'alone luminoso delle loro attenzioni, per quanto distratte. E loro amavano me, ne ero convinta. Ne ero sempre stata convinta.
Si accorgevano di me, a volte. Mi arruffavano i capelli come si potrebbe fare con il pelo di un cane. Ehi pulce. Che si dice, Vi'let Rue?
In una famiglia ci sono alleati e ci sono avversari. La mia impressione era che io e i miei fratelli fossimo schierati con pap, le altre sorelle con la mamma.
Volevo pensare questo. Nella mia ingenuit.
Perch in realt non ero ancora una femmina. Fianchi stretti come un maschietto, seno piatto, piccoli muscoli sodi alle gambe, le braccia, le spalle - i miei fratelli dovevano essere colpiti dal fatto che nella corsa fossi veloce quanto la maggior parte dei maschi miei coetanei, che piangessi o mi lamentassi solo di rado, che non fossi schifiltosa o impressionabile come le altre ragazzine. Se vedevo un ragno zampettare lungo un muro o un serpente giarrettiera strisciare sul pavimento, non scappavo urlando come avrebbe fatto un'altra.
Perch ero orgogliosa di questo? Lo ero e basta.
Entrai in cucina come se mi fossi appena svegliata. Ehi, ragazzi! Dove siete stati fino a quest'ora? chiesi audacemente.
Mi fissarono, in pigiama com'ero, quasi che per un raggelante momento non avessero capito chi diavolo fossi. Quasi che non sapessero come comportarsi con me.
Stavano entrambi bevendo birra in lattina, avidamente. Respirando dalla bocca come se avessero appena fatto una corsa. Percepivo la loro agitazione, vedevo la fatica sulle loro facce eppure anche qualcosa di primitivo, di eccitato. Avevano i giacconi con la zip aperta, bagnati sul davanti. Avevano lavato vigorosamente, sfregato. Anche le scarpe erano bagnate, pi scure del normale. E l'orlo dei pantaloni. Il viso scolpito di Lionel appariva paffuto; sotto l'occhio destro risplendeva un piccolo taglio. Jerr si stava massaggiando le nocche della mano destra come se gli facessero male, ma un male piacevole. Si era sciacquato la faccia paonazza, inumidito i lunghi capelli lisci, color sabbia, li aveva ravviati all'indietro. Come quella di Lionel, anche la pelle di Jerr era rovinata ma il suo viso possedeva una bellezza brutale. Era il viso di pap da giovane.
A Niagara Falls, rispose Jerr con un sorriso forzato. Ci siamo scontrati con certi figli di puttana. Ma stiamo bene, vedi? Non dire niente a mamma.
Esatto, Vi'let, aggiunse Lionel. Non dire niente a mamma... n a lui.
Lui. Sapevamo cosa volesse dire lui.
Non c'era nemmeno bisogno che mi raccomandassero di non dirlo a pap. Nessuno di noi avrebbe fatto la spia con pap a proposito di un fratello o di una sorella. Anche se ci fossimo imbufaliti l'uno con l'altra, anche fossimo stati disgustati l'uno dell'altra, non l'avremmo mai fatto. Sarebbe stato un tradimento talmente profondo e crudele da essere imperdonabile, perch il castigo sarebbe stato rapido e spietato e per un certo lasso di tempo pap avrebbe negato il suo amore a colui che aveva punito.
Chiesi con chi avevano fatto a botte. Quanto mi sarebbe piaciuto conoscere i loro segreti. Essere come un fratello per loro, e non semplicemente una sorella.
Pur sapendo che era inutile. Che avrebbero scrollato le spalle come facevano sempre di fronte alle mie domande indiscrete. Devi giurarmi che non dirai niente, Vi'let. D'accordo? disse invece Jerr abbassando la voce.
Feci spallucce e risi. Mi sentivo sfrenata. Chiesi se potevo assaggiare un goccio di birra.
Parvero stupiti. Li avevo stupiti?
Lionel mi porse la sua lattina, che era ancora fredda. Non era la solita birra ma quella preferita di pap, la black ale marca Dark Horse. Il sapore mi faceva schifo, anche solo l'odore, ma ero decisa a perseverare nel tentativo di farmela piacere, di scoprire come mai a pap e ai miei fratelli piacesse cos tanto la birra scura, finch un giorno (ne ero certa) sarebbe piaciuta davvero anche a me. Ne ingollai un bel sorso. Per poco non mi strozzai, il liquido mi bruciava nel naso, i ragazzi risero di me ma non con cattiveria. Giuro, riuscii a dire.

Il giuramento.

Il luned successivo la notizia del brutale pestaggio ai danni di Hadrian Johnson si diffuse per tutta South Niagara. Persino alla scuola media non si parlava d'altro. Sentii, e capii.
Un ragazzo afroamericano, giocatore di basket e studente modello delle superiori. Pestato e lasciato svenuto sul ciglio della strada. Ricoverato in condizioni critiche presso il reparto di terapia intensiva del South Niagara General Hospital...
I nostri insegnanti avevano l'espressione tetra, circospetta. Li vedevi parlare concitatamente fra di loro, nei corridoi. Ma non con noi.
Meglio non dire niente. Finch non saranno accertati tutti i fatti.
Io ero terrorizzata per i miei fratelli, avevo paura che venissero arrestati. Non avrei detto a nessuno quello che sapevo.
Ma i poliziotti stavano gi svolgendo indagini su di loro, su mio cugino Walt e su Don Brinkhaus che, come Jerr, aveva gi finito la scuola. Qualcuno aveva fornito alla polizia le prime tre cifre della targa della Chevrolet e una descrizione parziale dell'automobile che si era poi scoperto essere intestata a nostro padre.
Non era in alcun modo possibile che Jerome Kerrigan negasse di aver regalato la macchina al figlio maggiore, Jerome Jr., poich questo era noto a molti; esisteva invece la remota ipotesi, disse probabilmente pap a se stesso e alla polizia, che la Chevrolet fosse stata rubata e che qualsiasi cosa fosse successa non era colpa dei suoi figli... Perch gli agenti di polizia avevano inizialmente lasciato credere a pap che si fosse trattato solo di un incidente stradale, un'omissione di soccorso.
I ragazzi hanno perso la testa e sono andati in panico, mannaggia a loro.
Entrambi i miei fratelli furono prelevati e condotti alla stazione di polizia per essere intervistati. Jerr proprio mentre arrivava in ritardo al lavoro, insonnolito e distratto, al volante della Chevrolet con il paraurti anteriore ammaccato; Lionel a scuola, arruffato e nervoso e deciso a comportarsi come se fosse un giorno uguale agli altri. Avremmo saputo in seguito che pap aveva incontrato Jerr e Lionel alla stazione di polizia insieme allo stesso avvocato che aveva cos brillantemente difeso i ragazzi contro le accuse di aggressione ai danni di Liza Deaver.
A casa, nostra madre era preoccupata, in apprensione. Diverse volte and a rispondere al telefono di corsa, portandosi l'apparecchio in un'altra stanza per poter parlare in privato. All'ora di cena, visto che Lionel e pap non erano ancora tornati, ritenni doveroso chiedere dove fossero. Era successo qualcosa? Mia madre per si gir di spalle facendo finta di non aver sentito.
Dov'era pap, e dov'era Lionel? Le mie sorelle, i miei fratelli Les e Rick non sembravano saperlo.
In silenzio ci sedemmo accanto a nostra madre per guardare il telegiornale delle sei. La notizia di apertura parlava di un'aggressione mortale contro un adolescente del luogo da parte di assalitori non ancora identificati.
La vittima era Hadrian Johnson, di diciassette anni. Noto giocatore di basket della South Niagara High e studente modello. Pestato, condizioni critiche, un testimone in transito lungo Delahunt Road avrebbe segnalato quattro o cinque ragazzi bianchi...
Un'immagine di Hadrian Johnson occupava tutto lo schermo, la foto che sarebbe poi stata pubblicata a corredo del necrologio: giovane, faccia da bambino, sorriso dolce, incisivi larghi.
Nostra madre stava mormorando tra s e s. Era agitata da quando eravamo tornati da scuola e persino adesso che il telefono stava squillando, lei non sembrava sentirlo.
Le mie sorelle Miriam e Katie, i miei fratelli Les e Rick continuavano a fissare attoniti il televisore nonostante fosse partita la pubblicit. Non li avevo mai visti cos silenziosi. Les disse che lo conosceva - pi o meno. Katie disse che conosceva la sorella Louise. Miriam, che non si azzardava mai a fumare in casa, frug nelle tasche in cerca delle sigarette e se ne accese una con le mani tremanti senza che nostra madre, intorpidita, occhi sbarrati, palpebre che sfarfallavano, si accorgesse di nulla.
Cosa sapevano, cosa potevano aver intuito? Non ne avevo idea.
Non capivo come quella terribile notizia potesse avere a che fare con i miei fratelli. Stavo dimenticando qualcosa? La mazza da baseball? Nella mia confusione, immaginavo che Hadrian Johnson dovesse essere stato pestato dalle stesse persone che avevano fatto a botte con i miei fratelli - quei figli di puttana di Niagara Falls.
Niagara Falls era a una decina di chilometri. Il pestaggio era avvenuto qui a South Niagara, in Delahunt Road.
Le squadre dei rispettivi licei erano divise da un'annosa rivalit. Che a volte sfociava in atti vandalici, minacce, risse. Pestaggi.
Dev'essere andata cos, pensai. Gente di Niagara Falls che aveva sconfinato a South Niagara. Spesso si verificano incursioni a colpi di bombolette spray e al ritorno a scuola dopo il fine settimana si scoprivano i muri imbrattati con parolacce, disegni sconci.
Da quello che i miei fratelli mi avevano detto, sembrava che loro si trovassero a Niagara Falls e che la rissa fosse scoppiata l. Possibile che avessi capito male?
Non lo dico a pap. Non lo dico a nessuno. Giuro.
A notiziario finito nostra madre si alz lentamente, tirandosi su a fatica dal divano. Usc dalla stanza con il rigido decoro di una persona profondamente sofferente ma decisa a non mostrarlo. Vedemmo le sue labbra che si muovevano senza pronunciare parole, come se stesse pregando o litigando con qualcuno. Gli occhi erano diventati vitrei, come se fissasse qualcosa che le stava troppo vicino al viso, che non riusciva a mettere a fuoco.
Era una sua abitudine, nascondersi in casa in quello stato di torpore. Nascondersi come un animale ferito. Come aveva fatto dopo il cosiddetto guaio con la piccola Deaver, quando per settimane non aveva voluto uscire di casa sapendo che avrebbe incontrato amiche, conoscenti, vicine ansiose di rammaricarsi con lei per la terribile ingiustizia cui i giovani Kerrigan erano stati sottoposti...
Perch non sempre era chiara, mia madre lo sapeva bene, la differenza tra rammarico e giubilo.
Dopo un po' di tempo la piccola Deaver era stata dimenticata. O almeno la gente aveva smesso di parlare di lei con Lula Kerrigan.
Da quella volta, avevamo notato che mamma diventava via via pi religiosa. Se di questo si trattava - religione.
In chiesa stava rigidamente seduta sull'attenti. Si sarebbe potuto pensare che avesse i pensieri altrove, da quanto era vuota la sua espressione. Eppure, tutto a un tratto si copriva il volto con le mani come sopraffatta dalla commozione. La celebrazione della messa procedeva lentamente e quando il prete sollevava la piccola ostia bianca tra le mani per benedirla, per trasformarla nel corpo e nel sangue di Cristo, sembrava che fosse proprio il suono del campanellino d'argento a suscitare in nostra madre quel gesto, imbarazzante per coloro che erano costretti a occupare la panca accanto a lei - negli ultimi anni solo noi figli pi piccoli, e Miriam.
Era raro che pap venisse a messa con la mamma. Ancora pi raro che venissero Jerr e Lionel. Les invece qualche volta. E Katie, e Rick. E Violet Rue che di solito era stretta tra Katie e la mamma, una bambina irrequieta, facile alla noia.
Violet Rue detestava la chiesa. Oh ma la temeva anche - il Dio dagli occhi truci che vi abitava e che conosceva le pieghe pi nascoste del suo cuore.
A volte, quando staccava le mani dal volto la mamma aveva gli occhi traboccanti di lacrime.
Lacrime di dolore, di paura? Di trionfo? Vendetta? Non sapevi dirlo, non osavi guardare quel volto scintillante.
Poi si avviava verso la balaustra dell'altare per la comunione, ondeggiando come un'ubriaca, ignara dei figli. Lei era al cospetto di Dio, in quel momento non aveva niente a che spartire con loro.
Il comportamento pubblico di una madre pu essere fonte di grande imbarazzo per i figli, specie per le femmine. (Come invece non era mai quello di nostro padre.) (Forse perch vedevamo la mamma in luoghi pubblici molto pi spesso di quanto vedessimo pap.) La bocca pittata di rosso che spiccava come un ritaglio di carta sul suo viso pallido e carnoso, le sopracciglia sfoltite con la pinzetta che non sarebbero mai ricresciute, le gambe bianche nude d'estate, attraversate da un reticolo di vene, i fianchi sempre pi larghi, i capelli che cominciavano a ingrigire a chiazze - tutto questo era motivo di vergogna per occhi acuti e spietati. Come l'esasperante precisione con cui mamma parcheggiava la macchina, operazione che richiedeva molteplici manovre. Le esclamazioni attutite, i singhiozzi repressi.
Oh, Dio. Aiutami tu!
Io adoravo mia madre ma, probabilmente, la odiavo anche. Sempre di pi, via via che crescevo e lei sembrava non cambiare mai se non per diventare sempre pi insopportabilmente se stessa.
Dopo il telegiornale ci allontanammo come sotto choc. Come se fosse scoppiato un incendio da qualche parte nella casa ma nessuno sapesse dove. Sentii la voce sconcertata di Katie, Miriam che le diceva seccamente di stare ferma, di non importunare la mamma.
Avrei voluto dirglielo: che ne sapevo molto pi di loro. Che i nostri fratelli avevano affidato a me un segreto che non avevano affidato a loro.
Per sette ore pap rimase con Jerr e Lionel alla stazione di polizia mentre i miei fratelli venivano intervistati. (Non interrogati, poich non erano - ancora - in stato di arresto.)
Inizialmente, i miei fratelli negarono qualsiasi interazione con Hadrian Johnson, in qualsiasi momento.
Poi Jerr ammise di avere, forse, urtato qualcosa, o qualcuno, mentre percorrevano Delahunt Road la sera di sabato. E che aveva bevuto - qualche birra. E che forse andava veloce, qualche chilometro oltre il limite dei settanta.
Di sicuro aveva sentito un colpo. Sia lui sia Lionel. Aveva guardato nello specchietto retrovisore senza per vedere niente, aveva immaginato che potesse essere stato un daino, o una bicicletta abbandonata sul ciglio della strada.
C'era qualcun altro con loro? fu chiesto ai miei fratelli.
All'inizio, restii a fornire i nomi degli altri ragazzi. Perch non era da loro fare la spia a danno degli amici.
All'inizio, fecero con la testa di no.
Ben presto tuttavia, dopo ripetute domande e la crescente insofferenza di pap, ammisero di s - c'erano altre due persone con loro, sul sedile posteriore.
E cos, i miei fratelli finirono in effetti per fare la spia a danno dei loro amici. (Gliel'avrebbero rinfacciato? Pareva di no.)
In seguito mi sarei chiesta quand' che i poliziotti avevano detto a mio padre di Hadrian Johnson - quello che gli era stato fatto, le condizioni in cui versava; l'ora dell'accaduto e le dichiarazioni del testimone oculare.
Quand' che pap non aveva avuto altra scelta se non accettare che il guaio in cui i suoi figli si erano cacciati non era una semplice omissione di soccorso.
Dopo sette ore gli fu permesso di riportarli a casa. Non erano (ancora) stati arrestati. Erano stati ammoniti, e i miei fratelli avevano accettato, di non lasciare South Niagara ma di restare a disposizione per eventuali ulteriori domande gi l'indomani.
Erano le nove di sera passate. Erano esausti e affamati. Consumarono in cucina la cena che mamma aveva preparato per loro e tenuto in caldo nel forno. Nella stanza non era gradito nessun altro nonostante fosse stato spiegato al resto della famiglia - da pap, perch mamma non se la sentiva di parlare - che c'era stato un equivoco da parte della polizia di South Niagara - uno scambio di persona - e che tutto si sarebbe risolto l'indomani mattina, con l'aiuto dell'avvocato.
Rick chiese se c'entrava con il pestaggio di Hadrian Johnson e pap rispose a brutto muso che no non c'entrava.
Dal poco che potevamo vedere, i nostri fratelli apparivano provati, cupi. Avevano il mento scurito da un velo di barba e gli occhi cerchiati di nero. Lionel non sogghignava come faceva di solito se qualcuno lo guardava troppo a lungo mentre Jerr ci ignorava del tutto.
Io e Katie andammo a letto, pi tardi rispetto all'orario solito. E nei nostri letti non riuscivamo a prendere sonno. Secondo me Jerr e Lionel sono finiti in qualche guaio che c'entra con l'altra sera, disse Katie. Magari un guaio con la macchina? Dici... che avevano bevuto?
Di Hadrian Johnson non parl, come se lo avesse dimenticato.
E lo avevo dimenticato anch'io. Come avevo dimenticato la mazza da baseball.
Strano essere distesa sotto una coperta pesante, in pigiama di flanella, e tremare. Cos forte da battere i denti.
E mi faceva male la testa, come succedeva a volte quando ero distesa, con la testa sostenuta da un unico cuscino; troppo sangue che vi affluiva di colpo. Avrei tanto voluto restare semplicemente distesa al buio, senza dover vedere nessuno, senza dover sentire parlare nessuno n dover parlare io stessa. Senza dover pensare a niente che fosse inquietante, spaventoso.
Che sar? Perch?
All'inizio pensai che fosse il vento che faceva sfregare i rami contro il tetto della casa, poi mi resi conto che era pap che parlava con i miei fratelli in cucina. La sua voce era bassa e concitata, le loro un mormorio. In certi momenti sembrava che stesse dando loro delle istruzioni, in altri che li stesse implorando. E poi la sua voce si fece brusca, come per interromperli. Il battito del cuore mi impediva di distinguere le parole.
Ero nauseata dalla consapevolezza di quello che Jerome e Lionel avevano fatto pur non riuscendo a comprendere esattamente che cosa avessero fatto, perch avevo ancora in testa Niagara Falls... Stavolta non mi venne alcun desiderio di origliare. Non avrei mai pi origliato nessuno.
Mi terrorizzava la convinzione che non sarei riuscita a mentire se qualcuno mi avesse fatto domande sui miei fratelli. Se la polizia avesse intervistato me.
Con i miei fratelli e sorelle non sapevo mentire in maniera credibile, con gli adulti non sapevo mentire affatto. Sarei stata costretta a dire la verit. Come quando, nella confessione, mi sforzavo di fare un elenco dei peccati che avevo commesso, compresi quelli di omissione. Se il prete mi avesse chiesto - Che cosa non mi stai raccontando, mia cara? Qual  il tuo segreto? Se uno dei miei insegnanti mi avesse chiesto Che c', Violet? Che dovresti raccontare alla polizia?
Avevo pensato a Hadrian Johnson per tutta la lunga giornata di scuola. Sentendo pronunciare il suo nome, vedendo la sua foto. Il suo viso sulla prima pagina del South Niagara Union Journal. Di getto ti viene da pensare che si tratta di uno sportivo, che avr fatto onore a South Niagara, vincendo un campionato, una borsa di studio. Poi per leggi il titolo.
DICIASSETTENNE PESTATO A SANGUE
L'aggressione in Delahunt Rd., polizia sulle tracce degli assalitori
Jerr aveva passato la notte a casa nostra, nella camera che un tempo divideva con Lionel. Mi chiedevo se erano svegli come ero sveglia io e se parlavano tra loro o erano scivolati nel silenzio, sfiniti. Mi chiedevo cosa pensassero. Se stessero pensando.
Pur non facendomi illusioni mi chiedevo se in qualche modo potesse essere vero - vero in qualche senso - che c'era stato un equivoco, uno scambio di persona.
I miei fratelli avevano gi un avvocato. Con quale velocit pap aveva imparato a raccomandarsi all'avvocato, come era solito dire sarcasticamente quando lo facevano gli altri.
Nel mondo di pap, raccomandarsi all'avvocato equivaleva a un'ammissione di colpa. Di solito.
Ma di fronte a un'accusa l'avvocato era necessario. Per la legge sei innocente fino a prova contraria e solo un avvocato pu guidarti attraverso lo svolgimento di tale prova.
Cos come l'avvocato aveva protetto i miei fratelli e gli altri ragazzi da gravi conseguenze all'epoca di Liza Deaver.
Paralizzata dal terrore tenevo le mani premute sulle orecchie, mentre mio padre continuava a interrogare i miei fratelli praticamente al di sotto del mio letto. Mi chiedevo se nella camera matrimoniale in fondo al corridoio anche mia madre fosse sveglia, incapace di dormire, l'orecchio teso in ascolto di rumori - passi sulle scale, una porta richiusa dolcemente - che annunciassero la fine del calvario, almeno per quella notte.
Qualsiasi cosa pap stesse chiedendo loro, i miei fratelli stavano offrendo risposte insoddisfacenti. Questo mi sembrava di capire.
Pap doveva essere stato umiliato dal calvario alla stazione di polizia. Lui conosceva i poliziotti di South Niagara, loro conoscevano lui. Di alcuni era stato compagno di scuola. Magari erano loro stessi in imbarazzo per mio padre.
Dei quattro ragazzi convocati per i colloqui con la polizia, Jerr, il maggiore di et, doveva essere apparso il pi convincente essendo (in apparenza) il pi intelligente; Walt, un cugino, figlio di uno dei fratelli minori di pap, doveva essere apparso il pi ingenuo, e quello che pi facilmente si lasciava trascinare. Lionel, a disagio nel proprio corpo, cresciuto di una decina di centimetri solo nell'ultimo anno, con il taglio rosso sul viso come una vistosa strizzatina d'occhio, doveva essere apparso il meno affidabile. E poi c'era Don Brinkhaus, con i capelli a spazzola da marine e il faccione da giovenca, che alle superiori aveva fatto parte della squadra di football prima di esserne espulso per rissa due o tre anni prima.
Davvero i ragazzi erano transitati da Delahunt Road, e davvero Jerr aveva (inconsapevolmente) urtato qualcuno o qualcosa sul ciglio della strada? Questo era il punto. Lionel continuava a insistere che non era successo niente di niente. Petulante, piagnucolava con pap, Non siamo stati noi. Non l'abbiamo nemmeno visto. Vogliono solo arrestare qualcuno che sia bianco.
Mi chiedevo: pap credeva alle loro parole?
E mi chiedevo: mamma credeva alle loro parole?
Quando parlava al telefono la sentivamo trepidante e incredula:  una trappola. Non stanno nemmeno cercando qualcun altro. Ritengono che fosse la macchina di Jerr - quella che gli ha regalato Jerome. Ritengono. Ma Jerr dice che se quella sera ha urtato qualcosa, lui ritiene fosse un daino. Aveva lavato le macchie di sangue, ha detto. Aveva pensato fosse un daino, e proprio questo faresti se... se pensassi di aver investito un daino. Inoltre si dice che questo giovane Johnson, questo giovane nero, fosse immischiato con la droga. Come lo sono tutti... cio, molti di loro, la spacciano direttamente a scuola. Alle superiori. Alle medie. I trafficanti stanno a Niagara Falls, trafficanti neri di Niagara Falls e di Buffalo, con legami a New York. Guidano auto costose - auto sportive. Indossano pellicce, catene d'oro, hanno i diamanti nei denti. Si ammazzano tra di loro tutti i giorni e nessuno dice bah, la polizia si gira dall'altra parte perch si pappa la sua bella fetta. Arriva dalla Colombia, in Sud America, la droga - eroina, credo che sia. Oppio.
E:  stato in ambito familiare, questo 'Hadrian Johnson'  stato ucciso da un fidanzato della madre... Pestato a morte con un cric. L'hanno lasciato agonizzante sul ciglio della strada. La polizia dice che l''arma del delitto'  stata gettata nel fiume. E non  la prima volta, ci sono stati altri episodi di cui nessuno sapeva niente, che non sono finiti sui giornali perch non c'erano ragazzi bianchi sotto accusa. I giornali ce l'hanno con i ragazzi bianchi. Sai... cos vanno le cose. Ma abbiamo un ottimo avvocato. Dice che probabilmente l'omicida  il fidanzato della madre di Hadrian Johnson, un grosso trafficante di droga, vive a Niagara Falls e la polizia non si azzarda a toccarlo, ha commesso almeno una decina di omicidi impuniti.
E, in seguito: Abbiamo appena saputo...  stata un'aggressione degli Hells Angels. 'Razzisti bianchi'. Una banda di motociclisti, di Niagara Falls. Sono piombati in citt l'altra sera, in cerca di ragazzi neri da ammazzare. Certe volte li vedi anche di giorno, in formazione militare, in sella alle loro rombanti Harley-Davidson. Avrebbero potuto ammazzare chiunque. Quel povero ragazzo... 'Hadrian Johnson'. Faceva appena le superiori, Les dice che era un ragazzo tranquillo e un bravo giocatore di basket, gli volevano bene tutti. Certi che hanno problemi con i ragazzi di colore dicono che con lui di problemi non ne hanno mai avuti.
Un turbine di dicerie, come foglie marce al vento. Un'epidemia, una bolgia di dicerie, eppure si risolse tutto in una bolla di sapone. Dopo alcuni giorni la voce di nostra madre al telefono si fece concitata: ... che non si sappia in giro, il nostro avvocato dice che la cosa va tenuta riservata, ma proprio quel fine settimana Hadrian Johnson aveva fatto a botte con un altro giocatore di basket, nero anche lui, per via di una ragazza, lo aveva 'tagliato' con un coltello e quell'altro lo aveva minacciato di morte, e...
Jerome Jr. e Lionel furono di nuovo convocati alla stazione di polizia. Furono convocati anche Walt Lemire e Don Brinkhaus. Adesso erano tre gli avvocati: uno per i fratelli Kerrigan, uno per Walt Lemire, uno per Don Brinkhaus.
Tuttavia, i ragazzi non furono arrestati. Fintanto che non fossero stati arrestati, i loro nomi non sarebbero comparsi sulla stampa locale.
Di loro parlavano tutti: dei Kerrigan, specialmente. In qualche modo si cominciava a sapere, o a sospettare, che Jerome Kerrigan Jr. aveva investito Hadrian Johnson e poi era scappato.
Non di proposito. Un incidente.
Gli danno chiss quali colpe solo perch  BIANCO.
Pap volle che Jerr si ritrasferisse nella sua vecchia camera; c'erano state minacce razziste contro di lui e non era al sicuro nella casa che aveva preso in affitto, riteneva pap. Lionel ricevette dal preside la comunicazione di non venire a scuola per qualche tempo, alla South Niagara High la tensione tra bianchi e neri era alle stelle e la sua presenza sarebbe stata di disturbo. Mamma avrebbe voluto tenere a casa anche me ma io sbraitai a tal punto che cedette. Non potevo permettermi di saltare la scuola - io amavo la scuola! Ed ero sicura, volevo credere, che la scuola amasse me.
Il pensiero di essere rinchiusa con mia madre e i miei fratelli per chiss quanti giorni mi dava il panico. Prigioniera nella casa dove tutti stavano aspettando- cosa? Che cosa li avrebbe salvati? Che qualcun altro venisse arrestato per il delitto?
Come diceva la mamma: Chiunque sia stato a commettere questa cosa terribile. Le persone colpevoli.
C'era inoltre la speranza che le prove via via raccolte dalla polizia fossero solo circostanziali, non sufficienti per essere presentate davanti a una giuria. Specie una giuria composta da bianchi. Questo era quanto gli avvocati dei ragazzi andavano ripetendo.
Parenti, vicini, amici di pap passavano da noi per fornirci il loro sostegno. Veterani del Vietnam. Quantomeno, questo era il pretesto per la visita.
Arriv una telefonata dall'ufficio di Tommy Kerrigan, per pap. Non  chiaro se con pap parl Tommy Kerrigan in persona o uno dei suoi assistenti.
A volte mamma si rifiutava di incontrare i visitatori e quando sentiva suonare il campanello correva a nascondersi di sopra e ci diceva di non rispondere. Altre volte era tutta animata, insisteva perch gli ospiti restassero a mangiare. Le parenti le davano una mano in cucina. Venivano consumate birre e black ale. C'era aria di festa. L'argomento di conversazione era sempre i ragazzi - che la polizia li stava perseguitando, che l'indagine era ingiusta, viziata.
Perch sono BIANCHI. Non c' altro motivo!
Il nome Hadrian Johnson non veniva mai pronunciato. Si accennava al ragazzo nero. Nulla pi di questo.
Di Hadrian, Jerr e Lionel non parlavano affatto. Era come se la colpa dei loro guai fosse della polizia di South Niagara, anzi del capo di polizia, che era stato messo su quella poltrona da Tommy Kerrigan all'epoca in cui Tommy Kerrigan era sindaco di South Niagara - Bastardo di un giuda. Visto che riconoscenza?
Forse c'erano anche amici, parenti, conoscenti convinti che Jerr e Lionel fossero colpevoli di ci di cui erano accusati, ma costoro non venivano a trovarci. O se lo facevano, erano circospetti nel sostegno emotivo offerto agli affranti Lula e Jerome.
Che cosa terribile. Una tragedia. Cercate di sperare in bene...
Si facevano parecchie ipotesi sull'identit dell'anonimo testimone che aveva fornito le prime cifre della targa della Chevrolet. Come potevano gli investigatori essere certi che dicesse la verit? Non poteva essere un depistaggio? Fornire alla polizia le prime cifre dell'auto di Jerr per coinvolgere il figlio di Jerome Kerrigan nelle indagini? Arrivare addirittura a descrivere gli aggressori di Hadrian Johnson come ragazzi bianchi?
(Al buio, come poteva un testimone essere cos certo del colore della pelle? Doveva per forza di cose aver avuto un'immagine fugace dei ragazzi. Lui stesso aveva dichiarato di aver rallentato solo per qualche secondo prima di riaccelerare e allontanarsi.)
(Probabilissimo che questo anonimo testimone fosse anche lui un nero. Magari implicato a sua volta nel pestaggio...)
Il telefono squillava in continuazione. Spesso mamma si fermava a pochi passi dall'apparecchio e lo fissava stringendo le palpebre. Aveva paura di rispondere alla cieca - dai tempi di Liza Deaver ormai non osava pi prendere una telefonata senza sapere esattamente chi stesse chiamando. Se ero nei paraggi, mi chiedeva di rispondere al posto suo e restava pietrificata mentre io alzavo la cornetta e dicevo Mi scusi non c' nessuno che possa parlare con lei in questo momento. Non richiami pi, grazie! riagganciando in fretta e furia prima che la voce all'altro capo del filo potesse esprimere stupore o rimprovero.
Un giorno ero da sola in cucina dopo la scuola. Stavo fissando il telefono quando si mise a squillare. Ed ecco che comparve Lionel al mio fianco. Troneggiante su di me. Non rispondere, mi intim. Parl stringatamente, serrato come potrebbe parlare un nodo. Senza lasciarmi il tempo di reagire, di allontanarmi dall'apparecchio, ma spintonandomi rudemente nonostante non avessi nemmeno accennato a rispondere.
La sua bocca era contorta nello squarcio di un sorriso. Da giorni non andava a scuola, in famiglia non parlava praticamente con nessuno se non con nostro padre, e solo in privato. Gran parte del tempo lo passava in camera a giocare ai videogame. Il taglio sotto l'occhio non si era rimarginato, probabilmente Lionel continuava a staccarsi la crosticina. Il mento era ispido di barba. Il colletto della T-shirt sformato, e sporco. Sentivo emanare da lui qualcosa di pungente all'olfatto, fetido come l'odore di un animale. Risi nervosamente, facendo per allontanarmi.
Ehi, 'Vi-let Rue'! Dov' che vai tu? disse Lionel con una beffarda cantilena.
Indietreggiai lentamente. Fuggii.
Ma avrei voluto rassicurare il mio arrabbiato fratello - Non racconto niente a pap. N a nessun altro. Ve l'ho detto - ho giurato.

L'assedio.

Senza mai riprendere conoscenza, Hadrian Johnson mor in ospedale l'11 novembre.
Adesso la casa dei Kerrigan era davvero sotto assedio. Come una barca in balia di venti feroci.
Noi Kerrigan eravamo rintanati dentro, aggrappati l'una all'altro. Pap ci avrebbe protetto, ne eravamo certi.
Jerr torn al lavoro, dove il titolare e la gran parte dei colleghi erano inclini alla comprensione nei suoi confronti. Lionel invece venne sospeso da scuola a tempo indeterminato.
Sempre meno persone passavano a trovarci. I parenti invece erano leali. Restavano fino a tardi nel seminterrato che pap aveva attrezzato come stanza della tv, bevendo, parlando a voce alta, con veemenza.
Solo adulti nel seminterrato con pap. Nessuno dei ragazzi, Jerr e Lionel compresi.
Con tutta quella gente in casa non era difficile per me evitare i miei fratelli. A tavola mi ignoravano cos come ignoravano i fratelli e le sorelle minori, seduti di fianco a pap, mangiando con la testa bassa e scambiandosi solo frasi succinte fra di loro. Il cognome dell'avvocato era O'Hagan - sentivi i loro scambi inframezzati da queste sillabe - O'Hagan - ma non quello che si dicevano.
Da quando mi aveva spintonato in cucina, Lionel di rado guardava nella mia direzione. Avevo finito per pensare che mi avesse dimenticata, con tutto quello che aveva per la testa. Gli occhi color sasso di Jerr scivolavano invece su di me, inquieti, minacciosi. Nel giro di una settimana circa mio fratello maggiore era dimagrito, aveva il volto scavato, l'atteggiamento nervoso, distratto. Mentre Lionel mangiava voracemente, Jerr si limitava a spostare il cibo nel piatto e preferiva bersi una lattina di birra. Spesso si portava la lattina alla bocca cos sbadatamente che lungo il mento risplendevano rivoli di liquido. Una sera quando pap gli disse basta, ne aveva bevuta abbastanza, Jerr si alz indignato dalla tavola, instabile sulle gambe, mormorando quello che sembr un Cazzo.
O forse, a giudicare dalla reazione di pap - Testa di cazzo.
In un attimo anche pap era in piedi. Afferr Jerr per la collottola e lo scosse come si potrebbe scuotere un cane molesto. Lo sbatt contro il muro mozzandogli il respiro. Bicchieri, posate caddero sul pavimento. Ci furono esclamazioni allarmate, grida. Jerr si rimise in piedi con il volto terreo ma si guard bene dal protestare.
Nessun altro os lasciare la tavola tranne Jerr che si ritir come un cane bastonato. Pap era paonazzo, furibondo. Noi altri restammo immobili in attesa che la furia si placasse.
Finimmo di cenare in silenzio. In silenzio io e le mie sorelle sparecchiammo la tavola al posto di nostra madre che tremava violentemente. Fu spaventoso e al tempo stesso eccitante vedere con quale rapidit nostro padre aveva messo in riga uno di noi che gli aveva mancato di rispetto.
 questo il nauseante, malinconico segreto della famiglia: ti ritrai terrorizzata dai colpi di un genitore eppure, se non sei tu il bersaglio dei colpi, ti gonfi di una specie di abietto orgoglio.
Mio fratello e non io. Lui, di conseguenza non io.
Nostra madre cominci a dire, pi e pi volte in quelle settimane, Quelli ci stanno uccidendo.
Con voce balbettante e sofferta si lamentava al telefono. Si lamentava con i figli, che non avevano altra scelta che ascoltarla. Da qualche tempo parlava con il prete della nostra parrocchia, padre Greavy, il quale l'aveva confermata nei suoi sospetti, e riferiva a noi che quelli erano davvero i nostri nemici.
Noi ci chiedevamo chi fossero, quelli. La polizia? Gli afroamericani? O forse i giornalisti di stampa e tv che non mancavano mai di ricordare l'anonimo testimone che aveva parlato di ragazzi bianchi sul luogo del pestaggio - non ancora identificati.
Quelli ovviamente potevano anche essere altri bianchi. Traditori della loro razza che difendevano i neri a prescindere. I soliti hippy, assistenti sociali, politicanti che tenevano discorsi per fomentare la discordia sull'altare dei voti.
Stanno dalla parte dei neri. A prescindere. Lo senti dalla loro voce in tv...
Nessuno nella nostra famiglia aveva idea che io sapessi quello che era accaduto quella notte. Quello che era potuto accadere.
Che sapessi della mazza da baseball. Che c'era una mazza da baseball.
Gli articoli sul pestaggio non parlavano mai di arma del delitto, al punto che l'opinione pubblica avrebbe potuto dedurre che non ci fosse nessuna arma del delitto. (Davvero la polizia aveva parlato di un cric? Io non l'avevo sentito dire da nessuno se non da mia madre nel riferire una delle tante voci.) Un ragazzo era stato pestato selvaggiamente, qualcuno gli aveva (in qualche modo) spaccato la testa. Tutto qua.
Mi chiedevo se Jerr e Lionel parlassero di me. Del nostro segreto.
Loro sapevano soltanto che io sapevo che quella sera avevano fatto a botte. Non avevano motivo di sospettare che sapessi della mazza da baseball. Senza dubbio erano convinti che avessi creduto alla loro storia, che si trovavano a Niagara Falls e non a South Niagara.
Non racconter mai. Non Vi'let Rue.
Sicuro?  solo una bambina.
E comunque che cosa sa? Nessuno di loro sa un cazzo.

Poich...

Poich Non potevano averla fatta, una cosa cos terribile, divent Non l'hanno fatta, quella cosa terribile.
Poich Non pu essere possibile divent Non  possibile. Non era possibile.
Poich Non ci racconterebbero bugie divent Non ci hanno raccontato bugie. I nostri figli.
Sentivi attraverso le assi del pavimento. Sentivi attraverso la bocchetta del riscaldamento. Tra lo sbatacchiare del ventilatore. Sentivi attraverso porte chiuse, e attraverso quei muri della casa che per chiss quale ragione non erano solidi come gli altri, imbottiti di un materiale isolante simile a ovatta che, intravisto una sola volta, durante le riparazioni di un muro, ti aveva scioccata per quanto somigliava a un polmone umano, diritto, verticale.
Come un televisore in un'altra stanza, col volume abbassato. La voce di pap dominante. Quella di mamma molto pi flebile. Una voce implorante, una voce piagnucolosa, una voce spaventata perch pap odiava il piagnucolio, i piagnoni. I tuoi fratelli si guardavano bene dal piagnucolare come dei piscialletto. Alzare la voce, insultarsi a vicenda, spintonarsi lungo le scale, rovesciare un tavolo in corridoio, rompere piatti sul pavimento della cucina - comportamenti del genere erano pur sempre preferibili al disonorevole piagnucolio che pap associava alle donne, alle femmine. Ai lattanti.
Perci, tua madre non osava fare lunghi discorsi. Qualsiasi cosa dicesse, o non dicesse, tuo padre le parlava sopra, la voce irrequieta e ondeggiante come una ruspa fuori controllo. Stava forse concordando una versione insieme a lei? Potresti dire che quella sera sono tornati a casa presto. Prima delle dieci. Te lo ricordi perch...
Avrebbero scelto un programma televisivo. Qualcosa che i tuoi fratelli avrebbero potuto guardare. Ancora meglio: sport. Forse c'era stata la telecronaca di una partita di football quella sera... O un match di pugilato sulla HBO.
Jerome non credo di... non credo di riuscire a...
Senti. Non ci stanno raccontando bugie - ne sono certo. Ma qualcun altro potrebbe avere l'impressione che mentono. I figli di puttana di questa citt che non vedono l'ora di metterla nel culo a dei bravi ragazzi bianchi.
Non costringermi, Jerome... Io, io non credo di farcela...
S che ce la fai! Dannazione, potrebbero essere tornati a casa - potrebbero aver guardato la cazzo di tv. Oppure potrebbe essere che tu ricordi cos e anche se ti sbagliassi loro potrebbero comunque giovarsene.
Niente di tutto questo sentisti. Niente di tutto questo ricordi.

Il soccorso.

Per caso vedesti.
Molto era diventato caso nella tua vita.
Fari di automobile che imboccavano il vialetto, al buio. La macchina di tuo padre che si fermava davanti al garage.
Per caso stavi camminando lungo il corridoio al piano di sopra. Abbassasti lo sguardo, vedendo attraverso le tende leggere la macchina che svoltava dalla strada. Era gi tardi. Non era tornato per cena. Le nove passate. Nessuno chiedeva pi Dov' pap?
Ti fermasti accanto alla finestra del corridoio. Il tuo cuore non batteva ancora fastidiosamente forte. Stavi (semplicemente) aspettando che i fari della macchina si spegnessero. Aspettando che si spegnesse il motore. Aspettando che il familiare rumore di una portiera sbattuta, segno che tuo padre era sceso dalla macchina e si stava dirigendo verso la porta di servizio, ti dicesse Nulla  cambiato. Siamo uguali a prima.
Invece questo non stava succedendo. Tuo padre restava a bordo della macchina (buia).
Il motore era ancora acceso. Fumo chiaro si levava dal tubo di scappamento. Cominciavi a sentire la puzza dei gas di scarico, ad avvertire una lieve nausea.
Eri ferma accanto alla finestra del corridoio. Fissavi il vialetto, la macchina ferma. Aspettavi.
Non sta saturando l'abitacolo di gas di scarico. La macchina non  dentro il garage, non c' pericolo che si avveleni.
Eppure, fumo grigio continuava a levarsi dal posteriore dell'automobile. Puzza di gas di scarico trasportata come cenere dall'aria fredda e umida.
 seduto in macchina. Sta fumando in macchina.
Sta aspettando che gli passi la sbornia. Dentro la macchina.
Ecco dov': in macchina.
 al sicuro. Nessuno pu fargli del male. Lo vedi -  in macchina.
In realt da dov'eri non riuscivi a vederlo. Ma nella tua mente non avevi dubbi, tuo padre era dentro la macchina.
Se beveva, se era quello il motivo per cui tornava tardi la sera, tu non lo chiedevi. Ogni volta che pap rincasava la sera col passo incerto, la fronte aggrottata, il suo bellissimo viso spiegazzato e paonazzo, volevi pensare che era la prima volta e che era una sorpresa inattesa. Non volevi pensare Ti prego no. Non anche stavolta.
Volevi ritirarti velocemente prima che il suo sguardo venisse scagliato, come un rampino, e si aggrappasse alla sua figlia preferita Vi'let Rue.
Era uno di quei giorni seguiti alla morte di Hadrian Johnson in cui sembrava che non fosse accaduto nulla. Eppure... c'era sempre l'attesa che stesse per accadere qualcosa.
Quel giorno i tuoi fratelli non erano stati convocati alla stazione di polizia insieme a O'Hagan. A quanto si sapeva nemmeno gli altri - Walt, Don - erano stati convocati.
Non era (ancora) stato eseguito alcun arresto ma i tuoi fratelli erano animali in gabbia. Tutti in casa Kerrigan erano animali in gabbia.
Avevano smesso di leggere il South Niagara Union Journal. Qualcuno, forse era stato pap, aveva gettato il giornale nel bidone della carta subito dopo che il fattorino l'aveva recapitato la mattina presto.
Perch in prima pagina continuavano a comparire articoli sul brutale pestaggio, sull'omicidio di Hadrian Johnson. Continuava a comparire la foto di Hadrian Johnson. Un ragazzo di colore sorridente, con gli incisivi larghi, lo sguardo rivolto all'ins come in cerca di un volto amico.
Tu vedevi il giornale, di nascosto. Non tutti i giorni ma alcuni giorni s.
Quelli ci stanno uccidendo. Forse tua madre intendeva quelli del giornale. Quelli della televisione.
Accanto alla finestra cominci a sentirti a disagio. Cominci a chiederti se davvero tuo padre  in macchina. Ed  sbagliato da parte tua spiare tuo padre cos come  sbagliato spiare tua madre. Le loro facce che si afflosciano come un fazzoletto di carta bagnato quando credono che nessuno li veda. Oh, tu li ami!
In macchina pap sta (probabilmente) fumando. Forse si  portato dietro una lattina di black ale dal bar. Forse una bottiglia.
Le bottiglie sono pi preoccupanti rispetto alle lattine. Le bottiglie - whisky, bourbon - sono pi recenti rispetto alle lattine.
Nel bidone di plastica della differenziata, bottiglie di vetro che tintinnano una contro l'altra.
Pap non dovrebbe fumare. Pap  stato avvertito.
Due anni fa una macchia sul polmone, ma una macchia benigna. Pressione alta.
Pi di una volta pap ha dichiarato di aver smesso di fumare - questa  davvero l'ultima.
Quando fuma, pap tossisce violentemente. La mattina presto lo senti e ti svegli. Una tosse dolorosa, lacerante come se qualcuno gli stesse raschiando la gola con un coltello.
Anni fa quand'eri bambina pap rincasava col passo agile e baldanzoso, Ehi! Sono tornato.
Ti chiamava Ehi Vi'let Rue! Pap  a casa.
Dov' la preferita di pap? Vi'let RUE!
Quel periodo felice. Chiss, forse pensavi che sarebbe durato per sempre. Adesso ti sembra un cartone in tv, esagerato e non credibile.
Pap non d segno di voler entrare in casa. (Forse si  addormentato, sul sedile del guidatore? Una bottiglia in mano che comincia a inclinarsi e a rovesciare il proprio contenuto...) Ha spento il motore, almeno. Sei sollevata, il fumo pallido-tossico ha smesso di levarsi dal tubo di scappamento.
Adesso entra. Fra pochissimo.
C' un pasto per pap, nel forno. Avvolto nella stagnola.
Anche quando tua madre probabilmente sa che pap non manger la cena che gli ha preparato, nel forno c' un pasto che l'indomani, a met mattina quando in casa non c' nessuno, mamma divorer da sola in cucina spesso senza nemmeno riscaldarlo al microonde. (L'hai vista con una forchetta spilluzzicare, spilluzzicare, e ancora spilluzzicare la carne rappresa, il pur di patate freddo. Hai visto tua madre mangiare senza appetito, spilluzzicando velocemente quel cibo senza sapore.)
Ti sta inquietando la possibilit che in macchina non ci sia nessuno.
Sul vialetto, al buio. Tenue luce riflessa da un lampione sull'asfalto bagnato.
No, non c' nessuno l dentro!
Chiss come, pap ti  sgattaiolato sotto il naso. Non sei riuscita a vederlo.
Oppure, tuo padre si  accasciato privo di sensi. Ha trovato un modo ingegnoso per deviare il monossido di carbonio nell'abitacolo mentre non lo vedeva nessuno...
Il padre di una tua compagna di classe  morto, poche settimane fa. Sconvolgente, ma misterioso. Che cosa vuoi dire?
Non dici niente. Niente da dire. Eviti la ragazza, che tanto non  nemmeno tua amica.
Cos come, a scuola, le tue amiche hanno cominciato a evitare te.
Tu fingi di non farci caso. Di non curartene. Ti nascondi nel gabinetto passandoti un fazzolettino umido sul viso. Perch hai le palpebre cos rosse? Cos gonfie?
Adesso per cominci ad avere paura. Ti chiedi se sia il caso di avvisare tua madre. Ma'? Pap  ancora in macchia,  l da un sacco di tempo... Ma il pensiero di pronunciare tali parole, di far sapere ai tuoi genitori che li spii, impossibile.
E poi succede questo: vedi qualcuno uscire dalla casa quasi direttamente sotto di te e dirigersi verso la macchina ferma sul vialetto.
 forse- tua madre?
Anche lei doveva essere alla finestra, al piano di sotto. Aveva visto i fari imboccare il vialetto. Stava aspettando anche lei.
Infila un giaccone che le sta grande, un giaccone non suo. A testa scoperta sotto la neve leggera che si scioglie subito dopo essersi posata sull'asfalto, e sui suoi capelli.
 coraggioso da parte sua avvicinarsi a pap, pensi. Trattieni il respiro chiedendoti che cosa succeder adesso.
Perch tu, come le tue sorelle e i tuoi fratelli, hai visto tantissime volte tuo padre scacciare la mano di tua madre se solo si sente toccato in un modo che trova offensivo o fastidioso. Hai visto tuo padre fissare tua madre con tale odio da provare l'istinto di scappare in preda al terrore.
Il terrore che quel volto di collera si rivolga verso di te.
Stai osservando con ansia il fianco lontano della macchina dove tua madre, che non riesci a distinguere bene, si china ad aprire la portiera. Tira la maniglia, senza che nessuno dall'interno la aiuti.
E ora, che cosa far? Aiuter tuo padre a scendere?
Non hai mai visto tua madre aiutare tuo padre a fare qualcosa, cos, in questo modo. Ne sei certa.
All'inizio non  chiaro se pap sta per scendere dalla macchina. Se pap  in grado di scendere dalla macchina.
Si  fatto tardi su Black Rock Street. Un quartiere operaio dove le case cominciano a oscurarsi gi alle dieci.
All'inizio dell'inverno, le case cominciano a illuminarsi prima dell'alba.
Per tutta la strada, in inverno, quando il sole  lento a mostrarsi, le finestre delle cucine sono calorosamente illuminate nell'ora prima dell'alba. Ricorderai questo, nel tuo esilio.
Be'... pap  in piedi, sul vialetto del garage.  sceso dalla macchina con l'aiuto di mamma e non sembra arrabbiato con lei. Ha le spalle curve, le gambe che si muovono come se fossero di piombo. La leggerezza che ricordi nel suo corpo quando eri piccola, la gioia rude con la quale danzava in garage, insegnando la boxe ai tuoi fratelli, lo ha abbandonato. La giovinezza lo ha abbandonato. Gli anni di giovane padre, quando i figli e le figlie erano splendidi ai suoi occhi, quando li guardava con amore provando orgoglio paterno nei loro confronti, sono passati.
Osservi impietrita accanto alla finestra. Perch il pericolo non  ancora passato.
Ti prepari: tuo padre far volare via tua madre con una sbracciata improvvisa, la ricoprir di insulti...
Invece no, incredibilmente non sembra succedere questo. Anzi, le ha permesso di cingergli la vita con il braccio. Si tiene fermo contro di lei, si appoggia a lei pesantemente.
Goffamente, con cautela si dirigono verso la casa. Badando a non scivolare sul vialetto dove comincia gi a formarsi uno strato di ghiaccio, sottile come una membrana.
Quali parole si sono scambiati? Cosa avr detto tua madre a tuo padre che ha smussato la sua ira?
Ti sei ritratta dalla finestra. Hai lasciato ricadere la tenda. Non vuoi che uno dei tuoi genitori alzi lo sguardo e ti veda mentre li osservi dalla finestra.
 un fatto straordinario, tuo padre pesantemente appoggiato a tua madre che  parecchi centimetri pi bassa di lui e deve pesare almeno trenta chili di meno. Eppure lo sorregge senza barcollare, tua madre  pi forte di quanto avessi immaginato.
Insieme i tuoi genitori si avvicinano alla casa, avanzando con cautela, come persone molto pi vecchie, come non li hai mai visti. Escono dalla tua visuale, sotto di te. Tu resti immobile in attesa che entrino in casa, in attesa di sentire la porta che si apre e si richiude, cos che tu possa pensare, placata - Sono entrambi al sicuro adesso. Per il momento.

Il segreto I.

C' un segreto tra me e mia madre. In tutti questi anni di esilio non l'ho mai raccontato a nessuno.
Anzi, ci sono segreti. Quale devo rivelare per primo?
In quinta elementare avevo fatto amicizia con una ragazzina, Geraldine Pyne. Diverse volte dopo la scuola Geraldine mi invitava a casa sua, in Highgate Avenue. Il padre era un medico con una specializzazione che mi faceva accapponare la pelle - gastroenterologia. Geraldine viveva in una grande casa di mattoni bianchi con un portico colonnato simile a quello di un tempio. Quando vidi per la prima volta la sua casa provai un brivido di terrore sapendo che a mia madre non sarebbe piaciuta quella mia frequentazione e che se l'avesse scoperta si sarebbe arrabbiata.
Sapevo che avrebbe disapprovato anche mio padre, perch mio padre parlava con acredine dei taschepiene. Ma mio padre non avrebbe mai saputo di Geraldine Pyne, mentre era possibile che mia madre lo scoprisse.
I giorni in cui ero invitata da Geraldine per cena in genere Mrs. Pyne veniva a prenderci a scuola e dopo era lei stessa o la governante a riaccompagnarmi a casa; non si accennava mai al fatto che potesse venire a prendermi mia madre.
La station wagon di Mrs. Pyne non era una vettura molto speciale, a differenza della lunga, scintillante Lincoln nera guidata dal dottor Pyne. Perci se mia madre avesse guardato fuori dalla finestra e mi avesse visto scendere, non avrebbe avuto motivo di allarmarsi o insospettirsi.
E la stessa Geraldine, se a mamma fosse capitato di vederla, non sembrava certo una ragazzina speciale. Dal suo aspetto dimesso (occhiali di plastica rosa, scintillante apparecchio ai denti, sorriso timido) non avresti mai pensato che fosse figlia di genitori facoltosi, n che fosse una ragazzina benvoluta (almeno dalle altre femmine e dalla maestra) e per giunta un'alunna modello.
Geraldine era figlia unica. Questa mi sembrava una cosa magica. Cos come a lei sembravano magici i miei fratelli e le mie sorelle, tutti pi grandi di me.
Non ti toccher mai stare da sola, disse un giorno Geraldine con un sospiro di desiderio.
Trattenni a stento una risata. Intanto perch non era affatto vero, e poi perch che senso aveva desiderare una cosa del genere? Una figlia unica non poteva avere la minima idea della baraonda di casa Kerrigan.
Trovavo imbarazzante che Geraldine mi confidasse che i suoi genitori avevano sperato in un altro figlio, ma che Dio non l'aveva mandato. Nella famiglia Kerrigan nessuno parlava di argomenti cos intimi a cuor leggero. Non riuscivo nemmeno a immaginare mia madre o mio padre che condividevano con me certe informazioni.
Io ero grata di non essere figlia unica. I miei genitori avrebbero avuto soltanto me e io soltanto loro da amare; sarebbe stato come dover fissare con le palpebre strizzate una luce che non si spegne mai.
Di invitare Geraldine in casa nostra non me la sentivo perch ero convinta che si sarebbe imbarazzata per me. In particolare, avrebbe visto le aiuole piene di erbacce di mia madre, sempre infestate di cardi e rovi e da rozzi fiori selvatici come il solidago, cos diversi dalle splendide, eleganti rose del giardino di sua madre, tutte con i loro nomi, che un giorno Geraldine mi elenc orgogliosamente, come una poesia - Damasco, Fresia, Peace, American Beauty, Aryshire. Avrebbe visto quanto era ordinaria la nostra casa rispetto alla villa dei Pyne, sebbene mio padre ne fosse cos orgoglioso, un orgoglio che a me pareva assurdo: come se fosse di fondamentale importanza che una casa di legno di Black Rock Street fosse ben tinteggiata, le scandole del tetto accuratamente fissate, le grondaie ripulite dalle foglie, il viottolo di accesso e il vialetto del garage in condizioni decenti nonostante cominciassero (si vedeva, se guardavi attentamente) a spaccarsi in migliaia di pezzi come un puzzle da quattro soldi. In particolare, Geraldine sarebbe rimasta inorridita dal frastuono dei passi dei miei fratelli su e gi per le scale, pesanti come una mandria, le loro voci ululanti cos lontane dall'esperienza quotidiana che lei viveva nella villa di Highgate Avenue. Per non parlare della possibilit che mio nonno sbucasse dalla sua catapecchia sul retro della casa, vecchio, trasandato, instabile sulle gambe e sconcertato alla vista di una strana ragazzina - Ehil! E tu chi cacchio sei?
Poi, per, mia madre scopr che il padre della mia amica Geraldine era un medico - il dottor Morris Pyne. Era sconvolta, incuriosita. Volle che le mostrassi dove abitavano i Pyne e mi port in macchina fino a Highgate Avenue perch le indicassi l'abitazione. Era una richiesta cos insolita da parte di mia madre, la quale raramente usciva di casa se non per andare in chiesa o fare la spesa e altrettanto raramente dimostrava il bench minimo interesse per i compagni di scuola dei figli, che l per l pensai stesse scherzando.
Dai, ma'. Perch lo vuoi sapere? Non  niente di speciale.
Niente di speciale! Highgate Avenue? Vedremo.
Nessuno avrebbe saputo di quel viaggio. Solo Lula e Violet Rue, alla ricerca dalla villa del dottor Morris Pyne al numero 11 di Highgate Avenue.
Fu come avevo temuto: mia madre si indispett alla vista della grande casa di mattoni di un bianco immacolato, con il portico e le colonne, al centro di un ampio terreno alberato.  enorme! Che te ne fai di una casa cos grande e vistosa? Neanche fosse la Casa Bianca. La sua voce era ferita, amareggiata, sarcastica.
Io mi feci piccola piccola sul sedile del passeggero accanto a lei. Terrorizzata, per quanto potesse essere improbabile, dalla possibilit che Mrs. Pyne potesse sorpassarci per imboccare il vialetto asfaltato che disegnava una curva elegante di fronte alla villa e riconoscesse nel posto del passeggero della nostra macchina una delle compagne di scuola della figlia.
Cercai di spiegare a mia madre che Geraldine Pyne era una delle alunne pi simpatiche della classe. Non era una ragazzina viziata e non avresti mai pensato che fosse una riccona. Una ragazzina molto riflessiva, tranquilla, che per chiss quale motivo (Dio solo sapeva perch) mi aveva presa a benvolere.
Dice che sono divertente. Ride per le battute che faccio, quando gli altri non le colgono nemmeno. E Mrs. Pyne -
Mia madre mi interruppe bruscamente: Ci guardano dall'alto in basso. Le persone come loro. Non dirlo a me.
Non avevo mai visto il suo volto tanto sformato, contorto. L per l pensai che stesse scherzando...
Dai, ma'. Non sono niente del genere. Ti sbagli.
E tu che ne sai? 'Ti sbagli' - col cavolo che mi sbaglio.
Continu a guidare, inferocita. A me non veniva niente da rispondere - mia madre, la cui conversazione era solitamente affabile e leggera, come il sottofondo di una radio, mi stava spaventando.
Mentre riprendeva la strada di casa, guidando a scatti lungo un percorso tortuoso, mia madre mi raccont con voce dura, aspra, che da ragazza aveva fatto le pulizie nelle maledette case di questo quartiere. Case di ricchi. Era stata costretta a mollare la scuola a sedici anni, la famiglia aveva bisogno di soldi. All'inizio aveva lavorato insieme a una cugina, che si occupava di reperire i clienti, ma poi aveva scoperto che la cugina la fregava e si era messa in proprio. Cinque anni. Aveva lavorato sei giorni alla settimana per cinque anni finch non aveva conosciuto mio padre e si era sposata, aveva cominciato a fare figli e a occuparsi, sette giorni alla settimana, della propria casa. La sua voce cresceva e si abbassava in una rabbiosa cantilena-
mollato la scuola, sedici anni, sposata, cominciato a fare figli. Sette giorni alla settimana.
C'era in quelle parole un'acredine particolare rivolta contro di me. Perch una dei figli ero io. E io, facendo un'insensibile, offensiva comunella con il nemico, l'avevo tradita.
In quelle case dovevo mettermi in ginocchio e sfregare. I pavimenti delle cucine, i pavimenti dei bagni. Dovevo lavare con il Vim i loro water e le loro vasche sudicie. Scopettoni, stracci, pagliette. Dovevo disfare i loro letti puzzolenti e lavare lenzuola, asciugamani, mutande e calzini. Dovevo trascinare i secchi della spazzatura fino al marciapiede, talmente pesanti che mi si indolenzivano le braccia. A volte i figli tornavano da scuola prima che avessi finito e sporcavano di nuovo il bagno, cos mi toccava pulirlo da capo. I lavandini che avevo sfregato alla perfezione, gli specchi che avevo tirato a lucido, mi toccava ripassarli. Gli schizzi di piscio sul pavimento. Ridevano di me - i maschi. Maledetti mocciosi viziati. Sempre che si accorgessero della mia presenza.
Distratta da quei ricordi mia madre continuava a frenare e accelerare. Lacrime di dolore le gonfiavano gli occhi. Nessuno di noi - i suoi figli - aveva mai saputo niente di questo dolore, ne ero sicura - ero sicura che non l'avesse mai raccontato a nessuno, altrimenti sarei in qualche modo venuta a saperlo.
Oh, si consideravano generosi! A volte mi davano del cibo da portare a casa, avanzi di frigo che loro non volevano, cose andate a male, irrancidite, schifezze - 'Tieni, porta questo a casa e per favore ricordati di restituirmi il Tupperware la prossima settimana.' Al pranzo non dovevo dedicare pi di venti minuti. Non dovevo sedermi - non amano vedere una donna delle pulizie seduta, la considerano un'offesa. N usare uno dei loro maledetti bagni. Se devi lavarti le mani, usa la carta assorbente. Mica una delle loro maledette salviette. In alcune di queste ville lavoravo tutta la mattina, mi veniva una tale fame che mi faceva male la testa. Proprio quella! Ho lavorato nella loro casa - me lo ricordo...
Cercai di protestare: i Pyne non vivevano nella casa di mattoni bianchi a quei tempi. Ci si erano trasferiti da pochi anni. Quelli a cui si riferiva lei dovevano essere i proprietari precedenti. Mrs. Pyne era una donna gentile, educata, splendida, non una snob, non una crudele-
Mia madre mi interruppe aspramente: Tu! Stupida bambina! Che ne vuoi sapere tu? Tu non sai niente.
Non l'avevo mai sentita parlare in quel modo. Era come se al suo posto ci fosse un'altra donna, brutale e inconsolabile.
Ora stavamo rallentando davanti a un altro edificio, ancora pi maestoso, al numero 38 - una villa vittoriana al di l di una recinzione di ferro battuto alta due metri con un minaccioso cartello appeso al cancello: INGRESSO PRIVATO. CONSEGNE SUL RETRO.
Questa anche - sono stata anche in questa casa. E tuo padre no.
Non sapendo cosa intendesse dire esattamente non risposi.
Lo sai chi ci abita qui?
S, lo sapevo. Ritenevo di saperlo. Ma feci la gnorri, dissi di no. Non volevo incappare ulteriormente nelle sue ire.
Tuo padre non l'ha mai saputo. Non gliel'ho mai detto. Che ho fatto la serva in Highgate Avenue. Che i miei genitori mi avevano costretta a lavorare. Costretta a lasciare la scuola. E una delle case dove facevo le pulizie era quella di 'Tommy' Kerrigan - questa qui. Forse 'Tommy' non ci vive pi - forse si  ritirato e vive in Florida. Forse  morto - lo stronzo! Quando era sindaco di South Niagara e sposato con una certa Eileen - la sua seconda moglie, o la terza. Fu lei a prendermi a servizio, era lei che mi pagava, ma 'Tommy' era ancora in casa certe volte la mattina quando arrivavo. Stava giusto uscendo dalla camera, finendo di vestirsi - lurido maiale. Una volta ebbe il fegato di chiedermi di tagliargli le unghie dei piedi! Vide l'espressione del mio viso e scoppi a ridere. 'Non temere, Lula, ho i piedi puliti. Vieni a vedere.' Mrs. Kerrigan non ha mai saputo come si comportava il marito con la serva. E se lo sapeva faceva finta di niente. Le mogli dei ricchi imparano presto a fingere. Altrimenti si ritrovano in mezzo a una strada esattamente come le serve. Mi pagava al di sotto del minimo salariale. Mi pagava in banconote da un dollaro. Dovevo lucidare la loro maledetta argenteria - i Kerrigan organizzavano cene in continuazione. Dovevo respirare quel lucido rosa puzzolente che mi dava il voltastomaco. Usare una candeggina schifosa che quasi mi faceva svenire. E sul lato del letto di 'Tommy' - macchie di merda. Speravo con tutto il cuore che non le lasciasse di proposito. Eppure ero riconoscente per il lavoro, ero troppo giovane e ingenua. Le nere lavoravano per meno rispetto a noi e cos in breve tempo le ragazze bianche smisero di trovare lavoro in Highgate Avenue. Dubito che oggi a South Niagara ci siano donne delle pulizie bianche. Tuo padre non ha mai saputo niente di tutto questo. Lui viveva nella sua nuvola, credeva quello che voleva credere, di qualsiasi cosa. Sono quasi tutti cos, gli uomini. Ancora oggi Jerome non sa che ho visto Tommy Kerrigan faccia a faccia. Non sa che sono stata in ginocchio in questa maledetta casa, n nelle altre. Era come convinto che non avessi avuto una vita prima di incontrarlo - non mi ha mai chiesto niente. Si sarebbe rifiutato anche solo di toccarmi - se avesse saputo...
Ormai ci eravamo lasciati il quartiere alle spalle. Mia madre guidava in maniera pi regolare. La sua furia si stava placando, la voce incrinata da qualcosa di simile alla vergogna. A me non veniva niente da dire, il cervello si era spento e in seguito mi sarebbe stato difficile ricordare quello che mia madre aveva detto, e perch lo aveva detto; quali umilianti verit aveva pronunciato mentre ero seduta rigida accanto a lei senza il coraggio di guardarla in faccia.
Fu il momento pi intenso tra me e lei. Eppure, ne avrei conservato un ricordo imperfetto.
Quando fummo di ritorno in Black Rock Street mia madre aveva l'aria stanca. Non mi ero accorta che aveva pianto. Il viso cereo era bagnato di lacrime che si asciug con un fazzolettino. Aveva cambiato stato d'animo. Intuii che adesso era dispiaciuta. Mi raccomand di non dire a nessuno quello che mi aveva raccontato - Non capirebbero, si farebbero una brutta opinione di me. E tuo padre... gli susciterei soltanto schifo.
Avrei voluto protestare No. Noi ti vogliamo bene, mamma. Ma le parole non uscivano.
Giuralo! Giura che non lo dirai a nessuno, Violet. Nemmeno a Katie. A... nessuno.
Rapidamente giurai di s. Le dita sulla maniglia della portiera, con la smania di fuggire.

Il segreto II.

E un altro segreto pass tra Lula Kerrigan e sua figlia Violet Rue.
Stavo guardando la televisione dopo la morte di Hadrian Johnson, cosa vietata - se mamma l'avesse saputo.
Stavo guardando il notiziario locale e vidi intervistati la madre e il fratello maggiore di Hadrian Johnson. Visi stravolti dal dolore. Visi dalla pelle scura, e occhi esattamente uguali ai nostri. Sentii parole di dolore che erano le nostre parole, le stesse che un giorno avremmo potuto pronunciare anche noi. C'era Mrs. Johnson che si asciugava gli occhi con un fazzolettino, come avrebbe potuto fare mamma. Una donna di mezza et piegata dalla sofferenza, che scuoteva la testa sgomenta. Perch? Perch qualcuno aveva voluto fare del male a Hadrian, che era cos buono con tutti? Che voleva bene a cos tante persone?
Cominciai a piangere anch'io. In quei giorni piangevo spesso. Le lacrime si accumulavano contro la superficie degli occhi, il minimo pretesto le faceva sgorgare. Se n' andato davvero. Un ragazzo  morto davvero. L'hanno ucciso.  reale. In bocca un sapore come di monetine di rame mi dava i conati.
Mia madre piomb nella stanza e spense il televisore. Era arrabbiata, incredula - Te l'ho detto, niente tv. Come se non te l'avessi detto! Mi avrebbe dato un ceffone se solo non mi fossi ritratta in tempo.
Non lo sai, santo cielo? continu furiosamente. Lo fanno soltanto per la televisione. Per avere attenzione, spingere la gente a provare pena per loro. Cos, se intenteranno causa...
Lasci la frase a met come se, per la prima volta, sentisse ci che stava dicendo.
Cercai di protestare: e se fosse stato ucciso uno di noi? Pestato a morte con una mazza da baseball? Non sarebbe stata addolorata anche lei? Non avrebbe pianto?
Mazza da baseball? Quale- mazza da baseball?
Mamma mi guard sbattendo le palpebre, confusa. Mi era uscita di getto - nessuno sapeva della mazza da baseball di Jerr. L'arma del delitto non era mai stata trovata.
A voi- a voi non succederebbe mai, disse mamma balbettando. Non a uno di noi. No...
Poi si ritir in cucina. Dove sentii un cassetto che si apriva, si richiudeva. Lo sportello di un pensile aprirsi, richiudersi. Con il cuore in gola la seguii, senza sapere che cosa avrei detto. Sono stati Jerr e Lionel, mamma. Li ho visti con la mazza da baseball. Stavano cercando di lavarla in garage, poi l'hanno portata via per seppellirla. Sono loro... quelli che la polizia sta cercando. Ma la mamma mi dava la schiena, davanti al lavandino con il rubinetto aperto al massimo. Era furente, tremava. Non si gir. Non diede segno di aver sentito le mie parole n di essersi accorta che l'avevo seguita in cucina. Il telefono di plastica verde avocado appeso alla parete cominci a squillare ma mia madre non aveva pi intenzione di me di rispondere.

L'ultima confessione.

Ero la ragazzina che non piangeva mai. Che non si lamentava mai.
Non ero la bimbetta sdegnata da mio padre e i miei fratelli, o vezzeggiata e rincuorata da mamma e sorelle.
Adesso invece piangevo facilmente, piangevo spesso. Le lacrime mi gocciolavano dagli occhi prima ancora che cominciassi a piangere davvero, come un rubinetto difettoso. La pelle era sensibile come una pelle scottata dal sole che prova dolore non appena qualcosa la sfiora. Le palpebre arrossate, infiammate e gonfie e irritate come se le avesse punte una zanzara.
A casa e a scuola. A scuola e a casa.
Il sabato mattina alla San Matteo dove mamma portava me e Katie in modo che l'indomani mattina a messa potessimo fare la comunione insieme a lei, Noi tre soltanto.
I figli pi grandi cominciavano gi ad allontanarsi dalla chiesa. Saltavano la messa sordi alle preghiere e alle minacce da parte di nostra madre, dato che pap non mostrava alcun interesse per la frequentazione della chiesa ma solo un vago rispetto per la religione - per la Chiesa, anche se non per Dio o Ges Cristo in particolare. (Pap avrebbe ridacchiato di imbarazzo se qualcuno gli avesse chiesto a bruciapelo se credeva nell'uno o nell'altro.)
In chiesa il sabato mattina padre Greavy confessava dalle nove a mezzogiorno. Nella gabbia del confessionale, con la griglia che sembrava una piccola finestra zanzariera, vedevi il suo indistinto profilo ma non dovevi vedere lui. Il prete ascoltava la tua contrita sussurrata confessione ma non doveva vedere te.
Nella confessione il prete fa le veci di Cristo.  il potere di Cristo a perdonare i peccati, ma solo se il peccatore  sinceramente pentito.
Io non sapevo se era un peccato, che non avessi detto a nessuno dei miei fratelli e della mazza da baseball. Avevo giurato ai miei fratelli di mantenere il loro segreto senza nemmeno sapere che segreto fosse. Loro me lo avevano chiesto e io avevo detto S. Lo giuro.
A catechismo avevo imparato che esistono i peccati di omissione. Sono i peccati pi difficili da contemplare perch, in effetti, non esistono; non sono atti ma assenza di atti.
Il confessionale aveva un odore acre e malinconico come di vestiti vecchi. Mi inginocchiai, con la bocca secca. Avevo sempre la bocca secca in quello spazio cos claustrofobico. Nella mia giovane vita nulla era inquietante, imbarazzante quanto la confessione. Bisbigliare Benedicimi padre, perch ho peccato. L'ultima volta che mi sono confessata  stata una settimana fa.
Ogni settimana mia madre mi portava con lei alla San Matteo e da padre Greavy nel confessionale. Ogni tanto c'erano altri sacerdoti pi giovani che lo assistevano ma mia madre sapeva sempre qual era il confessionale che padre Greavy stava usando, impossibile non saperlo, sentivi il mormorio dei preti e li riconoscevi, anche se non riuscivi a distinguere le parole precise.
Ogni settimana ero obbligata a recitare a padre Greavy una litania di peccati. Fortunatamente, in fondo al mio libretto di preghiere, che era un libro di preghiere per bambini cattolici, era offerto un elenco di possibilit: disobbedire ai genitori, distrarsi durante la messa, raccontare bugie, dire le parolacce, nominare il nome di Dio invano. Peccati pi misteriosi e sinistri erano i pensieri impuri - gli atti impuri - dai quali io mi astenevo disgustata, persino a prenderli in considerazione.
Questi erano peccati veniali, peccati minori. I peccati mortali erano tutt'altro, territorio degli adulti.
Non c'era da meravigliarsi che i miei fratelli evitassero la confessione. Erano diventati troppo rozzi per tali esami di coscienza, cos come erano diventati troppo insofferenti all'autorit sacerdotale per farsi abbastanza piccoli da entrare nel confessionale. Se si parlava di confessione Miriam reagiva con un risolino di disagio; non faceva la comunione da mesi. (Perch Miriam era fidanzata. Quali che fossero di preciso i comportamenti impuri, era improbabile che Miriam potesse evitarli col suo ragazzo.)
Preparandoci al calvario della confessione, io e Katie ridevamo nervosamente tra di noi come avremmo riso nel prepararci a una visita medica nella quale avessimo dovuto spogliarci completamente e stenderci nude e tremanti su un tavolo, coperte solo da un esile camice di carta. Poich imprecare era proibito ci azzardavamo a pronunciare parole proibite - dannato, dannazione, maledizione. Ci sfidavamo l'un l'altra a imprese memorabili - cazzo, merda, figlio di puttana, stronzo bastardo. Vaffanculo! Che mortificazione sarebbe stata se ci avessero sentite i nostri fratelli o nostro padre, dei quali scimmiottavamo il linguaggio, oppure nostra madre, che si sarebbe scandalizzata.
Ogni settimana quando finivo il mio angosciato bisbiglio di peccati veniali, il viso rosso dall'imbarazzo, padre Greavy replicava con forzata pazienza E c' qualcos'altro che devi dire, figliola? Al che io mormoravo No, padre.
Come se quei peccati veniali potessero essere minimamente interessanti per un adulto, figurarsi per Dio! Eppure, padre Greavy era obbligato a comportarsi come se lo fossero.
Quel sabato per, dodici giorni dopo la morte di Hadrian Johnson, mi sembr di avere la gola strozzata quando il parroco mi rivolse la solita domanda - C' qualcos'altro che devi dire. Curva e immobile, non riuscivo a parlare. Invece scoppiai a piangere.
Ci fu una pausa di stupore. Ormai ero grande, dodici anni, da anni non piangevo davanti agli altri, non cos. Ed ero sicura che padre Greavy sapesse chi ero, magari non per nome, ma che ero una delle figlie di Jerome Kerrigan s.
Era evidente che padre Greavy non gradisse quella contravvenzione alla consuetudine. Sentivo distintamente il suo respiro. Immaginavo i suoi piccoli occhi umidi che si agitavano nelle orbite, per l'allarme e l'esasperazione. Ma il confessore non aveva alternativa se non chiedermi che cosa c'era, chiamarmi Cara figliola.
E cos glielo dissi. Cercai di dirglielo. Tirando su col naso, tossendo, cercando di tenere bassa la voce in modo che le persone sedute nelle panche vicine al confessionale non potessero sentire. Con voce incerta e affrettata gli raccontai dei miei fratelli che erano tornati tardi la sera in cui Hadrian Johnson era stato pestato, e di quello che avevo origliato, che gli avevo visto fare in garage, mentre cercavano di lavare una mazza da baseball, ma padre Greavy mi interruppe obiettando che non avevo idea di ci che stavo dicendo. Queste sono accuse gravi.
Ammutolii immediatamente. Il cuore mi martellava nel petto.
Con un bisbiglio sibilante padre Greavy disse che erano in gioco le vite dei miei fratelli. No, no! Non voleva sentire altro.
In un attimo la tipica letargia del confessionale era svanita. Il corpulento prete, di mezza et, querulo, con i radi capelli grigio topo, il naso grassoccio tempestato di puntini rossi, l'abitudine di schiarirsi rumorosamente la gola dal catarro come se fosse ghiaia, era stato bruscamente svegliato dal suo torpore, aveva raddrizzato la schiena e mi fissava di sguincio attraverso la grata della finestrella con occhi di falco, vigili e taglienti.
Padre Greavy non voleva altre isterie a proposito di una mazza da baseball. O a proposito di Hadrian Johnson che non apparteneva nemmeno alla sua parrocchia. Non voleva rogne, se interrogato avrebbe risposto che non aveva la minima idea di chi fossi. Come confessore non desiderava conoscere l'identit dei penitenti. N aveva sentito con chiarezza le balbettanti parole della ragazzina.
La confessione sembrava giunta al termine. Il prete bofonchi parole di assoluzione e mi conged con l'ordine di recitare sei Ave Maria e quattro Padre Nostro. Turbato com'era aveva dimenticato le umili parole che di solito concludevano il rito della confessione - Prega per me, figliola.
Brancolando mi trascinai fino a una panca vuota. Mi inginocchiai e nascosi il volto tra le mani. Le mie labbra si muovevano meccanicamente mentre recitavo le familiari preghiere - Ave Maria piena di grazia. Padre Nostro che sei nei cieli. Il cuore batteva all'impazzata ma anche con una sorta di esaltazione come se avessi scampato per un pelo un terribile pericolo. Provavo una profonda vergogna eppure mi sentivo sollevata. Perch ci avevo provato. Ci avevo provato e mi era stato detto di tacere, e adesso potevo andarmene assolta dai miei peccati.
Quella sarebbe stata l'ultima confessione della mia vita.

Buon Dio che cosa ha combinato Violet stavolta
Ti stava aspettando. Lo sapevi.
Ti disse Ehi. Dov' che vai, pischella.
Tu sorridevi. Un sorriso ampio. Sciocca come una zucca di Halloween.
Eppure abbastanza cauta da restare a distanza. Qualcosa negli occhi di tuo fratello, come biglie di vetro screpolato, ti metteva in guardia.
I suoi videogame preferiti avevano titoli come Pit-Fighter, Cyberball, Primal Rage. La sua serie di film preferita era Terminator e la seconda Mad Max.
Era cresciuto in altezza, aveva messo muscoli sulle spalle e sul torace. Collo taurino, mascella squadrata. Astuti occhi color della pietra sotto folte sopracciglia. Ancora qualche anno e sarebbe diventato pi alto e robusto del fratello maggiore che ammirava da sempre. Avrebbe avuto la taglia del padre e il suo stesso modo di stringere e aprire i pugni quando si sentiva osteggiato.
Irremovibile come Jerome senior. Spietato.
A distanza di molti giorni dal pestaggio di Hadrian Johnson il taglio sulla guancia non era ancora guarito. Lionel continuava a stuzzicarselo con le unghie rotte e bordate di nero. Se lo stuzzicava senza accorgersene. Ogni giorno il taglio tornava a sanguinare. Ogni giorno Lionel si puliva le dita sulla maglietta, maporcaputtana. Che cazzo gliene fregava, non gliene fregava. Non molto. Quei giorni, settimane. Di attesa. Aspettare che i dannati poliziotti tornassero. Aspettare di essere ammanettato. Avrebbe dichiarato di non sapere come cazzo si era procurato quel taglio sul viso. Chi lo avesse colpito, la sventagliata di un pugno, la sventagliata di una mazza da baseball che gli aveva pizzicato la pelle, o che lo aveva centrato facendolo quasi cadere a terra, chi cazzo era stato Lionel non lo sapeva ma chiunque fosse stato avrebbe voluto ammazzarlo con le sue stesse mani quel bastardo e forse un giorno, quant' vero Cristo forse un giorno l'avrebbe fatto.
Lividi sul petto, e sulle braccia. Lividi come macchie d'olio. La sera di cui continuavano a chiedergli lui era ubriaco marcio, non si ricordava un cazzo e quello era un fatto, cazzo.
Voleva farlo. Lo sai. Lo sapevi all'epoca. Ne eri certa.
Spingerti gi per le scale della cantina come se fosse uno scherzo. Alla base della schiena. Tu pesavi una quarantina di chili. Arrivavi s e no a un metro e mezzo. Ti saresti spaccata la testa sul pavimento di cemento. Spezzato il collo in un istante allo stesso modo in cui (alla tv) una iena spezza il collo alla preda. Oppure ti avrebbe stretta in un angolo del garage un pomeriggio dopo che eri tornata da scuola e in casa non c'era nessuno. Indossando i vecchi guanti di pelle di pap abbandonati su un tavolo da lavoro in garage. Infilandosi quei guanti screpolati che gli stavano larghi ma comodi. Fissandoti con interesse come se stesse strappando le ali a una farfalla mentre intanto ti prendeva a pugni, a pugni, a pugni la faccia che mai avevi immaginato fosse cos delicata da sanguinare al primo colpo.
E la testa, mentre cadevi. L'osso del cranio non cos duro e protettivo come avresti desiderato credere. La testa che scivolava lungo il muro. Ragnatele sul muro di cemento, e ragnatele tra i tuoi capelli. Le orbite rotte, ematomi a entrambi gli occhi. Mascella rotta, penzolante. Denti rotti. La cartilagine del naso maciullata. Una gragnola di pugni, pugni, pugni. Rapidi. Jab sinistro, diretto destro.
Tieni chiusa quella cazzo di bocca, prova ad aprirla adesso.
Omicidio preterintenzionale era il massimo possibile dell'accusa. Non omicidio volontario. Catena di circostanze, eventi fortuiti. Nulla di premeditato. Cristo! Ragazzi cos giovani, stanno tutto il giorno con la testa fra le nuvole, figurarsi se avrebbero potuto premeditare qualcosa. Come cercare di premeditare una cacata. Non puoi.
E comunque, loro non ne sarebbero stati capaci. Non l'avevano fatto. Erano arrivati per caso alle spalle del ragazzo in bicicletta e non l'avevano nemmeno visto in faccia. Avrebbero giurato.
Avrei dovuto spintonarti pi forte gi per le scale. Avrei dovuto spaccarti quella testaccia. Un fottuto sbaglio, essere stato pietoso.
Avevi immaginato che Lionel non stesse pi guardando dalla tua parte. Non fosse pi consapevole della tua presenza. Distratto, pensieroso. Si mordeva il labbro, aggrottava la fronte. Aspettava che il telefono squillasse. Non era mai stato un ragazzo che pensava molto e adesso invece era diventato un animale divorato dal pensare, dall'architettare. Come se dentro avesse qualcosa, un essere vivente. E gli occhi, cerchiati dalla fatica. Lo avevi notato fare una smorfia nella tua direzione ma non rivolta a te. Concentrare lo sguardo oltre te e non sul tuo viso. Oltre la tua spalla.
Guardando se c'era in giro qualcuno. Osservando, stando in ascolto. Se c'era mamma nella stanza accanto. Se qualcuno di loro sarebbe accorso in aiuto.
Quando successe non fu sulle scale della cantina e non fu in garage. Niente guanti di pelle. E nessun preavviso.
Eri uscita a controllare le mangiatoie per uccelli rimaste senza becchime, abbandonate e ghiacciate dietro la casa, e ti eri ricordata all'improvviso, quando (probabilmente) era troppo tardi, che gli uccelli avevano gi preso il volo verso altri lidi. Stupidamente ti eri avventurata fuori, uscendo dal retro della casa dove i gradini di pietra non erano ancora stati cosparsi di sale, spalati dalla neve.
In casa tuo fratello Lionel aveva dato l'impressione di ignorarti letteralmente sbadigliando in tua presenza per rassicurarti, cazzo se ne sbatteva le palle di te e invece eccolo, tutto a un tratto alle tue spalle. Appena dietro di te, ansimando per quella che doveva essere (avresti dedotto a posteriori) eccitazione. Una spinta alla schiena come per caso e tu scivoli, cadi sui gradini ricoperti di ghiaccio - succede cos in fretta che sei colta completamente alla sprovvista.
Ehi! Sta' attenta! Troppo tardi giunge l'avvertimento di Lionel, beffardo. E un finto gemito di rimprovero e premura: Ohhh Vi'let, che diavolo fai? cazzo.
La violenza del colpo alla testa ti ha messa ko. Due, tre secondi di vuoto - nebbia. Ti risvegli stupita di trovarti riversa sul terreno ghiacciato. Un pulsare alla tempia sinistra dove qualcosa, l'aguzzo spigolo ghiacciato di un gradino, ha tagliato la pelle sottile come carta, liberando un rivolo di sangue. Hai la gamba sinistra piegata sotto di te, a un angolo impossibile in corrispondenza del ginocchio. La quantit di sangue perso cos rapidamente ti lascia sbigottita. Sei troppo sconvolta per preoccuparti che potresti morire dissanguata.
Ricorderai Lionel accovacciato famelicamente sopra di te nonostante stia sopraggiungendo di corsa Miriam, dall'interno della casa deve averti sentita gridare anche se tu il tuo grido non l'hai sentito, e in quell'istante Lionel non c' pi - dov' andato? sparito - e Miriam si china su di te e ti solleva con delicatezza, cercando di confortarti, cercando di non lasciarsi prendere dal panico per il sangue, spiegandoti che sei scivolata sul ghiaccio, che hai battuto la testa e ti sei spaccata la fronte ma che non  niente. E quando Miriam riesce a metterti seduta su uno dei gradini, a tamponare in qualche modo il flusso di sangue con i fazzolettini che ha nella tasca del giaccone, e infine con il giaccone stesso, ecco che arriva tua madre sulla porta instabile sulle gambe, ti fissa, ti rimprovera: Oh, buon Dio che cosa ha combinato Violet stavolta.

La rivelazione.

Violet? C' qualcosa che non va? china su di me, gli occhi fissi e preoccupati. Ti sei fatta male?
Perch Ms. Micaela non poteva, non osava chiedere Qualcuno ti ha fatto del male?
Ms. Micaela era al corrente come tutti delle voci sui miei fratelli. L'aula appello intanto si era svuotata. La campanella della prima ora era suonata fragorosa e beffarda e io ero rimasta sulla mia sedia frastornata, fiacca e (apparentemente) spaesata.
Mi ero trascinata zoppicando in aula appello molto prima della campanella. Boccheggiante e decisa a non dare spettacolo mi ero seduta con cautela nel banco a me assegnato ed ero quasi stramazzata sul sedile non riuscendo a piegare (agevolmente, senza dolore) il ginocchio sinistro tumefatto.
Con la bocca asciutta e gli occhi tutt'altro che asciutti. Il naso colante.
Avevo le palpebre grandi il doppio del normale, rosse e irritate. Chi si fosse girato a guardarmi avrebbe visto il mio sguardo iniettato di sangue incrociare il suo da un paio di occhi gonfi e mi avrebbe (forse) riconosciuta ma si sarebbe anche (probabilmente) affrettato a guardare altrove.
Non osavo grattarmi le palpebre con le unghie eppure non resistevo.
Un prurito simile  doloroso e al tempo stesso piacevole come toccarsi nel posto proibito segreto. Come quello provocato dalla pelle maciullata della mia fronte che, se la sfioravo appena, cominciava immediatamente a farmi male. No, no! - non toccare.
La ferita segreta non poteva vederla nessuno. Nascosta sotto un cerotto.
Mia madre la sera prima mi aveva dato l'aspirina, per farmi dormire. Diverse aspirine a basso dosaggio, per bambini.
(Ma ero ancora una bambina, a dodici anni? Secondo me no.)
Miriam avrebbe voluto portarmi in ospedale per far esaminare e suturare il taglio. Eseguire una lastra alla testa. Al ginocchio.
Mamma per era agitata, terrorizzata. Tutto quel sangue!
Mamma mi era sembrata pi turbata dal sangue, dal sangue in s che aveva sporcato i miei vestiti, il giaccone di mia sorella, che era gocciolato sul pavimento di linoleum quando Miriam mi aveva accompagnata barcollante in cucina, che non dalla ferita.
Aveva insistito per medicarla lei stessa. Non aveva voluto farne una tragedia.
Non aveva voluto l'ospedale, il pronto soccorso. L'attenzione di sconosciuti.
E cos con dita tremanti mi aveva medicato lei stessa la ferita. Premendoci sopra, per tamponare l'emorragia. Sciacquandola con acqua fresca. Applicando la tintura di iodio che bruciava come un fuoco.
Poi, coprendo accuratamente il taglio con un grosso cerotto quadrato bianco della Johnson & Johnson.
Ricordando come incidenti del genere siano all'ordine del giorno quando i figli sono piccoli. Tagli alle ginocchia, tagli ai gomiti, cadute dalla bicicletta, dall'altalena, sgambetti sul marciapiede, bernoccoli in testa. I bambini!
Era vero, la piccola ferita alla fronte sopra l'occhio sinistro si era rivelata non troppo profonda. Le ferite alla testa sanguinano da matti, si sa. Macchie di sangue dappertutto. Oh Violet. Ne combini sempre una.
Ero dispiaciuta. Ovviamente ero dispiaciuta di aver sporcato di sangue i vestiti di tutti compresi i miei, e il pavimento che mia madre teneva immacolato come meglio poteva. Avevo singhiozzato, tirato su col naso, chiesto scusa.
Dicendo a me stessa che dovevo ringraziare se il taglio non era stato pi profondo, se lo spigolo ghiacciato del gradino non mi aveva cavato l'occhio. Mentre mamma mi assicurava che ero stata fortunata, maledettamente fortunata a non aver riportato danni peggiori al viso o alla testa, maldestra com'ero stata, sbadata.
Meno male che non c' tuo padre, a vederti cos. Con tutto quello che ci sta succedendo...
E poi si era addolcita, vedendo com'ero pallida, mortificata. Mi aveva dato un bacio in fronte pur continuando a sgridarmi. Come se non potesse farne a meno, in fondo era mia madre.
Arrivata a scuola avevo cercato di nascondermi. Bagno delle femmine. Ultimo gabinetto. Sperando di camuffare la mia zoppia. (Avevo il ginocchio sinistro gonfio come qualcosa di mostruoso - come un pompelmo pieno di bitorzoli. Sembrava che i nervi lungo tutta la gamba mandassero un ronzio elettrico, lo sfrigolio di un cortocircuito.) Le ragazzine che erano mie amiche, o che in passato erano state mie amiche, si tenevano alla larga. Altre, che erano al corrente delle voci su Jerome Jr. e Lionel, mi guardavano con compassione. Solo Geraldine si era avvicinata per chiedermi che cosa avessi, se mi ero fatta male alla fronte, al ginocchio; e io le avevo detto che non era niente - Niente. Sono solo scivolata sui gradini ghiacciati. Perch era vero, in effetti. Ero scivolata sui gradini ghiacciati e avevo battuto la testa.
Sbattendo le palpebre per ricacciare indietro le lacrime. Cercando di non piangere. Era cos commovente, la sollecitudine di Geraldine.
Adesso non eravamo amiche. Non pi. Da quando mia madre mi aveva rimproverato, e detto quelle cose sconvolgenti sulle famiglie di Highgate Avenue, sulla sua vita prima di conoscere mio padre, mi ero allontanata da Geraldine.
Lei non mi invitava pi a cena a casa sua, dopo che avevo declinato l'invito diverse volte. E cos, di colpo, avevo smesso di essere ospite nella splendida villa di mattoni bianchi in Highgate Avenue - era un regalo per mia madre la quale (speravo) avrebbe capito che scelta avevo fatto senza che fosse necessario parlarne. A scuola per, nei giorni immediatamente successivi alla morte di Hadrian Johnson, Geraldine mi avvicinava come si potrebbe avvicinare un invalido, con partecipazione ma anche cautela.
Sei stata da un dottore, Violet? Se avessi il ginocchio rotto?
Il mio ginocchio non  rotto. No.
Avevo riso, per rimarcare come fosse un'ipotesi assurda. Non era la prima volta in vita mia che prendevo una botta al ginocchio.
Non potevo dire a Geraldine ci a cui stavo pensando, ossessivamente - i miei fratelli, Hadrian Johnson, la mazza da baseball. Non potevo dirle come mi ero fatta male, e quanta paura avessi di mio fratello Lionel. O quello che avrebbe potuto farmi, quando ne avesse avuto l'occasione.
N potevo dirlo a Ms. Micaela. Non glielo avrei mai detto.
Vedendomi cos agitata, e non in condizioni di raggiungere l'aula della prima lezione, Ms. Micaela mi condusse nell'infermeria della scuola adiacente gli uffici amministrativi. Mi prese per mano, mi accompagn lungo i corridoi (fortunatamente) deserti come se fossi una bambina e non una dodicenne. Mi esort ad appoggiarmi a lei, se il ginocchio mi faceva male. (S, mi faceva male.) Mi affid all'infermiera, il cui nome era Ms. Donovan, spiegandole che potevo avere la febbre ed ero stata vittima di un incidente domestico.
Immediatamente Ms. Donovan mi osserv e il gonfiore dei miei occhi le strapp un'esclamazione. Infezione batterica? Da quanto tempo li avevo cos?
Mi fece stendere su una branda e mi appoggi delle compresse fredde sulle palpebre; mi misur la temperatura e not che battevo i denti. Violet, tu sei malata. Hai trentotto,  febbre. Tua madre non avrebbe dovuto farti uscire di casa stamattina.
Le parole gentili dell'infermiera, come un insulto, mi fecero piangere. Il mio orgoglio si sciolse, non avevo la forza di proteggermi. Qualsiasi cosa dissi, l'allarmata infermiera mand a chiamare il preside che mi chiese cosa avessi, come mai stessi piangendo, se era successo qualcosa a casa e io senza neanche sapere cosa stessi facendo mi ritrovai a raccontare dei miei fratelli Jerome e Lionel e della mazza da baseball; gli stavo raccontando che la sera prima Lionel mi aveva spinta gi dai gradini ghiacciati, che avevo paura che potesse uccidermi se avessi parlato con qualcuno, e che avevo paura che mio padre si arrabbiasse con me se fosse venuto a saperlo, che avevo paura di tornare a casa...
Le mie lacrime erano diventate un pianto isterico. Ms. Micaela, che era rimasta in infermeria, si sedette accanto a me sulla branda e mi abbracci. Paura di tornare a casa. Paura di tornare a casa. Queste parole, una volta dette, non potevano essere ritrattate.
Fu chiamata la polizia. Uno degli agenti, una donna compassionevole pi o meno dell'et di mia madre, mi prese per mano e mi invit a parlare, a dire tutto ci che sapevo - Nessuno ti far del male. Mai pi. D'ora in poi sarai al sicuro, Violet.
Ovviamente le credetti. Quando ricordo le parole della poliziotta, e il modo in cui mi stringeva la mano, provo un'ondata di sollievo, di speranza, D'ora in poi sarai al sicuro, Violet.
Fu cos che inizi. E una volta iniziata, non si pot pi fermare.
Sarebbe diventata una questione di pubblico dominio: le spontanee, non estorte, puramente volontarie informazioni fornite alla polizia di South Niagara dalla sorella dodicenne di due dei sospettati per la morte di Hadrian Johnson.
In questo modo fu deciso il resto della mia vita.

La mazza da baseball.

La mazza da baseball successivamente identificata come l'arma del delitto nel caso Hadrian Johnson fu scoperta da una squadra di ricerche della polizia di South Niagara tra le sterpaglie a meno di trecento metri da casa nostra, nei pressi dell'alta sponda del fiume Niagara dove era stata frettolosamente sepolta sotto pochi centimetri di terriccio, foglie marce e rifiuti.
La polizia non aveva avuto bisogno di un mandato per dissotterrare la mazza, poich i miei (sbadati) fratelli l'avevano seppellita in un terreno di propriet municipale.
La mazza, la cui impugnatura era avvolta da uno sbiadito e sfilacciato nastro adesivo nero, era stata lavata, in parte, e persino sfregata con qualcosa di simile a una spugnetta abrasiva, ma ciononostante conservava minuscole tracce di sangue e impronte digitali parziali; circostanza ancora pi compromettente, nello scalpo di Hadrian Johnson erano rimaste conficcate piccole schegge di legno compatibile con quello della mazza.
La mazza apparteneva a Jerome Kerrigan Jr., del quale avrebbe restituito le impronte parziali. Insieme ad altre impronte parziali, appartenenti a Lionel Kerrigan.
I fratelli dovevano aver concordato di non testimoniare l'uno contro l'altro. Di non accusarsi a vicenda. Chi dei due avesse effettivamente sferrato il colpo mortale non sarebbe mai stato appurato con certezza anche se Walt Lemire e Don Brinkhaus dichiararono che a loro avviso la mazza era rimasta in possesso di Jerr per tutta la durata dell'aggressione - Era sua. Non l'avrebbe mai lasciata a qualcun altro.
Entrambi si affrettarono a dichiarare inoltre di non aver toccato la mazza da baseball - nemmeno per un secondo. E che tutto si era svolto rapidissimamente - nell'arco di pochi minuti, o secondi, prima che Jerr urlasse loro di risalire in macchina e ripartisse a tutta velocit.
La mazza fu considerata una prova schiacciante. O'Hagan e gli altri avvocati consigliarono ai propri assistiti di collaborare con la polizia, o di dare la sincera impressione di collaborare con la polizia; consigliarono loro di dichiararsi colpevoli, non rispetto all'accusa di omicidio volontario ma a quella di omicidio preterintenzionale. Le ipotetiche ricostruzioni che avevano dipinto Hadrian Johnson come uno spacciatore, Hadrian Johnson come colui che aveva provocato l'aggressione, Hadrian Johnson come vittima di aggressori di pelle scura che Jerome Kerrigan Jr. e gli altri ragazzi avevano semplicemente visto per caso transitando in Delahunt Road furono immediatamente abbandonate e non ebbero modo di entrare nei resoconti della stampa locale.
In questo modo fu negoziato il patteggiamento con i procuratori della contea, omicidio preterintenzionale di primo grado per Jerome Kerrigan Jr. e Lionel Kerrigan, omicidio preterintenzionale di secondo grado per Walt Lemire e Don Brinkhaus.
Essendo appena sedicenne Walt fu condannato a cinque anni di detenzione in un carcere minorile della contea di Niagara, con scarcerazione prevista all'et di ventuno anni. Don Brinkhaus fu condannato a una pena da sette a dieci anni da scontare in un carcere di media sicurezza. Jerome, il pi grande, ricevette la condanna pi severa - da nove a quindici anni da scontare presso il Mid-State Correctional Facility di Marcy, New York.
Anche Lionel fu destinato al carcere di Marcy. Diciassettenne, aveva dovuto dichiararsi colpevole come un adulto; per lui la condanna fu da sette a tredici anni.
Naturalmente tutte le sentenze furono immediatamente qualificate con la possibilit di rilascio sulla parola.
Almeno non ci sarebbe stato un processo. A me fu risparmiato l'obbligo di testimoniare in aula contro i miei fratelli e alla citt quello di rivivere un delitto atroce. Di sentire gli avvocati difensori argomentare che la vittima in un certo senso se l'era cercata.
La comunit nera di South Niagara protest per le condanne giudicate troppo lievi rispetto alla brutalit dell'aggressione subita da Hadrian Johnson e al fatto che Hadrian non avesse fatto nulla per provocarla. Alcuni membri della comunit bianca (tra cui l'ex sindaco di South Niagara Tommy Kerrigan intervistato da una tv locale) denunciarono l'eccessiva severit delle pene erogate, a dimostrazione del razzismo nero e del fanatismo nero che affliggevano la citt.
Pochi giorni dopo la pubblicazione delle sentenze diverse chiese nere della citt, tra cui la Chiesa episcopale metodista africana frequentata da Hadrian Johnson, subirono atti vandalici. Piccoli incendi furono appiccati lungo Howard Avenue in un quartiere a prevalenza nera e alcuni ragazzini di colore denunciarono di avere ricevuto minacce da ragazzi bianchi pi grandi mentre tornavano da scuola.
Nessuno mi avrebbe informata di questi sviluppi - la controffensiva bianca. Li avrei letti sui giornali, poco a poco, in un arco di tempo - settimane, mesi.
Immaginando una controffensiva bianca come se fosse qualcosa nel fiume - acqua scura e schiumosa, serpenti di dieci metri che si dimenavano e contorcevano. Mi sembrava quasi di vederlo, lo spaventoso flusso di controffensiva bianca che sciabordava contro le sponde rocciose del Niagara...
All'epoca vivevo gi a Port Oriskany. Centotrenta chilometri di distanza. Presso la sorella minore di mamma, Irma (che mi aveva sempre voluto bene, anche se voleva pi bene a Miriam e Katie) e suo marito Oscar Allyn.
Irma e Oscar avevano sempre voluto avere dei figli, si diceva. Io da bambina non capivo perch mai.
Per molto tempo mi svegliai confusa e spaventata in questa nuova casa, in questo nuovo letto. Senza sapere dove mi trovassi, n perch. Pensando disperata e speranzosa che mi sarei messa in contatto con la polizia di South Niagara, con il preside della scuola, con Ms. Micaela - La mazza da baseball. Mi sono sbagliata riguardo alla mazza da baseball. Non ho mai visto la mazza da baseball. La mazza da baseball  andata perduta, nessuno ha mai trovato la mazza da baseball di mio fratello.

Casa protetta.

D'ora in poi sarai al sicuro, Violet.
Succede in pochissimo tempo, un minore pu diventare un incapace sotto tutela della contea.
Per la sua incolumit, il minore dev'essere allontanato da un ambiente familiare non sicuro.
Gli assistenti sociali dei Servizi di tutela ai minori hanno gli stessi poteri degli agenti di pubblica sicurezza e possono agire con la medesima rapidit.  compito loro proteggere il minore a rischio. Non  compito loro soddisfare i desideri di qualsiasi adulto coinvolto n  compito loro determinare se un minore dice la verit, o parte della verit. Nel tempo necessario per accertare la verit, infatti, il minore potrebbe subire danni gravi o addirittura perdere la vita.
E cos, senza la possibilit di tornare nella mia casa e con un'unica telefonata a disposizione per informare mia madre fui allontanata dalla famiglia e provvisoriamente collocata in una casa protetta - una casa di accoglienza per bambini e adolescenti traumatizzati molti dei quali erano stati picchiati e/o abusati sessualmente da un congiunto, in genere il padre o un fratello maggiore.
(Anche se c'erano altri che erano stati picchiati, abusati, lasciati senza cibo dalla madre.)
(E altri che erano ritardati, o malati di mente, provenienti da famiglie dove gli adulti erano malati di mente e pericolosi per il benessere dei figli.)
(E altri ancora che erano scappati di casa, i fuggitivi - una categoria che si sovrapponeva ai traumatizzati.)
Io non avevo mai detto, a nessuno, che uno qualsiasi dei miei genitori mi aveva procurato ferite fisiche o anche solo minacciato di ferirmi fisicamente eppure sembrava dato per scontato che fossi stata ferita, traumatizzata, minacciata da uno o entrambi i miei genitori oltre che da mio fratello Lionel. Mi fu spiegato che al momento la mia situazione familiare non mi garantiva sicurezza; un giudice del tribunale della famiglia aveva approvato l'ordine di allontanamento, a maggior ragione visto che i miei fratelli maggiori erano i principali sospettati per l'omicidio di Hadrian Johnson e uno di loro viveva in casa con me.
Nella casa di accoglienza ci muovevamo come zombie timorosi di essere toccati. Timorosi di essere interpellati, guardati.
 contagiosa la malattia mentale? Il ritardo mentale? Non volevo pensarlo.
Ricordavo come guardassimo con ammaliato terrore Liza Deaver. Liza Lizard. E come distogliessimo rapidamente lo sguardo, voltandoci e sghignazzando tra di noi, se la povera Liza gettava il suo dalla nostra parte.
No no no. Io non sono affatto come te. Non mi guardare!
Nella casa di accoglienza facevo un sogno ricorrente nel quale la mia pelle perdeva lo strato pi esterno e trasudava sangue. Erano sogni accompagnati da emicranie come trapani, che peggioravano via via durante il giorno dopo il frastornato e intontito momento del risveglio.
Nella struttura ci era assegnata una certa quantit di aspirina. Aspirina a basso dosaggio per bambini che non aveva alcun effetto sul dolore dentro la mia testa.
Ed ecco una sorpresa - ero stata allontanata anche dalla scuola.
La scuola! Ma a me la scuola piaceva...
Mi fu spiegato che avrei avuto il permesso di tornarci - presto.
Inoltre, mi fu rivelato che i miei familiari non mi volevano con loro - mai pi.
Mia madre e Miriam vennero a portarmi alcune delle mie cose. Vestiti, libri gettati alla rinfusa in scatole di cartone sporche e strappate. Scarponcini invernali, in un sacchetto per la spesa senza un manico. Giaccone imbottito di lana. Spazzolino da denti, pettine. (Entrambi cos malridotti che facevano vergogna solo a guardarli.) Mia madre e mia sorella erano state ammesse nella struttura solo dopo aver mostrato i documenti di identit al controllo di sicurezza ed essersi sottoposte a un colloquio che mia madre aveva considerato offensivo e del quale sembrava fossi io la colpevole.
Quando la vidi le corsi incontro, per essere abbracciata. Stavo piangendo, dai miei occhi gonfi colavano rivoli di lacrime.
Ma la mamma non mi abbracci, non esattamente. Le sue braccia si sollevarono, in un gesto fiacco. Fu tutto quello che riusc a fare per non respingermi.
Violet. Che cosa hai fatto.
La sua voce era flebile e tuttavia accusatoria. Un sommesso, evanescente grido di disperazione.
Per me fu uno choc. Ero alta quasi quanto lei. Una bambinona allampanata di dodici anni quasi tredici, che avrebbe tanto desiderato rimpicciolire e tornare la Violet Rue di appena pochi anni prima, quando mia madre e anche mio padre mi amavano ancora.
Eppure volevo pensare che la mamma e Miriam fossero venute a prendermi. Desideravo talmente tanto essere riportata a casa che non colsi immediatamente il senso degli scatoloni.
Era vero - avevo paura di Lionel. Ma Lionel ormai era stato arrestato...
S, Lionel era stato arrestato. Non era per sotto custodia della polizia.
Mio padre aveva versato la cauzione per il rilascio, suo e di Jerome Jr., e quindi Lionel viveva ancora in casa e per questo costituiva secondo i Servizi di tutela un chiaro e concreto pericolo nei miei confronti.
Topastro schifoso. Fica maledetta. Te la staccheremo, quella testaccia fottuta.
La cauzione per l'omicidio preterintenzionale era molto pi bassa di quella che sarebbe stata necessaria per un omicidio volontario. Tuttavia, pap aveva dovuto depositare un assegno circolare (60.000 dollari) al tribunale distrettuale di South Niagara a garanzia che Jerome Jr. e Lionel non fuggissero prima che i loro crimini fossero stati giudicati; per il grosso della somma aveva dovuto accendere una seconda ipoteca sulla casa.
Fu Miriam a informarmi di queste notizie. Perch mia madre a malapena riusciva a rivolgermi la parola.
Miriam che mi diceva, con un filo di voce, come se sussurrare fosse meno accusatorio, s certo, c'era l'eventualit che i nostri genitori potessero perdere la casa. Che credevo? Ero stupida, forse?
Le mani di mia madre scattarono verso il viso. Come se, per non sentire ci che Miriam aveva sussurrato, si fosse coperta gli occhi (iniettati di sangue) anzich le orecchie.
Miriam mi lanci un'occhiata torva. Come a dire: non far dispiacere la mamma. Provaci.
La visita non dur a lungo. Quindici minuti? Dieci? Lenta - all'inizio - come la partenza di un ottovolante, quando la povera vetturina viene trascinata su per la prima, nauseante, vertiginosa salita del percorso. Poi per, veloce.
Fissavo gli scatoloni con la mia roba posati sul pavimento della claustrofobica stanzetta senza rendermi conto di cosa fossero e cosa significassero.
Con voce incerta alla fine mia madre parl. Attraverso un ronzio nelle orecchie sentii parte di ci che disse.
Violet come hai potuto! Rovinarci la vita.
Tuo padre non riesce nemmeno a parlarne. Non riesce a parlare di te.
Finch potrai stare qui farai meglio a restarci. Non c' posto per te a casa.
E non azzardarti a piangere! Te la sei voluta tu.
Ero stata lontana da lei non pi di qualche giorno. In quell'arco di tempo mia madre sembrava invecchiata. La pelle era bianca come farina. Aveva solchi profondi intorno alla bocca. Le palpebre arrossate e gonfie, come le mie. Deglutiva compulsivamente quasi che avesse il palato completamente asciutto. (Come Katie mi avrebbe detto in seguito, mamma era stata sedata. Nessuno sapeva con esattezza quante pillole prendesse e nessuno poteva toccare l'argomento.)
Mamma faceva strane smorfie, distratta. Una mosca ronzava contro il soffitto.
Sulla finestra, un'altra mosca. (O era la stessa?) (O c'erano pi di due mosche nella stanza?)
Mamma ammutol come se avesse finito le parole, esausta lei stessa. Con sorrisi nervosi Miriam si incaric di spiegarmi che, a prescindere dalla presenza o meno di Lionel in casa, io non ci sarei tornata - Per un po', Violet.
Anzi, ci si stava organizzando per trasferirmi da mia zia Irma e mio zio Oscar Allyn a Port Oriskany, una citt a centotrenta chilometri da South Niagara.
Sentii queste parole, accuratamente pronunciate da Miriam. Ma non le assimilai davvero perch intanto aspettavo che mamma le negasse, e mi guardasse.
Oh no, Violet. Ma certo - torni a casa con noi. Oggi stesso!
Tale era la voglia di sentire quelle parole che, in seguito, avrei avuto l'impressione che mamma le avesse pronunciate davvero, con voce tremante.
Invece era Miriam che stava dicendo, evasivamente: Pap  arrabbiatissimo, Violet. Lo sai come diventa certe volte. In questo momento  fuori dalla grazia. Dice che non ti vuole a casa - non vuole neanche vedere la tua faccia. Non si capacita del fatto che sei 'andata fuori dalla famiglia' - che non hai detto a lui di Jerr e Lionel. E che hai dichiarato di non sentirti 'sicura' a casa. La polizia si  presentata da noi con un mandato di perquisizione. Ci hanno interrogati tutti! Persino la mamma! Speriamo che pap cambi idea - fra un po'. Sai, se Jerr e Lionel non vengono mandati via...
Mandati via. Immaginavo che i miei fratelli stessero per essere incarcerati ma non avevo del tutto realizzato che sarebbero stati mandati via.
Oh, mio Dio, mamma emise un piccolo grido di dolore. Non ce la faceva pi a stare in quel posto orribile, disse. Non riusciva a respirare. Avrebbe aspettato Miriam in macchina.
Era qualcosa che avrebbe potuto dire uno di noi, da piccolo. Rick, o Les, o Katie, o io. Non mi piace qui, aspetto in macchina.
Non era qualcosa che avrebbe detto un adulto. Non era qualcosa che avrebbe detto nostra madre. E invece, con la voce addolorata e querula, mamma pronunci proprio queste parole, si gir e usc dalla stanza, instabile sulle gambe ma decisa.
La seguii zoppicando fino alla porta. Fissai impotente la sua schiena. Ero stata colta di sorpresa e non ebbi la forza di chiamarla Mamma! Ma'...
Violet! Miriam parl in tono aspro. Allora non mi hai ascoltata.
S-s, ti ho ascoltata... ti...
La mamma non si sente bene. Ho dovuto guidare io. Da quando tu... da quando... sei scivolata sui gradini, ti sei spaccata la testa... poi a scuola... hai detto quelle cose su... Be', da quando sono successe tutte queste cose la mamma  sconvolta, e ovviamente pap... pap sta persino peggio. Sei fortunata a trovarti qui, Violet. Credimi.
Miriam mi spieg nuovamente: zia Irma, Port Oriskany, trasferimento in un'altra scuola. Perch non potevo restare a casa, pap su questo era irremovibile. E nessun altro parente a South Niagara sarebbe stato disposto a ospitarmi. Topo mi chiamavano. Non la perdoneremo mai per aver fatto la spia contro i suoi fratelli. Per aver detto che i genitori la maltrattavano.
Miriam parlava rapidamente, in maniera evasiva. Dicendomi tutto d'un fiato che la situazione era compromessa, che mi odiavano tutti e non mi avrebbero mai perdonata, e col respiro seguente rassicurandomi che (forse) pap avrebbe cambiato idea ma non tanto presto - Lo sai com' pap...
Io intanto cercavo di ricordare, davvero avevo detto alla polizia che i miei genitori mi maltrattavano? Non ne avevo memoria, doveva essere un equivoco. La poliziotta doveva aver capito male durante il colloquio che avevamo avuto a scuola. Ma-
A Miriam non interessava. Qualsiasi cosa cercassi di dire, cercassi di spiegarle, non le interessava, nei suoi occhi luccicavano lacrime di esasperazione, di disprezzo.
La sorella che adoravo ma di cui adesso non potevo fidarmi. Perch Miriam era chiaramente dalla loro parte.
Mi diede uno sbrigativo abbraccio di commiato, un bacio sulla fronte. Premendomi in mano tre banconote da dieci dollari: Questi sono da parte mia, Vi'let. Nel caso avessi bisogno di qualcosa. Non dire a nessuno che te li ho dati, ok? Nemmeno a Katie. Promesso?

Fuggitiva.

Ero arrivata fino al ponte di Lock Street quando mi riacciuffarono.
Otto chilometri dalla casa protetta al ponte. A piedi, la maggior parte correndo/zoppicando.
Era strano, adesso il ginocchio non mi faceva cos male. O se il dolore c'era, sembrava distante come qualcosa che si svolga in una stanza lontana. Perch avevo una voglia matta di tornare a casa dove (volevo pensare) pap mi avrebbe perdonata nel momento stesso in cui mi avesse vista. Pap mi avrebbe lasciato tornare nella mia vecchia camera.
Alla casa di accoglienza erano i fuggitivi a essere ammirati, invidiati. I fuggitivi erano i tipi pi tosti. (Una delle ragazze, un po' pi grande di me, aveva le braccia completamente ricoperte di sbavati, cattivissimi tatuaggi.)
Sorprendente che Violet Rue potesse essere una di loro - una fuggitiva.
Dopo che mia madre e mia sorella se n'erano andate, col cavolo che avrei pianto.
Mi ero abbracciata forte, le braccia incrociate sul petto, le spalle curve e il viso serrato come un pugno.
Niente piagnistei. Mi fate un baffo tutti quanti.
Nella struttura c'erano anche ragazzi di colore. Avevo il terrore che potessero scoprire di chi ero sorella. Che potessero intuirlo.
Ma per loro ero semplicemente Vi-yet - sempre che sapessero come mi chiamavo.
E forse provavano pena per me. Per la ragazza bianca con l'aria frastornata, un grosso (sudicio) cerotto bianco sulla fronte, qualcosa al ginocchio sinistro che la faceva zoppicare e stringere le labbra dal dolore.
Nella struttura i cognomi non contavano. I nomi di famiglia, i nomi da adulti non valevano.
A pap il cognome Kerrigan non era mai piaciuto, evocava legami con lo zio politicante. A South Niagara dove la gente o amava Tom Kerrigan o odiava Tom Kerrigan avevi sempre la sensazione di essere giudicato per il verso sbagliato.
Adesso per, con Jerome Jr. e Lionel arrestati, le loro facce e i loro cognomi in prima pagina sui giornali, Kerrigan avrebbe acquistato una fama ancora pi negativa.
Per non parlare di quel titolo terribile ed esplicito:
SORELLA DODICENNE DEI SOSPETTATI
Fornisce informazioni cruciali alla polizia di South Niagara
Proseguono le indagini sul caso Hadrian Johnson
Meno male che il giornale non aveva pubblicato la mia foto. N il mio nome. I miei fratelli non furono altrettanto fortunati, le loro immagini sarebbero comparse molte volte su molti organi di informazione, e con grande risalto.
Non era stato difficile scappare dalla casa protetta. Di me il personale sapeva solo che ero una delle povere minorenni che per motivi di sicurezza  necessario allontanare dalla famiglia; non avevo certo dato l'impressione di essere tanto temeraria da tentare di fuggire per tornare in quella stessa famiglia e rischiare ulteriori sofferenze.
La mattina presto prima dell'alba. Prima che gli altri si svegliassero.
Ero magra abbastanza da incunearmi in un pertugio (la finestra si apriva dal basso, di poche dita) come avrebbe fatto un animale - una di quelle creature disperate che, pur di liberarsi da una trappola, si strapperebbero una zampa a morsi.
Non presi niente con me. Solo i vestiti che indossavo. Il giaccone imbottito di lana con le tasche piene di vecchi fazzolettini appallottolati e rinsecchiti.
Mi inoltrai fra le sterpaglie fuori dall'edificio. Evitai il lungo vialetto di asfalto screpolato.
Attenta poi a correre non sulla banchina della statale ma un po' pi in l. In mezzo ai campi, ai lotti abbandonati. Alle spalle dei grandi cartelloni pubblicitari e lungo i binari della ferrovia.
In alcuni punti il terreno era acquitrinoso, fango ricoperto da una sottile crosta di ghiaccio. In gran parte cosparso dai detriti di alberi danneggiati. I baccelli spinosi delle erbacce si attaccavano ai jeans, le spine mi graffiavano le mani.
Entusiasmante essere all'aperto, fuori dalla casa protetta.
Non ci sarei mai tornata, pensai. Non potevano costringermi.
Mi nasconder nella nostra casa, pensai sfrenatamente. In cantina. Non se ne accorger nessuno.
In corrispondenza del confine cittadino la statale confluiva in un vialone chiamato Denis Boulevard. Il traffico era intenso. I campi sparirono ma c'erano lotti abbandonati, vicoli che avrei potuto attraversare. Cominciavano a esserci marciapiedi. Li percorrevo a passo svelto, non azzardandomi a correre. Non volevo destare sospetti negli sconosciuti. Non volevo in alcun modo attirare attenzione eppure mi sembrava che le vetture rallentassero, che gli occupanti si girassero a guardarmi.
Una ragazzina! Da sola.
Perch quella ragazza sta correndo, da sola...?
Arrivando in Lock Street, e poi al ponte di Lock Street che mi avrebbe portata in Black Rock Street e alla mia casa, cominciai a sentirmi spaventata. Come se l'effetto di un anestetico si stesse dissolvendo cominci a farmi male il ginocchio. Miriam mi aveva avvertita - Non vuole neanche vedere la tua faccia.
Sul ponte il dolore si intensific. Sentivo le gambe fiacche. Sembrava mancarmi il respiro. Il vento dal fiume mi inumidiva gli occhi. Sotto di me, il Niagara correva scuro e scintillante a chiazze come le squame di un enorme serpente, ma non si vedevano serpenti neri nell'acqua lungo la sponda. Nessun tanfo chimico-oleoso a rivoltarmi lo stomaco.
Mi appoggiai al parapetto, provata da un'improvvisa stanchezza. Sul passaggio pedonale, dando le spalle alle macchine. Ricordando la mattina in cui io e Katie avevamo visto i serpenti nel fiume.
Non tanto tempo prima. Eppure sembrava tanto tempo prima.
La mattina dello stesso giorno in cui Hadrian Johnson era stato aggredito.
La mattina dello stesso giorno in cui Hadrian Johnson avrebbe cominciato a morire.
Dalle mie spalle provenne una secca voce maschile: Ehi. Signorina?
Un'auto della polizia di South Niagara si era silenziosamente fermata accanto al passaggio pedonale. Uno degli agenti aveva tirato gi il finestrino e mi stava fissando.
Mi ha riconosciuta, pensai. I Servizi di tutela avevano lanciato l'allarme.
Mi voltai immediatamente. Cercando di non farmi prendere dal panico. Entrambi i poliziotti avrebbero (falsamente) dichiarato che mi stavo arrampicando al parapetto del ponte di Lock Street, con l'intenzione di gettarmi nel fiume, e che in quell'istante l'agente pi vicino era sceso dall'auto e si era lanciato verso di me gridando con veemenza: No! Ferma! Avrei ricordato per sempre che era stato pi veloce di me. E quanto era veloce. Mi aveva afferrata per il braccio trascinandomi via dal parapetto, pi forte di quanto avessi mai immaginato che un adulto potesse afferrarmi, e mentre io mi divincolavo, singhiozzando e urlandogli di lasciarmi, aveva fatto quello che le forze dell'ordine sono addestrate a fare, mi aveva stretto il braccio ancora pi forte senza la minima esitazione, forte davvero, dietro la schiena, e l'aveva sollevato, contemporaneamente atterrandomi con uno sgambetto sulle tavole di legno del passaggio pedonale, paralizzata dal dolore adesso, un dolore al braccio cos intenso che non riuscivo nemmeno a urlare, non riuscivo nemmeno a riprendere fiato, tanto da perdere conoscenza con la stessa velocit con cui si spegne un interruttore.
Non mi aveva nemmeno chiesto il nome. Tempo perso. Gli era bastato sapere che ero una minore sotto tutela della contea, una fuggitiva. Ed era cos che i poliziotti di South Niagara trattavano i fuggitivi.

2. Prego per te, Violet.

Violet, tieni. Una lettera per te...
Mia zia Irma, al colmo dello stupore, si rigirava la lettera in mano aggrottando sospettosamente la fronte.
Il mittente  di South Niagara. Conosci un certo o una certa G. Pyne? Di Highgate Avenue?
Avrei voluto strapparle la lettera di mano. La mia lettera! Ma sapevo che era necessaria cautela.
C'era la possibilit che mia madre avesse intimato a zia Irma, sua sorella minore, di impedirmi di ricevere lettere da Geraldine Pyne... (Ma allora zia Irma non me l'avrebbe nemmeno mostrata, giusto? Ero troppo confusa per ragionare con lucidit.)
Era la prima lettera che arrivava per me a Port Oriskany. Vivevo l ormai da settimane, nella casa di mattoni beige di Erie Street molto pi ordinata e silenziosa rispetto a quella in cui ero cresciuta, e non mi aveva scritto nessuno, e se c'erano state telefonate tra zia Irma e mia madre, io non ne ero a conoscenza.
Mia madre mi stava ringhiando furiosamente nell'orecchio, Ci guardano dall'alto in basso. Le persone come loro. Non dirlo a me.
Capitava spesso nella mia nuova vita che dovessi scuotere la testa per liberarla dalla voce ammonitrice di mia madre. Era un mio terrore, che gli altri potessero sentire quelle ringhiose parole come si potrebbe sentire una radio con il volume tenuto bassissimo.
E spesso ero lenta di mente, insonnolita. Le palpebre pesanti. Guardavo la bocca altrui (degli adulti) e cercavo di stabilire il tono di ci che stavano dicendo, poich non sempre ne comprendevo il senso. Quando una domanda arrivava al termine avevo gi dimenticato l'inizio.
Feci vagamente di s con la testa.
O poteva essere stato un no.
Avevo gi dimenticato che cosa mi avesse chiesto mia zia, di cos urgente. Il cuore mi batteva forte aspettandosi pericolo, o un'improvvisa immeritata sorpresa.
Malvolentieri zia Irma mi consegn la lettera. Era chiaro che non si fidava di me - ovviamente: nessuno in famiglia poteva fidarsi di me. Eppure zia Irma sembrava essere ben disposta nei miei confronti, e desiderare (sembrava) che anch'io potessi esserlo nei suoi.
Senza figli, la sorella minore di mia madre. Lo si diceva sottovoce tra la parentela. Come se fosse una maledizione.
Grazie, zia Irma.
Parlare in maniera intellegibile mi costava fatica. Quando sei insonnolita le parole tendono a sfocarsi, a impastarsi. Spesso, bizzarre figure da sogno si ammassavano intorno a me per osservarmi con interesse innaturale come piranha che si avvicinino circospetti alla preda. Tale era l'intensit con cui queste creature ascoltavano ci che riuscivo a dire, cercando di stabilire il mio grado di prontezza e la mia capacit di difendermi dal loro attacco, che spesso perdevo il filo persino di quello che avevo detto io stessa.
Si aspetta che tu apra la lettera davanti a lei. Vuole sapere che cosa contiene.
Ma io non avevo alcuna intenzione di soddisfare la curiosit di mia zia aprendo quella lettera preziosa in sua presenza n di parlargliene dopo averla letta, perch non potevo dividere con nessuno le piccole dosi di novit della mia vita - ce n'erano talmente poche... Cos mi allontanai, salendo nella stanza designata come la mia stanza, che aveva una porta senza serratura che per poteva certo essere chiusa, fermamente; e l lessi con avidit la lettera di Geraldine, gli occhi talmente inondati di lacrime che quasi non riuscivo a decifrare l'ordinata scrittura da scolara della mia amica del cuore.
Cara Violet,
mi manchi. Mi spiace che tu sia cos lontana...
Non sarei mai riuscita a capire come avesse fatto Geraldine a procurarsi il mio indirizzo di Port Oriskany. Avrei chiesto lumi alle mie sorelle ma tanto Miriam quanto Katie sostennero di non sapere niente di questa Geraldine Pyne.
Mia madre? Sembrava improbabile.
Avrei potuto chiedere a Geraldine stessa ma non lo feci. Nonostante gradissi immensamente le sue lettere, che in totale sarebbero state tre, e in tutti questi anni le abbia custodite gelosamente nei traslochi da una citt all'altra, non le risposi mai - nemmeno una volta.
Iniziavo una lettera per la mia amica ma poi non la portavo a termine. Oh, perch? Perch non le terminavo mai?
Alla fine Geraldine smise di scrivere e io persi il suo indirizzo.
Delle sue tre preziose lettere l'ultima  la pi bella, quella che ho letto e riletto, imparato a memoria. Spesso sento le parole di Geraldine, con la voce di Geraldine, nelle mie orecchie; mi sono di conforto come una musica ascoltata mille volte.
Cara Violet,
mi manchi! Vorrei tanto che rispondessi alla mia, anzi alle mie lettere.
Vai a scuola l? Il tuo banco  vuoto in aula appello e in tutte le classi, cos com' vuoto il tuo armadietto. Ms. Micaela ci ha chiesto di te ma nessuno sa cosa rispondere tranne che te ne sei andata.
Ho chiesto alla mamma se potevi venire a vivere da noi visto che in casa abbiamo tanto spazio. Potremmo dividere la mia cameretta oppure potresti averne una tutta tua. Ma mi ha risposto che probabilmente non si pu, nonostante fosse un'idea molto gentile. Le ho chiesto perch non si pu e la mamma mi ha risposto: Violet ha la sua famiglia. Prima o poi la riaccoglieranno. Torneranno ad amarla.
Prego per te, Violet. Affinch sia cos.
Tua amica per sempre,
Geraldine

Esilio.

Per tutto il primo anno da quando ero stata disconosciuta spedii ai miei familiari bigliettini di buon compleanno fatti da me. (Li ricordavo tutti, i loro compleanni!) C'era un piacere cos intenso da essere quasi doloroso, nello scrivere con cura l'indirizzo - 388 Black Rock St., South Niagara, New York.
Persino i miei fratelli detenuti al Mid-State Correctional Facility di Marcy, New York, ricevettero i miei bigliettini di auguri. Almeno, io li spedii. Loro ovviamente non mi risposero.
Dopo un po' smisi con i bigliettini fatti da me. C'era una tale speranza infantile in quei bigliettini che cominciai a sentirmi io stessa patetica come un cane che continui a scodinzolare nonostante lo abbiano abbandonato tutti da un mucchio di tempo.
Passai invece a spedire cartoline illustrate. I monti Chautauqua in autunno, il lago Ontario in inverno, le cascate del Niagara ammantate nella foschia come un ectoplasma. Fissando le vertiginose sponde da incubo del canale Erie a Port Oriskany dove ero stata mandata a vivere con la sorella minore di mia madre, Irma, e suo marito Oscar che non avevano figli.
Perch continuai per anni, pi anni di quanti mi piacerebbe ammettere, a spedire cartoline che non ricevevano mai risposta? nessuno che sia stato disconosciuto si porrebbe questo interrogativo.
Perch non ti arrendi mai. Non smetti mai di sperare.
Nel mio caso, di sperare che pap notasse una delle cartoline che avevo spedito a qualche altro componente della famiglia, a Katie per esempio, e si prendesse il tempo di leggerla come invece (dovevo presumere) non si sarebbe mai preso il tempo di leggere una cartolina indirizzata a lui, che anzi avrebbe strappato immediatamente; e, dopo averla letta, che si commuovesse o restasse colpito...
Non smetti mai di sperare perch se lo fai, cosa resta?
Immaginando le prime parole che ti diranno: Ci dispiace tanto! Non volevamo.
Oppure: Non abbiamo capito.
... tutto un equivoco.
Sulle cartoline un'attenta scrittura da scolara. Attenta a non dire niente che potesse offendere. Solo messaggi brevissimi. Ingenui, innocenti. Privi di recriminazioni. S, ogni cartolina era una supplica ma (speravo) non una supplica smaccata e piena di vergogna. Ogni cartolina era diretta, non proiettava ombre. La speranza era che, non chiedendo compassione, non chiedendo piet, piet e compassione mi venissero offerte, a me che chiedevo cos poco. (Vana) speranza di far s che i miei genitori provassero pena per me e si pentissero di avermi esiliata; che prendessero in considerazione (volevo pensare) la revoca dell'esilio e il mio ritorno nella casa di Black Rock Street dove (volevo pensare) c'era ancora una stanza per me, la stanza al primo piano che avevo diviso con mia sorella Katie e che, in seguito, la stessa Katie avrebbe abbandonato, lasciandola vuota...
Com' il tempo l a South Niagara? Qui  tutta neve - ce ne sono quasi due metri fuori dalla mia finestra.
Oppure, Qui fa un caldo torrido. Non siamo ancora in luglio ed  gi pieno di zanzare.
In rare occasioni mi azzardavo magari a segnalare un timido fatto. Sto per cominciare le superiori. Devo prendere l'autobus, la scuola  troppo lontana per andarci a piedi. (Tre chilometri.)
Zia Irma  stata quattro giorni in ospedale (cistifellea). Adesso per sta bene e vi saluta.
(Me lo aveva chiesto mia zia di salutare? No di certo. Mai le avrei rivelato che scrivevo ai miei genitori.)
Infine, sul retro di una cartolina con le cascate Ferro di cavallo illuminate da un sole esultante, avrei scritto Mi diplomo il 15 giugno, sar io a tenere il discorso di commiato alla Port Oriskany High e ho gi una borsa di studio per la St. Lawrence University il prossimo autunno.
Tra tutte le mie cartoline era questa che sperai fosse giudicata meritevole di una risposta. Perch conteneva qualcosa di cui la famiglia Kerrigan avrebbe potuto essere orgogliosa. Ma i miei genitori non mi scrissero n mia madre chiam la sorella (mia zia) per avere informazioni.
 vero, ricevetti qualche sporadica cartolina dalle mie sorelle. Le pi semplici e meno costose cartoline di ringraziamento firmate solo con il loro nome - Miriam, Katie. Come se avessero paura di scrivere qualcosa di pi. Paura di firmare Con affetto.
In tutti questi anni mi sono sempre premurata che i miei genitori avessero il mio indirizzo pi recente. Il mio numero di telefono. Pensando che un giorno mio padre decider che  abbastanza, che la sua bambina  stata punita abbastanza, che di punto in bianco comporr il mio numero di telefono e che se io non dovessi rispondere non mi chiamer mai pi (perch pap era cos, si offendeva quando meno te lo aspettavi) ma se chiama e io rispondo, mi dir con il suo vocione felice, Ehiii, sei proprio tu, Violet Rue? Mi sei mancata da matti.

Sonnambula.

Nella biblioteca scolastica durante l'ora studio sento la testa che diventa incredibilmente pesante, le palpebre che ciondolano rendendo confuse e ondeggianti le righe del libro. Appoggio la testa sulle braccia, sul tavolo. E la bibliotecaria Ms. Schaeffer mi sveglia delicatamente, pietosamente.
Kerrigan, Kerrigan. Kappa come killer.
Questa Kerrigan invece  un TOPO.
Ma no, la bocca di Ms. Schaeffer si muove in maniera diversa. Sta dicendo un'altra cosa, parole che non riesco a comprendere.
Violet! Non puoi dormire qui.
La mia testa si  immediatamente sollevata dal tavolo. Gli occhi si sono spalancati. Mi dispiace, cerco di spiegarmi con chiunque sia l'adulto che incombe su di me e vede in me una seccatura. Nella mia voce c' la debole supplica Mi perdoni!
All'improvviso devo andare in bagno. Urgentemente.
Presa dal panico, il bisogno di urinare arriva velocissimo. Un colpo apoplettico tra le gambe. Rivolgo un'altra balbettante offerta di scuse alla perplessa bibliotecaria, mi trascino via piegata su me stessa come se avessi la schiena rotta.
 lei? Kerrigan.
Topo!
 vero, in questa nuova scuola sono lenta di mente.  vero, spesso mi perdo. Come una sonnambula a occhi aperti. Vago per i corridoi nella parte sbagliata della scuola. Terza media? Seconda media? Dopo settimane non so ancora bene dove sia la palestra, dove sia il bar. Con la testa ovattata. Un po' sorda, anche.
Violet? Violet! La campanella  suonata, devi andare alla prossima classe...
(Non chiedono C' qualcosa che non va? lo sanno tutti che qualcosa non va.)
Anche se di solito arrivo in classe proprio mentre suona l'ultima campanella e dunque di rado sono bollata come ritardataria.
Una volta che sono nell'aula giusta, e al banco giusto, e se riesco a restare sveglia abbastanza a lungo, sono una studentessa brava, attenta, volenterosa. (Come hanno segnalato in pagella tutti i professori.) I miei risultati nelle prove a risposta multipla oscillano tra il 97 e il 44 per cento. Nei compiti a casa ricevo voti generalmente pi alti - la maggior parte del tempo che passo da sveglia nell'ordinata casa di mattoni beige di mia zia e mio zio in Erie Street  consumata dai compiti che qui sono molto pi impegnativi rispetto a South Niagara, come spalare di continuo sabbia bagnata da una spiaggia estesa fino all'orizzonte.
Vale la pena, ne sono sicura. Qualsiasi sforzo. La perseveranza.
Perch voti alti faranno colpo sui miei genitori e accorceranno la durata del mio esilio.
(Non ho dubbi che zia Irma aggiorni i miei genitori, o almeno mia madre. Non posso credere che mia madre si rifiuti di ascoltare notizie cos lusinghiere che fanno onore alla famiglia Kerrigan, o che mio padre, che io adoro, non voglia nemmeno sentirmi nominare, che le sillabe stesse del mio nome siano per lui una lama nel cuore. Non posso credere che davvero a nessuno importi di me. Come si dice, non ci  possibile concepire il mondo senza di noi.)
Nella nuova scuola ci sono studenti di colore che mi guardano impassibili, da lontano. Se hanno sentito gli insulti che mi vengono rivolti a mezza bocca  probabile che si chiedano perplessi Perch? Perch a lei?
Di certo non ho amici di colore a Port Oriskany. Del resto non ho nemmeno amici bianchi a Port Oriskany.
Una voce subdola mormora accanto alla mia testa. Risvegliata di soprassalto mentre stavo per appisolarmi in piedi.
'Ker-ri-gan' -  cos che ti chiami, giusto? Hai per caso un parente che fa il politico? A Niagara Falls?
Uno degli adulti mi si avvicina in corridoio. Il professore di matematica di terza media, capelli crespi e sopracciglia come lana d'acciaio, famigerato per il suo sarcasmo.
Non c' stato forse- un processo? Un politico, un sindaco o un membro dell'assemblea di New York, finito a processo? Condannato? Mandato in galera?
Mi blocca il passo. Mi sorride. Qualcosa di crudele e ingordo nei suoi occhi, che hanno il colore del grasso di rognone.
No? Sicura? Be', il cognome mi dice qualcosa, chiss perch... Forse ce ne sono molti, di 'Ker-ri-gan'.
Mi districo da quest'uomo irridente, provando uno spasmodico bisogno di fuggire. All'improvviso sono sveglissima.

L'iceberg.

A volte, un pugno tra i capelli.
Ehi! Svegliati.
E quando mi svegliavo, chiunque avesse stretto il pugno tra i miei capelli si era allontanato, bisbigliando e sghignazzando.
Un gruppetto. Non volevo vederli in faccia.
Non ce l'avevano con me personalmente, volevo pensare. Da qualche parte avevo letto che i polli attaccano quello di loro che  stato colpito da una malattia, dalla rogna. La furia dei sani verso i malati.  la debolezza stessa che grida per farsi divorare.
Le loro frasi, le cui parole avrebbero voluto essere offensive e umilianti, acquistavano tuttavia una strana tenerezza. Perch ci di cui mi accusavano era l'amore, di amare. Mi sarei chiesta se me lo meritavo.
Arriv il nuovo anno. E poi la fine dell'inverno, il primo disgelo di aprile, l'acqua sciolta dal ghiaccio che correva tumultuosa nelle grondaie, colava dai tetti.
Venni a sapere che i miei fratelli detenuti nel carcere di Marcy intendevano ricorrere in appello contro la sentenza di condanna.
O meglio, che il nuovo avvocato ingaggiato da mio padre come loro rappresentante intendeva ricorrere in appello contro la sentenza di condanna.
Sarebbe stato sostenuto che la polizia di South Niagara aveva ottenuto la mazza da baseball appartenente a Jerome Kerrigan Jr. in maniera illegale. La sua ubicazione era infatti stata rivelata alle forze dell'ordine dalla sorella (minorenne) degli accusati la quale era stata indotta a fare la spia da una poliziotta senza il beneficio di un genitore o di un tutore legale. Se si esclude la mazza da baseball, vanno escluse anche le tracce di DNA ricavate dalla mazza stessa. Il caso contro i Kerrigan diventa circostanziale, le sentenze sono da revocare.
Se fosse stato cos, si sarebbero avviate nuove negoziazioni con i procuratori dell'accusa. Perch mai qualcuno dei quattro ragazzi avrebbe dovuto dichiararsi colpevole anche solo di omicidio preterintenzionale in assenza di tracce genetiche che collegassero i fratelli Kerrigan alla mazza? Senza arma del delitto tra le prove materiali, poteva essere stato chiunque a importunare e pestare Hadrian Johnson in Delahunt Road quella notte, con qualsiasi oggetto contundente.
L'unico testimone oculare avrebbe potuto modificare il suo resoconto. Gli sarebbe bastato dichiarare Era buio, non posso essere sicuro di ci che ho visto.
Queste possibilit mi si palesarono in un boato come di una cascata lontana. Senza che avessi intenzione di origliare mi capitava di sentire zia Irma e zio Oscar parlottare tra loro a bassa voce.
Povera Lula! mormorava Irma. Che periodo terribile  stato per lei...
E Oscar rispondeva ironicamente, Be'.  stato un periodo piuttosto terribile anche per la famiglia del ragazzo di colore.
Nella mente di mio zio non c'era dubbio che fossero stati i miei fratelli a uccidere Hadrian Johnson. Oppure che fosse stato uno di loro a ucciderlo e l'altro lo avesse aiutato. Che cosa pensasse mia zia non era altrettanto chiaro.
In una famiglia la cosa migliore  non pensare affatto. Semplicemente, nulla di nulla.
Nei primi tempi dopo che ero venuta a vivere con loro, zia Irma cercava spesso di abbracciarmi nella (erronea) supposizione che poich la mia famiglia mi aveva scacciata e mia madre non mi abbracciava pi, o non voleva nemmeno parlare con me al telefono, un abbraccio da parte sua, dalla sorella di mia madre, sarebbe stato gradito. E nonostante io non ricambiassi l'abbraccio ma anzi restassi rigida, trattenendo il respiro, a occhi bassi, questo non bastava a dissuaderla del tutto. Violet  molto timida. Violet  - com' che si dice? - traumatizzata.
Piangevo spesso. Adesso mi vergogno a ricordarlo. Come se le lacrime avessero mai aiutato qualcuno. Persino zia Irma mi ammoniva, avrei finito per vomitare a forza di piangere cos spesso, e cos forte.
Anche lei era facile alle lacrime. Le piaceva parlare delle molte occasioni che aveva trascorso con me quando ero piccola piccola, quando veniva ad aiutare mia madre nell'accudimento dei figli e si fermava a dormire in quell'alveare che era la casa di Black Rock Street. Molte volte mi aveva fatto il bagno, mi aveva cosparso il culetto di borotalco e cambiato il pannolino. Mi aveva spinta nel passeggino lungo il marciapiede pieno di crepe che mi sballottavano e mi facevano ridere a crepapelle. Me lo ricordavo? chiedeva Irma speranzosa.
Io vagamente annuivo, sorridevo. Come potrebbe annuire, sorridere una bambola. Non me lo ricordavo affatto ma non volevo far sapere a mia zia quanto poco avesse contato nella mia vita allora e quanto poco contasse adesso.
Zio Oscar non era altrettanto sentimentale. Aveva ceduto alle suppliche della moglie perch dessero ospitalit alla figlia di sua sorella ma spesso i suoi occhi vagavano su di me come disorientati - chi cavolo era questa ragazzina goffa, questa estranea che a tavola mangiava il suo stesso cibo, che si trascinava zoppicante su per le scale, che si ritraeva da lui in corridoio o nelle vicinanze del bagno (unico, al primo piano), che evitava il suo sguardo? Era categoricamente escluso che Oscar Allyn mi abbracciasse per confortarmi quando scoppiavo in lacrime. In sua presenza quasi mai scoppiavo in lacrime. Un contatto accidentale ci avrebbe fatti sobbalzare entrambi, atterriti.
Non sei mio padre. Vattene!
Tra noi si era instaurato una specie di patto. Un minimo di distanza. Tra la donna e me invece, non sufficiente distanza.
Non sei mia madre. Vattene!
Non sopportavo di vedermi allo specchio. Imparai a osservarmi con la coda dell'occhio. E poi con le palpebre socchiuse. Sotto l'attaccatura dei capelli dove la crosta si era staccata c'era una morbida, sinistra, vistosa cicatrice della quale mi vergognavo e che cercavo di nascondere sotto una frangetta spelacchiata.
Il ginocchio non era pi cos gonfio. Mia zia mi aveva portato in una clinica dove un tizio che pare fosse un dottore l'aveva esaminato sommariamente dicendo che sarebbe guarito se non avessi corso e non l'avessi affaticato.
Io per dovevo correre. La smania di correre era potentissima. A volte quando ero all'aperto e da sola provavo il bisogno improvviso, come arriva improvvisa la sete, di correre: e correvo; una gioia violenta si impadroniva di me, come lingue di fuoco; correvo finch non sentivo il cuore martellare nel petto e il ginocchio cominciava in effetti a farmi male, finch le gambe non si indebolivano.
Corri, topaccio! Vedrai quando ti acchiappiamo.
Per me era una specie di incanto. Come avere il testo di una canzone intrappolato nel cervello. Di continuo, di continuo, di continuo sentivo. Di continuo, di continuo, di continuo vedevo Lionel che si materializzava silenziosamente, furtivamente, alle mie spalle e mi spingeva gi dai gradini ghiacciati. La scena era diventata talmente vivida che vedevo entrambi con estrema chiarezza - la ragazzina colta di sorpresa, il giovanottone dietro di lei che la spingeva. Avrebbe potuto essere la scena di un film - ero certa di averla vista.
C'era anche il poliziotto che mi aveva afferrata. Con la stessa lestezza e abilit con cui Lionel mi aveva spinta. Mi aveva afferrata sul ponte di Lock Street, mi aveva torto il braccio dietro la schiena finch non ero svenuta dal dolore.
Ecco perch correre era essenziale. Correre pi veloce che potevo.
E rapidamente stabilire, ovunque mi trovassi, dov'erano i possibili nascondigli. Le vie di fuga. Provavo una profonda compassione nel vedere i topi impegnati a rovistare nei cassonetti che tutto a un tratto balzavano fuori squittendo e correvano a nascondersi in una fenditura.
Zia Irma cercava di confortarmi. Adesso sei al sicuro, cara. Qui con noi.
Come se avessi potuto crederle! Come se chiunque di noi possa garantire sicurezza a qualcuno.
Ma Irma era anche agitata. All'epoca il telefono non ti rivelava l'identit del chiamante e lei rispondeva sempre con titubanza: P-pronto? Chi parla? Un colpetto sulla porta la pervadeva di terrore.
Ricordo che una volta, quando qualcuno buss alla porta pi forte di quanto sarebbe sembrato ragionevole, Irma mi grid di salire di sopra, di correre in bagno e chiudermi dentro - quasi che, nell'urgenza del momento, avesse ceduto alla peggiore delle mie paure, ossia che uno dei miei fratelli potesse presentarsi a Port Oriskany per ammazzarmi.
In seguito avrei riflettuto sull'insensatezza di quella paura. Nessuno che abbia intenzioni omicide annuncerebbe la propria presenza bussando cos forte alla porta.
A mia insaputa, erano iniziati gli anni dell'attesa.
Quando aspetti non sei n infelice n felice. Sei in attesa.
Semiconsapevolmente ero convinta che sarei rimasta dodicenne per sempre, rachitica e maledetta, e invece il tempo andava bizzarramente, indifferentemente avanti come se la catastrofe della mia vita non pesasse pi di una piuma che il vento aveva gi soffiato via.
Crescevo, diventavo una ragazza allampanata con gli occhi sfuggenti. E sotto gli occhi un cronico gonfiore.
Una bocca imbronciata, cupa. Pelle chiara, facile a scottarsi.
Capelli neri che somigliavano a folli scarabocchi di pastello. Non riuscivo a passarci il pettine, tra i miei capelli, e persino spazzolarli era una fatica. Eppure, spesso lasciavo trascorrere un giorno e una notte interi senza spazzolarli n pettinarli, e cos i nodi proliferavano come pidocchi. In questo modo viziandomi e punendomi in un unico gesto.
A differenza di mamma, zia Irma non osava piombare nella mia stanza all'improvviso, agguantare spazzola e pettine e liberarmi i capelli dei nodi senza alcun riguardo per le mie proteste.
Guardati! Guarda che capelli! Che spettacolo.
Siediti e sta' ferma. Smettila di dimenarti. Hai dei bellissimi capelli ondulati - pi belli di quelli delle tue sorelle.
In effetti avevo i capelli di mia madre. Questo le piaceva ripetere.
Quanto detestavo quella tiranna di mia madre! Sempre a sgridarmi, a lamentarsi. A prendermi a schiaffi (leggeri) per farmi stare seduta immobile.
Ma quando finiva di spazzolarmi e pettinarmi, i miei capelli avevano un aspetto molto migliore. Dovevo ammetterlo.
Ricordo anche la sua abitudine di inumidirsi disinvoltamente l'indice e lisciarmi le sopracciglia! Persino in presenza di altri. Un gesto di esasperante intimit, che solo una madre pu infliggere a un figlio, un figlio che quasi sempre  una figlia.
Adesso invece non c'era nessuna a toccarmi cos intimamente. Nessuna che si occupasse cos tanto di me, come se fossimo una cosa sola.
Zia Irma non riusciva a imporsi con nessuno e di certo non con me. Era raro che contraddicesse il marito e se era costretta a essere in disaccordo con lui riusciva talmente ad attorcigliarsi, a fare tali giri di parole che il marito non si accorgeva nemmeno del suo disaccordo. Con me era timida persino quando parlava del tempo. Le sue richieste erano pronunciate non con voce sicura e autoritaria ma in forma di supplica. Mia zia non aveva speranze di comandarmi come avrebbe fatto mia madre perch mia zia voleva a tutti i costi essere benvoluta.
Questa  la grande debolezza - desiderare di essere benvoluta, amata. Rinunci a qualsiasi dignit quando vuoi essere benvoluta, amata.
Mi suscitava solo disprezzo che un'adulta mi chiedesse scusa anzich sgridarmi, anzich usare il sarcasmo. Perch non ero forse uno spregevole topaccio? Non dovevo forse strisciare via da qualche parte e morire?
Irma invece muoveva leziosamente le mani - Oh Violet, perdonami...
Violet, cara, aspetta un momento, scusami...
Poi la sentivo parlare al telefono con qualche amica convinta che io non fossi nei paraggi. Sentivo mia zia n timida n titubante ma incredula, risentita - Non ci guarda nemmeno in faccia! Ci spezza il cuore! Non  mai stata cos prima.  cambiata. Quanto tempo  ormai - sei, sette mesi! Ormai dovrebbe fidarsi di noi. E invece no. Se ne sta chiusa in camera tutto il tempo... Come una persona su un iceberg che scivola sempre pi verso il mare aperto: tu la chiami, la chiami, e alla fine...
Mi allontanai in fretta e furia. Non volevo sapere come si concludevano quelle indignate parole.

Faccia di Rapa.

Ogni ultimo luned del mese, Ms. Dolores Herne dei Servizi di tutela ai minori passava dalla casa di mattoni beige di Erie Street, a Port Oriskany, per vedere come stavo.
Poich ero stata allontanata dalla mia famiglia e affidata alla custodia di parenti, un'assistente sociale della contea era obbligata a farmi visita a intervalli regolari.
Ms. Herne faceva due chiacchiere con me e zia Irma, dopodich mi parlava in privato chiedendomi a bassa voce: Ti senti sicura in questa famiglia, Violet? C' qualcosa che vorresti condividere con me, che rimarr tra di noi?
S mi sentivo sicura con mia zia e mio zio - ovviamente.
No non avevo nulla da condividere con una sconosciuta.
Per caso qualcuno della tua famiglia di South Niagara ti ha minacciata da novembre a oggi? pass a chiedere Ms. Herne dopo aver consultato i suoi appunti. Magari tuo fratello Lionel-?
Lionel  in c-carcere.
Be'... ti ha forse contattata? Direttamente o indirettamente?
Feci di no con la testa.
No? Sicura?
No.
Nemmeno tramite altri componenti della famiglia? Lionel non ti ha contattata... in nessun modo?
Un'ondata di panico nel petto per il dubbio che mi venne: Ms. Herne sa forse qualcosa che io non so? Lionel mi sta forse minacciando senza che io ne sappia niente?
La sua condanna era dai sette ai tredici anni di carcere, dissi a Ms. Herne. Non era passato nemmeno un anno...
Un mormorio invase le mie orecchie. Sembrava che Ms. Herne stesse mormorando sottovoce ma in un modo tale, con la bocca serrata, da impedirmi di capire se quella bassa vibrazione provenisse in effetti dalla sua gola o dalla mia.
Una strana Faccia di Rapa avevo davanti.
E tu, immagino, non sei andata a trovarlo in carcere, giusto?
Feci di no con la testa. Cercando di non scoppiare a ridere.
Impossibile immaginare di far visita a Lionel o a Jerome. Chi mi avrebbe accompagnata? I miei genitori? No.
Non avrei sopportato di vedere l'odio dipinto sul volto dei miei fratelli. La rabbia omicida.
Topastro schifoso. Fica maledetta. Te la staccheremo, quella testaccia fottuta.
Ms. Herne sbirciava i suoi appunti, la fronte aggrottata. Evidentemente non ripassava quegli scarabocchi dall'ultima volta che era venuta; sembrava aver dimenticato persino gli elementi basilari del mio caso.
E tuo fratello maggiore Jerome, anche lui ti aveva minacciata?
Feci di no con la testa.
Quando tuo fratello Lionel ti aggred - secondo questa mia relazione ti spinse gi dai 'gradini ghiacciati' - era in casa anche Jerome?
Le risposi freddamente di no. Ancora un minuto e sarei saltata su dalla sedia e scappata via, tanto detestavo quelle domande.
Jerome non partecip all'aggressione, ritieni? A quanto tu ne sappia?
Ero incerta sulla risposta. Tentennando feci di s con la testa.
E non sei in contatto nemmeno con Jerome?
Feci di no.
(Ma forse era s perch a Jerome avevo mandato un bigliettino di auguri di compleanno, cos come ne avevo mandato uno a Lionel, un biglietto solo con la mia firma - Violet. Questo contava forse come essere in contatto?)
E non hai notizie dei tuoi fratelli detenuti tramite nessun altro, Violet? Nessuno della famiglia?
Visto che mi limitavo a scuotere la testa Ms. Herne insistette: Devo chiedertelo, cara.  fondamentale da sapere.
Ero seduta assolutamente immobile, lo sguardo fisso sul pavimento. Una sensazione di estrema stanchezza cal su di me, il desiderio di sdraiarmi sul tappeto, chiudere gli occhi dalle palpebre cos pesanti, sprofondare nel sonno come in un cumulo di letame nero...
... quello che sembra avere materialmente colpito il ragazzo di colore, giusto? 'Jerome'. E Lionel si  rifiutato di testimoniare contro di lui...
Era vero questo? Immaginai di s. Nessuno dei miei due fratelli aveva testimoniato contro l'altro. Gli altri due erano stati vaghi nelle loro confessioni. (Avevano paura di Jerome? Che, un giorno, una volta tornati tutti liberi, Jerome potesse andare a cercarli e far loro del male, se avessero fatto la spia ai suoi danni come avevo fatto io?)
Ms. Herne doveva sapere che ero stata un topo, che avevo fatto la spia ai danni dei miei fratelli. Che proprio per quello ero stata esiliata dalla mia famiglia e resa un'incapace sotto tutela della contea di Niagara, motivo per cui adesso vivevo presso dei parenti di mia madre.
Non osavo mai chiederle dei miei genitori - se mi avevano gi perdonata, se avevano chiesto di me - perch domande cos patetiche avrebbero fatto sentire Ms. Herne in imbarazzo per me.
Vivevo ogni giorno nell'apprensione di ricevere improvvise, sconvolgenti notizie da estranei come lei, o da uno dei professori, magari quello di matematica di terza con le sopracciglia di lana d'acciaio che sembrava sempre aspettarmi in agguato, che si permetteva di rivolgermi domande a mezza bocca: Sei tu la ragazza, vero? Kerrigan? I tuoi fratelli sono in carcere per omicidio preterintenzionale, per aver pestato a morte un ragazzo nero, sei tu?
Il mormorio diventava costantemente pi forte. Cominciavo a sentire Kerrigan, Kerrigan. Kappa come killer, KERRIGAN.
Violet, qui nella relazione del tribunale si dice che entrambe le condanne dei tuoi fratelli sono state appellate. Questo succedeva a giugno. Hai per caso notizie pi recenti?
Feci di no con la testa.
No? Ms. Herne sorrise e mi guard con una smorfia come se fosse dura d'orecchi.
N-No.
Tutto quello che avevo sentito, vaghe notizie da zia Irma, era che la corte d'appello dello stato di New York era molto lenta. E che gli avvocati dei miei fratelli erano molto costosi.
Mi domandai se Ms. Herne sapesse qualcosa dell'appello che io non sapevo. Che non voleva condividere con me.
Violet? Stai bene, cara?
L'assistente sociale mi stava scrutando da un'enorme distanza. Da cos lontano che non riuscivo bene a distinguere la sua sgraziata faccia di rapa, la sua voce attutita dal ruggito del vento.
Cerchi di aprire gli occhi? Violet?
Mi si erano chiusi gli occhi? Ritenevo di no: non stavo forse guardando la donna? Era in piedi su uno sperone di roccia, leggermente pi in alto rispetto a me. Eravamo separate da un baratro verso il quale (sembravo saperlo) non dovevo guardare, perch laggi c'erano esseri spaventosi, rotti, mutilati e sanguinanti.
Violet! Svegliati per favore...
Ms. Herne mi stava tirando per il braccio, allarmata.
Spinsi via mani alla cieca. Non mi piaceva essere toccata.
Sveglia, Violet! Cerca di aprire gli occhi...
Ma i miei occhi erano aperti! Avrei voluto insultarla, quella donna che continuava a fissarmi e non mi lasciava in pace.
Invece Ms. Herne continuava a strattonarmi, e io con ancora pi forza a respingere le sue mani.
Tranne che le mie mani sembravano ferme. Erano intorpidite, a una certa distanza dal corpo. Io chiss come sapevo che potevano essere manovrate da una specie di telecomando che per non avevo (ancora) imparato a usare.
Ms. Herne era sparita, per andare a confabulare con la donna di cui avevo dimenticato il nome, la quale doveva essere una mia parente che teneva informati i miei genitori ogni giorno del mio esilio.
Dov'erano quelle due? Dietro l'angolo? Se fossi stata una ragazzina pi piccola e infantile sarei balzata in piedi e avrei fatto cuc in corridoio, cos, per scherzo.
Ingenue loro a immaginare che non riuscissi a sentirle quando invece parlavano in maniera distinta.
... improvvisamente addormentata, mi  parso... Ho dovuto afferrarla per impedire che cadesse per terra.
... oh, Violet lo fa... A volte. Non significa... Non significa niente...
... mancanza di sonno? Ha le occhiaie...
... oh no, oh no... Ha semplicemente le palpebre un po' gonfie, e le danno prurito. Ma non  niente.
... visitata da un dottore?
... oh s, s certamente. Io e mio marito... abbiamo...
... cos all'improvviso, ho dovuto afferrarla altrimenti sarebbe caduta per terra.
Poi Ms. Herne era di nuovo l seduta di fronte a me con un sorriso insincero sulle labbra. Avevo gli occhi completamente aperti, niente sembrava essere cambiato e niente era fuori posto.
In corridoio (forse) c'era mia zia che origliava. Non potevo esserne certa e non potevo tradire i miei sospetti balzando in piedi e andando a vedere, altrimenti entrambe avrebbero scoperto che ero a conoscenza della loro collusione.
Sei assolutamente certa, Violet, di sentirti 'sicura' in questa casa? Di essere sicura? E che nessuno dei tuoi due fratelli ti ha contattata per... per... minacciarti?
Oh, perch non la faceva finita?
Feci di s con la testa. O era un no?
Ms. Herne concluse la visita con le solite domande sulla scuola che, come sappiamo tutti, erano domande a trabocchetto. Prendendo solennemente appunti quando le assicurai che mi stavo ambientando, che andavo bene, in generale.
Ti stai, ritieni, 'ambientando'? E vai 'bene' - 'in generale'?
S.
Ottimo. Alla prossima, Violet! Ci rivediamo a... settembre, giusto? Ma ti prego di chiamarmi in qualsiasi momento se... se dovessi avere motivo di chiamarmi. Promesso?
No. Non te lo prometto.
S, Ms. Harm.
'Herne', il mio nome  'Herne'.
Ms. Herme.
Herne.
Le rivolsi un sorriso affinch Faccia di Rapa non avesse ulteriori motivi di essere sospettosa nei miei confronti. Nell'altra stanza, se mia zia stava ascoltando, sarebbe stata ingannata anche lei.
Alla prossima, Violet, ripet la donna.
Alla prossima!
Dopo che Ms. Herne se ne fu andata un brivido di freddo mi attravers il corpo. Era possibile che i miei fratelli venissero scarcerati prima del previsto? Erano gi liberi? E nessuno me lo avrebbe detto, per mettermi in allarme?
Per avvertirmi?

Sorelle.

Katie... me lo dirai? Mi farai sapere? Se-
Rintanata in camera mia con la porta chiusa a scrivere una cartolina a mia sorella. Non sapevo bene cosa dire. Quali parole scegliere. Poich tutti nella mia famiglia speravano che Lionel e Jerome venissero scarcerati il prima possibile - tranne me.
Tutti sembravano ritenere le condanne ingiuste, inique. Era stato ripetuto alla nausea -  solo perch sono bianchi, ragazzi bianchi. Veniva quasi da pensare che fosse stato Hadrian Johnson ad aggredire loro.
Magari potresti chiamarmi? Se ci sono notizie? Questo  il numero di zia Irma se ne hai bisogno.
Naturalmente Katie il numero ce l'aveva gi. Mi ero premurata io stessa di farglielo avere. Anche se n lei n Miriam mi avevano mai chiamata negli otto mesi da quando ero l.
Se Lionel verr scarcerato, e se... se dovesse dire qualcosa su di me.
Intendendo: se Lionel dovesse minacciare di farmi del male.
Katie lo sapeva. E doveva saperlo anche Miriam. Che ero terrorizzata al pensiero che Lionel e Jerome venissero scarcerati, pur dovendo fingere di sperare, come il resto della famiglia, che uscissero al pi presto di galera.
... se dovesse minacciarmi. Me lo farai sapere?
Una supplica nel vuoto. Come sporgersi su un pozzo profondo e chiamare con le mani a coppa intorno alla bocca e aspettare, aspettare, aspettare un'eco flebilissima.
Pi tardi mi venne in mente che spedire una cartolina non era una buona idea. Se avessi spedito una cartolina a Katie tutti in famiglia avrebbero potuto leggerla, compresa mia madre.
Ma se avessi spedito una lettera (sigillata), mamma avrebbe notato anche quella e si sarebbe insospettita, l'avrebbe (magari) aperta...
Strappai la cartolina per Katie. Cominciai a scrivere una lettera per Miriam che, come avevo saputo, aveva lasciato la casa di Black Rock Street e affittato un appartamento in centro.
Miriam lavorava come segretaria per un contabile di South Niagara. Avrebbe voluto andarsene di casa gi prima che i miei fratelli venissero arrestati ma aveva temporeggiato troppo, il fidanzato non aveva sopportato lo scandalo e l'aveva lasciata...
Speravo che Miriam non desse la colpa a me anche di questo.
Mi ci vollero ore per scriverle la lettera nonostante fosse lunga meno di una pagina. Ero pervasa da una sensazione di terrore. Avrei preferito non dover riflettere su quanto mi mancassero le mie sorelle, cos come mi mancava mia madre; scrivere era come parlarci, supplicarle, e mi lasci emotivamente scossa.
Miriam! Katie! Avete smesso anche voi di volermi bene...?
Mi sento cos sola. Vi prego!
Nella lettera per Miriam acclusi il numero di telefono di zia Irma e le chiesi di chiamarmi; non mi aspettavo che invece mi chiamasse Katie una sera, pochi giorni pi tardi.
Violet? Pronto? Miriam mi ha letto la lettera che le hai spedito. Ha- abbiamo- pensato che era meglio ti chiamassi io... Hai fatto bene a non scrivere a me- mamma l'avrebbe vista ritirando la posta. Adesso  uscita a fare la spesa. Non posso parlare a lungo...
Katie aveva la voce secca, nervosa. Sembrava sulle spine e al tempo stesso imbarazzata e parlava rapidamente per evitare che la interrompessi.
Riguardo a quello che chiedi, il ricorso in appello o qualsiasi cosa l'avvocato stia facendo, non ci ho capito molto. So solo che c' una corte 'd'appello' statale. Se ne sta interessando anche Tommy Kerrigan. Ha dei 'contatti' nel sistema della giustizia, dice. Intende - pare - rientrare nella vita pubblica e candidarsi per l'Assemblea generale di New York se trover i finanziamenti necessari da parte di qualche riccone -  stato intervistato pi volte alla tv locale, dice che i suoi 'nipoti' sono stati vittime di una caccia alle streghe, sbattuti in galera perch bianchi.  una questione abbastanza- non so- abbastanza controversa, dice la gente. Sia qui sia a Buffalo c' quella che chiamano 'controffensiva bianca'... Pap ha dovuto chiedere altri prestiti. La cauzione  stata restituita ma l'ammontare delle spese legali  quasi altrettanto alto. Gli avvocati presentano parcelle da capogiro! Ma pap ci spera - credo. Se gli avvocati riescono a ottenere la revoca delle condanne Jerr e Lionel saranno fuori - non dovranno nemmeno aspettare i termini per il rilascio sulla parola. Jerr  stato coinvolto in una rissa, qualcosa, in carcere,  rimasto ferito - l'hanno ricoverato nell'ospedale del carcere. Mi sembra di capire che sia stato accoltellato... Di Lionel non so quasi niente, si  chiuso con tutti noi. Non vuole visite, dice. Solo pap, una volta ogni tanto.
No, non parlano di te, Violet. Il tuo nome non viene mai fatto, almeno con me. Perlopi parlano del 'caso legale' - cos lo chiamano. Sono preoccupati per Jerr e Lionel e ritengono che gli sia stata addossata la colpa in quanto 'bianchi'... Io e Miriam cerchiamo di evitare l'argomento. Non so Les e Rick come si sentono -  dura andare a scuola, con la gente che continua a parlare di Hadrian Johnson. Io ho ancora le mie amiche, o alcune di loro...  dura, c' chi d la colpa a te, secondo altri invece  tutta colpa loro - dei neri.  come se bisognasse schierarsi per forza da una parte o dall'altra e le persone come noi, col nostro cognome, devono stare dalla parte 'bianca'. Io cerco semplicemente di evitare! Les non va molto bene a scuola, salta spesso le lezioni. Si chiude in camera a giocare a quei suoi raccapriccianti videogame. Rick parla di entrare nei Marines quando avr finito la scuola e pap d di matto per questo. Pap esce spesso la sera e quando  a casa  molto stanco. Beve pi del solito. L'inverno scorso ha avuto una brutta bronchite - non gli  ancora passata. Mamma prende un farmaco - lo 'Xanax'. Serve a farla dormire e a distenderle i nervi. Certe volte la sento piangere - ma non corro subito da lei. Altrimenti si arrabbia con me. Le parole di Katie erano slegate, risentite. Parlava rapidamente come per arrivare in fondo alla conversazione, prima che venissimo scoperte.
Era il mio turno di parlare. Avevo la bocca secca.
Non ti manco? avrei voluto chiederle. Quando sei nella nostra camera? Non ti senti in pena per me?
Ma all'improvviso Katie stava dicendo: Oh, mio Dio!  appena tornata la mamma. Devo riagganciare, Vi'let. Cercher di scriverti. Cercher di chiamarti - se dovessero esserci novit. Ma tu non chiamare qui - e non scrivere, ti prego. Ciao!
Ma, Katie-
Aveva gi riagganciato.
Si potrebbe pensare che la telefonata di Katie mi avesse devastata ma non era cos. Ero grata per il fatto che mia sorella mi avesse dedicato tutto quel tempo e non si fosse scordata di me.
Grata per l'emozione nella sua voce, anche se era un'emozione di insofferenza, di ripugnanza.
Presi un giaccone dalla cabina armadio e uscii, per camminare un po' da sola, e correre. Correre, correre!
Quella sensazione quando corri e il cuore si riempie di gioia e pensi: Un altro po'! E il cuore scoppier.
In ottobre si vedono esili rampicanti secchi dalle foglie avvizzite che tuttavia riescono ancora a mettere fiori - non pi fiori grandi e sgargianti ma piccoli, sbiaditi. La bella di giorno azzurra sullo steccato di mia zia si era sbiadita, rinsecchita. Alcuni suoi viticci per si erano aggrappati a un albero e a quattro metri da terra c'erano fiori che stavano sbocciando, isolati, ogni mattina coraggiosamente azzurri. Finch non fosse arrivata la prima gelata.
I contatti con le mie sorelle erano cos. Avvizziti, secchi. A malapena vivi. Eppure, esistevano.

Mr. Sandman Bring Me a Dream.

Mi avrebbe protetta lui. Me lo aveva promesso.
Baciando la cicatrice sotto l'attaccatura dei capelli. Lisciando i capelli all'indietro, cos da posare lievemente le labbra sulla cicatrice. Dandomi i brividi.
Mi avrebbe preso le misure. Avrebbe registrato i dati. Le dimensioni del mio cranio, la lunghezza della colonna vertebrale, la grandezza delle mani e dei piedi (nudi). Statura, peso. Colore della pelle.
Poi prendendomi la mano. Premendosela tra le gambe dove era grassoccio, gonfio come frutta matura e marcescente. Premeva, sfregava. Quando cercai di ritrarmi strinse la mia mano ancora pi forte.
Non fingere di essere innocente, Vio-let. Sgualdrinella.
A volte mi chiamava Bella Addormentata. (Doveva essere una delle sue battute, ero tutt'altro che bella.)
A volte mi chiamava Biancaneve.
E io sono 'Sandman', come l'omino della sabbia. Ho la sabbia sulla lingua?
Sette mesi. Quando avevo quattordici anni.
Se erano abusi, come gli furono imputati, a me non sembravano, solitamente. Erano qualcosa che potevo riconoscere come castigo.
Ogni volta era la prima volta. Ogni volta, non avrei ricordato quello che mi era successo, che mi era stato fatto. E quindi c'era soltanto un'unica volta, e quella volta era la prima e al tempo stesso l'ultima.
Ogni volta era un soccorso. Mi svegliavo e vedevo il volto di colui che mi aveva soccorso, e i suoi occhi che scintillavano di trionfo sotto sopracciglia brizzolate. La bocca stretta dentro due profonde parentesi e denti gialli in un sorriso di felicit.
Vio-let Rue!  ora di svegliarsi, cara.
Mr. Sandman era il professore che mi aveva vista smarrita nel corridoio di terza media quando facevo ancora la prima. Appena trasferita nella nuova scuola di Port Oriskany. Il professore con le sopracciglia brizzolate e gli strani occhi penetranti che sembrava avermi riconosciuta, che mi aveva chiesto del mio cognome.
E adesso sei nella mia aula appello. Vio-let Rue.
Non avevo scelta. Mr. Sandman era il professore di matematica della terza media.
Finalmente ero sua. Nell'elenco della sua aula appello e nella sua classe di matematica alla quinta ora.
Tanto in aula appello quanto a lezione di matematica Mr. Sandman mi faceva sedere alla sua destra dove poteva tenere il suo prezioso occhio protettore su di te.
Mi aveva aiutata a rialzarmi. Prima di diventare mio insegnante. Mi aveva trovata addormentata in un angolo della biblioteca scolastica dove mi ero acciambellata sotto una sedia di similpelle come potrebbe acciambellarsi un cane per un sonnellino, muso contro coda, un piccolo terrier spelacchiato, nella speranza di essere invisibile e non buscarsi calci.
Evidentemente non mi aveva vista nessun altro. Magari scambiandomi per una giacca di montone buttata sotto una sedia in fondo alla sala.
A lungo in piedi sopra di me con il respiro roco, senza che mi accorgessi di niente.
 ora di svegliarsi, cara! Prendi la mia mano.
Ma era stata la sua mano a prendere la mia. Aveva stretto forte e mi aveva fatta alzare.
Perch lasciavi che ti toccasse, Violet! Quell'uomo orribile.
Perch? Visto che non ti facevi toccare da altri, che invece speravano di amarti come una figlia!
Io sono il capitano, voi la ciurma. Chi non studia verr buttato a mare.
Mr. Sandman, matematica di terza media. La sua pelle era avvampata da una perpetua indignazione per la nostra stupidit. I suoi occhi balzavano su di noi come piccoli rospi scintillanti. Quando tendeva le labbra era come se fosse carne cruda a sorridere, ci venivano i brividi di paura eppure ridevamo, perch Mr. Sandman era spiritoso.
Era uno dei soli tre insegnanti maschi della scuola media di Port Oriskany. Responsabile del club degli scacchi e del club di matematica. Tutte le mattine dirigeva la sua aula appello nella recita del Giuramento di fedelt.
(Con voce severa Mr. Sandman recitava il giuramento rivolto verso di noi schierati ubbidientemente in piedi con la mano sul cuore, la testa china. Quello non era il momento per lazzi e battute. Veniva da pensare che il Giuramento di fedelt fosse una preghiera. Una lucente bandiera americana, di cui si diceva fosse una bandiera personale, una bandiera che Mr. Sandman aveva acquistato lui stesso, pendeva srotolata dall'angolo in alto a sinistra della lavagna, e quando Mr. Sandman finiva il giuramento con la sua stentorea voce virtuosa alzava enfaticamente la mano destra in una specie di saluto, puntando le dita in alto verso la bandiera.)
(Era il saluto nazista?) (Non ne eravamo sicuri.)
Mr. Sandman governava le lezioni di matematica come un capitano di marina. Gli piaceva agitare quello che chiamava il suo pugno di ferro. Se uno di noi, di solito un maschio, diceva una castroneria, era costretto a farsi la tavola - non percorrere bendato e legato un'asse sporgente dal fianco della nave fino a precipitare in mare ma alzarsi dal banco e raggiungere il fondo all'aula e starsene l con le spalle alla classe fino al suono della campanella.
Nei giorni di mare grosso potevano essere anche tre o quattro i ragazzini in piedi contro il muro, rassegnati ad aspettare cos la campanella, con il divieto di girarsi, niente risatine, niente spiritosaggini, e se dovete pisciare fatevela addosso - una frase di Mr. Sandman sconvolgente ogni volta che la sentivamo, motivo di burrasche di riso nervoso in tutta l'aula.
Ovviamente, era la classe di algebra della terza media. Avevamo quattordici, quindici anni. Nessuno in quell'aula rischiava di farsela addosso.
(Eppure non eravamo cos grandi da evitare che la semplice eventualit ci suscitasse terrore. Con le guance avvampate, ci agitavamo sulla sedia nella speranza di non essere il bersaglio delle angherie di Mr. Sandman.)
Era raro che Mr. Sandman ordinasse a una femmina di farsi la tavola. Certo, Mr. Sandman prendeva in giro anche le femmine, talvolta portando alcune di noi fino alle lacrime, ma non era crudele, almeno di solito.
Con i maschi era un'altra storia. I maschi erano Schmutz, feccia.
Bobbie Sandusky era Babbeo Schmutz. Mike Farroletti era Cretinetti Schmutz. Rick Latour era Larutto Schmutz. Don Farquhar era Dondolone Schmutz.
Erano cose divertenti? Ma allora perch ridevamo?
Nascondendo la faccia dietro le mani. Non c' nulla di pi divertente della sventura di qualcuno che non sei tu.
Si potrebbe pensare che Mr. Sandman fosse detestato ma in realt aveva molti ammiratori. Gli ex studenti ne parlavano con affetto chiamandolo un personaggio, un gran figlio di puttana. Persino i ragazzi che metteva alla berlina ridevano delle sue battute. Come un comico televisivo tutto smorfie e sguardi truci, dalla cui bocca sgorgassero le frasi pi irriverenti. Impossibile non ridere. L'ilarit era un gas che si diffondeva per l'aula e ti faceva ridere anche se al tempo stesso ti soffocava.
Sulla sua nave Mr. Sandman era il padrone assoluto. In un manicomio non puoi lasciare che siano i pazzi a prendere il comando.
Un ristretto numero di ragazzi della classe sembravano immuni ai suoi dileggi. Non i ragazzi pi brillanti ma in genere i pi alti e pi belli, quasi sempre sportivi, figli di famiglie benestanti di Port Oriskany. Erano questi i ragazzi che ridevano pi forte alle battute che Mr. Sandman rivolgeva ai meno fortunati. La mia squadra di picchiatori.
Li avrebbe equipaggiati di divise, diceva. Caschi, stivali. Rivoltelle da tenere nella fondina. Fucili.
Avrebbero imparato il passo dell'oca. A marciare in parata lungo la Main Street davanti alla scuola. Aaa-ttenti! Presentat'arm! Puntate! Li avrebbe guidati lui stesso.
(Sarebbe stato in divisa anche Mr. Sandman? Una divisa da che genere di capitano? Nella fondina una pistola, non il fucile. Stivaloni lucenti alti fino alla coscia.)
Se i maschi erano al massimo picchiatori, le femmine contavano zero. Quando Mr. Sandman, con una specie di ruvida tenerezza, parlava della sua squadra di picchiatori era come se noi ragazze fossimo invisibili ai suoi occhi.
Le ragazze non possiedono 'attitudine naturale' per la matematica. Non c' alcun motivo perch conoscano la matematica. Soprattutto l'algebra, che non ha alcuna utilit pratica per una femmina. Ho reso nota la mia opinione all'illustre direttivo scolastico della nostra bella cittadina ma le mie (informate, oggettive) opinioni cadono quasi sempre su orecchie sorde e in teste vuote. Perci, dalle femmine non mi aspetto nulla - ma mi aspetto quantomeno risultati mediocri e passabili da te. E te, e te. Strizzando l'occhio alle ragazze pi vicine a lui.
Era divertente? Perch le ragazze ridevano?
A nessuna di noi sembrava cos inaudito che le ragazze fossero prive di attitudine naturale per la matematica. Ci sembrava anzi molto ragionevole. E un sollievo, per alcune di noi, che il nostro professore di matematica non pretendesse da noi uno standard superiore alla mediocrit - parola che non avevamo mai sentito prima ma che capivamo per istinto.
In quelle circostanze Mr. Sandman non strizzava mai l'occhio verso di me. Quando sputava le sue sentenze, che dovevano farci ridere ma anche capire come andava il mondo, non mi guardava mai. Aveva disposto la classe in modo che Violet Kerrigan fosse seduta in un banco della prima fila, all'estrema destra, vicino alle finestre, a poche decine di centimetri dalla cattedra. In questo modo quando Mr. Sandman si pavoneggiava davanti alla lavagna rivolgendosi alla classe io ero alla sua destra, defilata come dietro le quinte di un teatro.
Ti tengo d'occhio. Vio-let Rue.
Ogni lezione di matematica era un'esercitazione militare. Andando avanti e indietro tra le file di banchi nelle vesti di capitano e istruttore, Mr. Sandman interrogava gli sventurati studenti. Anche se avevi fatto i compiti e conoscevi la risposta, era molto probabile che ti sentissi intimidito, che balbettassi e dicessi la cosa sbagliata. Persino un elogio da parte di Mr. Sandman poteva essere pungente: Bene! Una risposta corretta. Chiuso da un ironico applauso, il volto impassibile alla Buster Keaton.
Mentre Mr. Sandman andava su e gi per l'aula pungolandoci, sgridandoci, irridendoci e tormentandoci, sulla fronte gli si formava una patina untuosa. I capelli, rigidi, radi, color polvere, si scomponevano lasciando intravedere spicchi di cuoio capelluto scintillanti come cellofan.
Mi dava i brividi sapere che Mr. Sandman stava per rivolgermi un'occhiata furtiva.
Ti tengo d'occhio. Vio-let Rue.
Da quando sei arrivata dai noi. Tu.
Erano occhiate fulminee, intime. Non se ne accorgeva nessuno.
Fermarsi dopo la scuola, nell'aula appello di Mr. Sandman.
Era un privilegio speciale: la lezione di approfondimento. (Solo le ragazze erano invitate.)
Ci veniva detto di portare i compiti gi corretti. Nel caso avessimo bisogno di spiegazioni ulteriori.
Mr. Sandman si chinava sui nostri banchi, alitandoci sul collo. In queste occasioni non era sarcastico. La sua mano sulla mia spalla, Ecco dove hai sbagliato, Violet. Picchiettava con la biro rossa sull'errore e a volte mi prendeva la mano, la sua chiusa intorno alla mia, e rifaceva l'esercizio.
Io ero completamente immobile. Una specie di pace si muoveva dentro di me. Se non sei ostile, se ti comporti esattamente come desiderano che ti comporti, loro non saranno crudeli con te.
Se sei molto brava, ti faranno i complimenti.
'Vio-let Rue'... sei una che impara alla svelta, eh?
Con le altre ragazze Mr. Sandman si comportava in maniera simile ma si capiva (io lo capivo: ne ero profondamente consapevole) che non gli piacevano come gli piacevo io.
Anche se le chiamava cara non pronunciava i loro nomi nella maniera melodica in cui pronunciava Vio-let Rue. Questo era un segno inequivocabile.
Nervose e animate ci ingobbivamo sul banco. Non alzavamo lo sguardo quando Mr. Sandman si avvicinava perch Mr. Sandman non sembrava gradire le civetterie o qualsiasi comportamento tipico di ragazze pi grandi.
Si chinava, la mano posata su una spalla. L'alito sulla nuca. Una mano calda. Una mano confortante. Lieve su una spalla, o alla base della schiena.
Molto bene, cara! Adesso gira il foglio e vedi se riesci a rifare l'esercizio da capo senza guardare.
A volte Mr. Sandman ci chiedeva un giuramento di segretezza: ricevevamo lezioni di prova durante le quali risolvevamo esercizi che sarebbero stati inseriti nel quiz o nel test dell'indomani, durante la sua classe di matematica.
Ovviamente noi giuravamo volentieri di non dire niente.
Eravamo privilegiate ed eravamo riconoscenti. Forse, eravamo spaventate dal professore di matematica.
Dopo un po' le altre ragazze sparirono dalle lezioni di approfondimento. Rimase soltanto Violet Rue.
Ogni giorno la speranza: Pap verr a prendermi oggi.
O, pi realisticamente: Pap mi far una telefonata. Oggi.
Correvo a casa convinta di trovare mia zia ad aspettarmi appena oltre la porta, sul volto un'espressione afflitta - C' stata una telefonata per te, Violet. Da casa.
Avrei capito all'istante che cosa significava.
Persino Irma capiva che casa, per me, non significava l'ordinata casa di mattoni beige di Erie Street.
E quindi, ogni giorno tornavo da scuola di corsa. Ma gi in prossimit di Erie Street un'ondata di apprensione mi sommergeva, la bocca si seccava dall'ansia...
Perch non ci sarebbe stato pap ad aspettarmi. Non c'era stata nessuna telefonata.
Intanto ripetevo a memoria le tabelline. Moltiplicavo numeri a tre cifre. Divisioni in colonna fatte a mente. Riflettevo su esercizi di algebra che si dipanavano nel cervello come sogni in miniatura.
Che gioia nel teorema di Pitagora! Una certezza, sempre e per sempre, stretta in pugno come un salvagente nel mare in tempesta: la somma delle aree dei due quadrati piccoli  uguale all'area del quadrato grande.
Nessun bisogno di chiedersi perch. Quando qualcosa semplicemente .
La matematica mi era diventata misteriosa. Pre-algebra, era questo il nostro programma di terza. Come una lingua straniera, temuta eppure affascinante.
Equazioni - numeri, lettere - a, b, c. A volte, impugnando la matita, mi tremava la mano. Sgobbavo per ore sugli esercizi, nella mia stanza con la porta chiusa. Mi sembrava che ogni esercizio risolto mi avvicinasse di un passo al ritorno a casa a South Niagara e cos sgobbavo instancabilmente finch la vista non si annebbiava e la testa cominciava a girarmi.
Di sotto zia Irma guardava la televisione. Dal pavimento arrivavano voci allegre e ridanciane. Mia zia mi invitava spesso a guardare la televisione con lei, una volta che avessi finito i compiti che avevo da fare. Ma io non finivo mai di avere compiti da fare.
Prima di andare a letto si fermava davanti alla porta e diceva, con la sua dolce, malinconica voce: Buonanotte, Violet! Poi: Dai, tesoro, spegni e mettiti a dormire.
Ubbidientemente spegnevo la lampada della scrivania. Sotto la porta, la lama di luce svaniva. E poi, qualche minuto pi tardi, calcolando che i miei zii fossero ormai a letto, la riaccendevo.
Durante il giorno (quasi tutti i giorni) soffrivo di una sonnolenza che arrivava come a ondate di etere, ma di notte quando ero sola gli occhi erano meravigliosamente spalancati e il cervello correva, correva, come una locomotiva sferragliante che potevi fermare soltanto facendola a pezzi.
Ottimo! scriveva Mr. Sandman sui miei compiti, in inchiostro rosso brillante.
I miei risultati nelle prove a risposta multipla e nelle verifiche erano alti - 93 per cento, 97 per cento, 99 per cento. Perch mi preparavo con metodo, in ore e ore di studio ininterrotto. E grazie alle lezioni segrete.
Era vero, non possedevo alcuna attitudine naturale per la matematica. Niente mi veniva facile. Ma molto di ci che entrava nella mia memoria, essendo stato conquistato con fatica, non svaniva come invece sembrava svanire dalla memoria delle mie compagne di classe, alla stregua di rivoli d'acqua tra le dita aperte.
Il mio segreto era non possedere alcuna attitudine naturale per nessuna materia - per la vita stessa.
Mantenermi in vita. Evitare di annegare. Questa era la sfida.
Mi avrebbero chiesto perch. Ma alzando gli occhi vedo la lucentezza sintetica della bandiera americana appesa all'angolo della lavagna di Mr. Sandman, strisce bianche e rosse come serpenti frementi di vita.
Se ascolto con attenzione sento le voci inneggianti. Ogni mattina giurare questa fedelt. Tutta la classe in piedi, i palmi delle mani premuti sui nostri giovani cuori. Recitare a memoria sillabe di suono senza significato, svuotate di qualsiasi senso, gli occhi semichiusi in segno di rispetto, una parvenza di rispetto, le teste chine. Cinque giorni alla settimana.
In quel momento il nostro professore Mr. Sandman non era sarcastico ma sincero, veemente.
Giuro fedelt. Alla mia bandiera. E alla Repubblica che essa rappresenta. Una sola Nazione, indivisibile. Con libert e giustizia per tutti.
Mentre tornavamo a sederci a volte Mr. Sandman mormorava, Amen.
Ogni volta era un soccorso. Nessuno pu capire.
Da diverso tempo ero nel mirino di certi ragazzi. Mi seguivano, mi insultavano a voce bassa, lasciva.
Non mi toccavano. Di solito no.
Be', qualche volta - urtandomi in corridoio al cambio d'aula. Sfiorandomi il petto con un braccio, il dorso di una mano - Ehi! Scu-sa. Davanti al mio armadietto, spintonando e ridendo.
Kerri-gan, Kerri-gan.
Topo!
Un giorno nel bagno dove mi stavo nascondendo in attesa che se ne andassero dopo che era suonata l'ultima campanella, avevo chiesto a una ragazza: Se ne sono andati? E lei aveva riso dei miei occhi imploranti, aveva risposto ma certo, quei pezzi di merda se n'erano andati da un pezzo. Uscendo li trovai invece che mi aspettavano fuori dalla porta che dava sul parcheggio riservato agli insegnanti.
Esclamazioni, risate. Strattonate alle maniche del giubbotto, ai capelli, mentre fuggivo terrorizzata.
Mi accovacciai dietro una macchina, ansimante. Mani e ginocchia sull'asfalto ghiacciato. Cercando disperatamente un nascondiglio provai le portiere delle macchine una dopo l'altra finch non ne trovai una aperta. Salii a bordo, sul sedile posteriore, mi rannicchiai sul tappetino facendomi piccola come farebbe un animale ferito. Sul sedile era gettato un giaccone da uomo, lo usai per coprirmi. Intendevo nascondermi solo qualche minuto finch quei ragazzi raglianti non se ne fossero andati ma ero cos stanca che mi addormentai. Risvegliata da qualcuno che mi tirava la caviglia.
Il volto in ombra di Mr. Sandman. Sopracciglia di lana d'acciaio sopra gli occhi grinzosi. Vio-let Rue! Sei proprio tu?
La sua voce era quasi una canzone. Stupore, contentezza.
Che ci fai qui, Vio-let? Qualcuno ti molestava?
Naturalmente Mr. Sandman sapeva. Tutti gli insegnanti sapevano. Anche se io non l'avevo mai detto.
Quanto sarebbe stato peggio per me, se l'avessi detto.
Non sapevo nemmeno bene come si chiamavano, i miei tormentatori. Mi faceva vergognare che fossero cos in tanti.
Oh be'! Non sei obbligata a dirmelo subito, chi sono quei mascalzoni. Sei gi stata turbata abbastanza. Una pausa. Un sorriso a denti gialli. Ti accompagno a casa.
Mi invit a sedermi sul sedile del passeggero accanto a lui. Strabiliante per me, che il professore di matematica famoso per il suo sarcasmo si comportasse in maniera gentile. Sorrideva!
Al tempo stesso si guardava attorno, per vedere se qualcuno stesse guardando.
Era un tardo pomeriggio, all'inizio dell'inverno. Il cielo era gi fosco, sbiadito.
Nella mia confusione, risvegliandomi dal sonno, mi sembrava di non sapere dove fossi esattamente, e perch.
Mr. Sandman mi invit ad accucciarmi. Nel caso qualche impiccione stesse guardando.
Qualche collega. Non sai che fame hanno di pettegolezzi.
Rapidamente mi accucciai. Chiusi gli occhi e mi abbracciai le ginocchia. Non volevo essere vista da nessuno nella macchina di Mr. Sandman.
La macchina di Mr. Sandman era una grossa e massiccia berlina a cinque porte color peltro. Non un'utilitaria come la maggior parte delle vetture nel parcheggio degli insegnanti. All'interno faceva molto freddo e c'era una vaga puzza di rancido, come di latte versato.
Abiti nella zona est, giusto? ... Ontario Street?
Questo era sbalorditivo: come faceva Mr. Sandman ad avere idea di dove abitassi?
Forse non Ontario. Ma da quelle parti, giusto?
Erie...
Ti stai chiedendo come so dove abiti, Violet? E come so con chi abiti? Oh be'!
Mr. Sandman ridacchi. Faceva parte del suo stile di comicit porre una domanda e lasciare la risposta in sospeso.
Quando qualche minuto dopo mi fu permesso di rialzare la testa e sbirciai fuori dal finestrino non mi sembr che Mr. Sandman stesse procedendo in direzione di Erie Street. Star facendo un'altra strada, mi venne da pensare. Conoscer una via pi veloce.
E quando divenne chiaro che Mr. Sandman non mi stava affatto accompagnando a casa rimasi in silenzio, con lo sguardo fisso al di l del finestrino. Non sapevo cosa dire perch avevo paura di offenderlo.
In aula appello e nella classe di matematica Mr. Sandman si sentiva facilmente offeso - profondamente offeso - da una risposta sciocca a una domanda, o da una domanda sciocca. Spesso si limitava a guardarti torvo, agitando le folte sopracciglia in una maniera che era comica, a meno che non fossi proprio tu l'oggetto delle sue ire.
Comunque, Mr. Sandman adesso era di ottimo umore. Mancava poco che si mettesse a canticchiare.
Sai, Violet,  stata una piacevole e inaspettata sorpresa scoprire che sei un'alunna straordinariamente brava. Proprio una sorpresa!
Mr. Sandman rifletteva a voce alta mentre guidava. Non si aspettava certo che gli rispondessi.
E un'altra piacevole e inaspettata sorpresa  stata scoprire un'alunna cos straordinariamente brava a bordo della mia automobile, nascosta sotto un indumento come la Bella Addormentata.
Stavamo percorrendo la salita di Craigmont Avenue. Continuavamo a muoverci in direzione opposta rispetto alla casa dei miei zii in Erie Street e io ancora non riuscivo a protestare.
... in effetti ci sono sorprese pi 'inaspettate' di altre. E scoprire che Violet Rue Kerrigan  una dei miei migliori studenti  stata proprio una di queste.
Violet Rue Kerrigan. Il nome evocava meraviglia, nella voce di Mr. Sandman. Come se si riferisse a qualcuno, o a qualcosa, distinto da me e di importanza a me sconosciuta.
Craigmont Avenue era una zona residenziale fatta di grandi case d'epoca. Alti platani che perdevano pezzi di corteccia, come pelle scorticata. Detriti di temporali erano sparsi sugli ampi prati dei giardini e tra le crepe dei marciapiedi. Non fosse stato per le (fioche) luci alle finestre delle case che ci lasciavamo alle spalle avrei potuto immaginare che Mr. Sandman mi stesse portando in una parte abbandonata della citt.
Alla fine imbocc il vialetto di una casa di pietra, una pietra grigia e arrotondata - ciottoli? - con le persiane scure e un pesante tetto di ardesia.
Ispide chiazze di sanguinella punteggiavano il prato. Un platano languiva in rovina come se fosse stato colpito da un fulmine. Il lungo vialetto di asfalto era solcato da crepe. Mio padre avrebbe sghignazzato davanti a un vialetto cos derelitto, ma sarebbe senz'altro rimasto colpito dalle dimensioni della casa. Tutta Craigmont Avenue sembrava un quartiere di immobili costosi, o di immobili che un tempo erano stati costosi. Io sono l''ultimo rampollo' della famiglia Sandman, disse Mr. Sandman ridacchiando. Da quando i miei anziani e infermi genitori sono morti, anni fa, la mia vita  un idillio.
Idillio era una parola che non conoscevo. Avrei potuto pensare che c'entrasse qualcosa con idiozia.
Mentre Mr. Sandman parcheggiava la grossa e massiccia automobile all'inizio del vialetto, poco discosta dalla strada, riuscii appena a balbettare: V-voglio andare a casa, Mr. Sandman. Per favore. Ma la mia voce sgorg miseramente fiacca, Mr. Sandman sembr non sentirla nemmeno.
(Intanto avevo bisogno di andare in bagno, urgentemente. Ma per l'imbarazzo non riuscivo a dirglielo.)
Be', cara! Perch te ne stai rannicchiata come un cucciolo bastonato? Scendi, per favore. Faremo solo una piccola visita - stavolta. Pochi minuti, promesso. Poi ti accompagno a casa. Ontario Street mi hai detto?
Erie...
Erie! Ma certo!
Un vago tono condiscendente nella voce di Mr. Sandman. Poich la zona est di Port Oriskany non era nemmeno lontanamente ricca come la zona ovest dalla parte del lago Ontario.
Le mia gambe si muovevano intorpidite. Scesi lentamente dalla macchina. Non mi resi conto che avrei potuto fuggire - con estrema facilit, avrei potuto correre in strada.
Intanto pensavo Mr. Sandman  un mio professore. Non mi farebbe mai del male.
Faremo solo una piccola lezione di 'approfondimento'. Privata.
Avrei tanto voluto spiegare a Mr. Sandman - il quale, la mano sulla mia schiena, mi spingeva verso un ingresso laterale della casa immersa nel buio - che ero preoccupata per zia Irma, che di sicuro zia Irma si stava chiedendo dove fossi poich si preoccupava spesso se tornavo tardi da scuola... E quel pomeriggio ero gi in ritardo, forse di mezz'ora, quaranta minuti o anche pi, dopo il sonno stuporoso da cui ero stata colta nella macchina che non sapevo fosse di Mr. Sandman... Eppure non riuscivo a parlare.
In casa, Mr. Sandman accese una luce. Eravamo in un lungo corridoio, il cuore mi batteva cos forte che avevo la vista sfocata.
E poi in una cucina - una cucina vecchio stile con il soffitto alto, la cucina pi grande che avessi mai visto, lunghi piani di lavoro, file di pensili, un frigorifero gigantesco, un'enorme cucina a gas con tripla fila di fornelli nessuno dei quali particolarmente pulito...
Stavo pensando... una cioccolata calda, cara? Ho scoperto che a quest'ora del giorno quando lo spirito illanguidisce, via via che il livello di zuccheri nel sangue si abbassa, la cioccolata calda  un vero ristoro per l'anima.
Al centro della stanza c'era un vecchio tavolo smaltato dalle solide gambe. Su di esso erano sparpagliate riviste, libri. Un'unica pagina del Port Oriskany Herald contenente il cruciverba del giorno, che qualcuno aveva completato a matita.
Timidamente accettai l'offerta di Mr. Sandman di una cioccolata calda. Non potevo immaginare di rifiutare.
Osando aggiungere che dovevo andare in bagno, per favore...
Mr. Sandman ridacchi come se la richiesta gli ispirasse tenerezza. Perbacco. Ma certo, Bella Addormentata.  un po' che non fai pip, eh?
Tale era l'imbarazzo che non riuscii nemmeno ad accennare di s con la testa.
Persino la Bella Addormentata, ogni tanto, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, ha bisogno di fare pip. Gi gi.
Canticchiando a mezza bocca Mr. Sandman mi accompagn fino al bagno in fondo a un corridoio fiocamente illuminato, la punta delle dita sulla mia schiena. Accese la luce in bagno protendendo il braccio oltre la porta che mi lasci poi chiudere - pi o meno.
Il cuore mi batteva all'impazzata. Non c'era la serratura.
Avevo l'impressione che Mr. Sandman potesse essere rimasto nei paraggi. Appoggiato contro la porta. Magari con la tempia accostata, in ascolto?
Cercai di usare il water il pi silenziosamente possibile. Un vecchio water arrugginito, con la ciambella di legno scuro. Ceramica ingiallita e macchiata che non volevo nemmeno guardare.
Era fuori dal bagno, Mr. Sandman? In ascolto? L'imbarazzo mi paralizzava.
E poi, tirai lo sciacquone. Uno scroscio rumoroso che dovette riecheggiare per tutta la casa.
Lavarmi le mani fu un sollievo. Nonostante l'acqua fosse a malapena tiepida, era piacevole sfregarsele. Mi lavavo le mani parecchie volte al giorno, stavo attenta a tenere le unghie ragionevolmente pulite.
Notai solo allora che c'erano dei libri nel bagno, sul davanzale. Parole crociate per esperti. I migliori giochi matematici. I migliori giochi matematici 2. Indovinelli, problemi e giochi matematici di Lewis Carroll. I libri erano piccoli tascabili con la copertina a disegni, e dall'aspetto sembravano letti e riletti.
Quando uscii dal bagno fu un sollievo scoprire che Mr. Sandman non era rimasto dietro la porta.
Mi aspettava in cucina con quel suo ampio e umido sorriso che ricordava la carne cruda. Aveva sistemato due grosse tazze su un piano di lavoro e stava preparando la cioccolata calda sul fornello, versando nell'acqua il nero cacao in polvere di un barattolo.
Sai, Violet... la tua famiglia  stata crudele a disconoscerti. Non stupirti, cara, so tutto della vicenda.
L'espressione di Mr. Sandman era grave, partecipe. Non aggrottava la fronte come faceva in classe. Gli occhi che di solito scintillavano di perfidia adesso erano incorniciati da rughette di espressione.
Non sapevo cosa rispondere. Non mi stupiva che Mr. Sandman sapesse della mia famiglia, poich avevo l'impressione che la mia umiliazione e la mia vergogna fossero note a tutti.
La famiglia l'ha cacciata di casa. Topo!
E ancora pi crudele, cara,  darti l'etichetta di 'topo'. S, s, lo so, l'ho sentito! Mi fa sempre accapponare la pelle.
Mr. Sandman sorrise bonario e compiaciuto. Crogiolandosi nella capacit di leggere i miei pensieri.
Cosa avranno mai i 'topi' per indurci a ritenere che un'intera specie dimostri la tendenza a farsi la spia l'un l'altro? E che in questo ci sia qualcosa di spregevole? A me sembra pi probabile che un cane faccia la spia ai danni di altri cani, nello zelo di farsi bello col padrone, piuttosto che un topo la faccia contro altri topi. Ma  solo la mia opinione!
Quanto gli era piaciuta. Io lo fissavo in trance, ammutolita.
Non temere, cara. Ti protegger io. Non ho niente contro i topi, anzi, sono sicuro che siano denigrati nella corrotta opinione popolare. La pelle bianca ti ha resa una nemica in certi ambienti. Se non addirittura un 'doppio nemico' - responsabile di alto tradimento verso la tua razza.
Nemico. Alto tradimento. Era questo il significato degli insulti che ricevevo? Che tradendo i miei fratelli avevo scientemente commesso alto tradimento...?
No, no, cara Violet! Non essere cos spaventata. Non ti accadr nulla che tu non desideri accada.
Era una consolazione? Volevo pensare di s.
Tra le mie mani la tazza di cioccolata fumante era una consolazione. Timidamente me la portai alle labbra dato che Mr. Sandman si aspettava che bevessi; mi avrebbe osservata con attenzione, per accertarsene.
La cioccolata era densa, leggermente amara. Mi venne quasi da pensare che vi fosse mescolato del caff. Ma ero indebolita dalla fame, e dal sollievo che Mr. Sandman non mi avesse seguita in bagno. E adesso che avevo fatto pip e mi ero lavata le mani, vedevo che Mr. Sandman voleva sul serio essere gentile.
Ti piacerebbe prenderli in prestito, Violet? Ma certo.
Mr. Sandman stava sfogliando Indovinelli, problemi e giochi matematici di Lewis Carroll. Molti dei problemi erano gi stati risolti, a matita. Su alcune pagine, in rosso, campeggiavano entusiastici asterischi e stellette.
Vedi qui, Violet? Questa sezione non  troppo difficile per te. Vuoi che li risolviamo insieme?
Mr. Sandman mi fece sedere. Mi diede una matita. Mentre riflettevo sui (comici, inverosimili) problemi illustrati lui si chin sulla mia spalla, alitandomi sul collo. Sentivo girarmi la testa. Attenta, Violet! Dammi pure la tazza.
Non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Sarei caduta dalla sedia se Mr. Sandman non mi avesse afferrata.
La luce stava declinando. Piccole onde esauste lambivano i miei piedi. Bisbigli, una risata in lontananza. Le palpebre pesanti, non riuscivo a tenerle aperte...
Mi svegliai, qualche tempo dopo. Intontita. Confusa. Non in cucina ma in un'altra stanza, e su un divano. Distesa sotto una trapunta fatta a maglia che puzzava di naftalina, senza le scarpe da ginnastica. (Me le aveva tolte Mr. Sandman?) Dall'altra parte della stanza, seduto su una poltrona di pelle, Mr. Sandman correggeva alacremente dei compiti alla luce di una lampada.
Oh! Finalmente la Bella Addormentata si sveglia. Ti sei fatta un bel sonnellino, eh? Mr. Sandman rise calorosamente, con indulgenza.
Mi faceva male il collo. Una delle gambe si era intorpidita, essendo stata distesa sul fianco. Avevo ancora sonno. Un mal di testa sordo dietro gli occhi.
Tesoro,  tardi - le sei passate. Tua zia sar in pensiero, ti accompagno subito a casa.
Quanto avevo dormito? Il cervello non riusciva a calcolarlo - un'ora? Due?
Mr. Sandman mise via i compiti. Adesso sembrava ansioso. Il suo alito odorava piacevolmente di qualcosa di dolce e scuro, tipo vino.
Quando inciampai alzandomi, Mr. Sandman mi afferr sotto le ascelle, con forza. Ops! Basta con la 'Bella Addormentata'. Devi svegliarti, immediatamente.
Mi accompagn in cucina, apr il rubinetto e mi spruzz acqua fredda in faccia, mi schiaffeggi le guance - delicatamente! - ma abbastanza da farle bruciare. Mi infagott nel giaccone e mi port fuori nell'aria gelida e pulita. Cominciava a farmi male il ginocchio, zoppicavo leggermente.  il nostro segreto, tesoro, mi disse a bassa voce in macchina. Che il tuo professore di matematica ti abbia dato - ti abbia prestato - il libro di indovinelli di Lewis Carroll. Perch gli altri sarebbero invidiosi, sai?
E: Un segreto anche con gli adulti. Soprattutto con gli adulti. Loro non capirebbero di certo e quindi tu puoi dire: 'Club di matematica'.  un grande onore essere stata selezionata.
Mr. Sandman procedeva lentamente lungo Erie Street. Quando indicai la casa dei miei zii la oltrepass e parcheggi accanto al marciapiede diverse abitazioni pi avanti.
Buonanotte, mia cara! Ricorda il nostro segreto.
In casa le luci erano accese. Anche quella esterna sotto il portico. Temevo che zia Irma fosse alla finestra. Che avesse visto passare i fari dell'automobile di Mr. Sandman.
Invece quando entrai la trovai in cucina che preparava la cena. Mi chiese dove diamine fossi stata e io senza un balbettio le risposi: Club di matematica.
Club di matematica! Esiste una cosa del genere?
Sono l'unica ragazza selezionata.
Se zia Irma stava per sgridarmi quella dichiarazione la intimid. Non mi avrebbero mai fatto entrare in un club di matematica, quando andavo a scuola io.
E: Oh, Violet! Sei uscita con la camicia abbottonata tutta storta stamattina? Guardati...
Mi guardai. Puntai lo sguardo su me stessa, vidi che in effetti la camicia era abbottonata tutta storta. Vergogna.
Ma perch tornare in quella casa, Violet? Perch - volontariamente?
Poco tempo dopo, annunciai a zia Irma che non solo ero stata selezionata per il Club di matematica ma anche nominata segretaria.
Motivo per cui facevo spesso tardi dopo la scuola. Nei mesi invernali, calato il buio.
(Ed era vero. Vero in un certo senso. Dalle sue varie classi Mr. Sandman aveva scelto otto studenti come componenti del Club di matematica. Sei ragazzi, due ragazze. Presidente e vicepresidente erano due maschi. Io la segretaria.)
Anche zio Oscar parve impressionato. Quando gli mostrai gli Indovinelli, problemi e giochi matematici di Lewis Carroll sfogli il piccolo tascabile con espressione assorta.
... ai miei tempi forse avrei potuto risolverli. Mi piaceva, la matematica. Adesso, non so...
Pi tardi avrei trovato il libriccino sul piano della cucina dove l'aveva lasciato.
Quando vivi con degli adulti vivi con la vecchia pelle delle loro vite perdute. Come la pelle dei serpenti, o la cuticola delle cavallette che schiacci camminando.  la finzione tra voi che non devi lasciar trapelare.
Quante volte Mr. Sandman mi port dopo la scuola nella casa di pietra di Craigmont Avenue? Nell'arco di sette mesi dovettero essere molte volte eppure quando mi fu chiesto da allibiti e contrariati individui intenti a formulare i capi d'accusa contro Mr. Sandman risposi sinceramente che non lo sapevo, non lo ricordavo perch era sempre la prima volta e avevo l'impressione che mai sapessi prima che cosa sarebbe successo n, a posteriori, che cosa era successo.
Quante volte sogni in una notte? In una settimana? In un anno?
Sere nevose. Il riscaldamento nell'automobile di Mr. Sandman. Il ticchettio dei tergicristalli. Giacca di montone, scarponcini. Mr. Sandman che mi prendeva le mani tra le sue e ci soffiava sopra col suo alito caldo, umido - Brrrr! Hai bisogno di una bella scaldata, Biancaneve.
Cioccolata calda con la panna. Torta alla zucca speziata, con la panna. Ciambelle alla marmellata, ciambelle alla cannella, ciambelle con la panna montata. Sidro di mele dolce, bollentissimo. (Parola che Mr. Sandman pronunciava con una sensuale torsione delle labbra: bollentissimo.)
Una sera Mr. Sandman disse che aveva un favore da chiedermi.
Per il suo archivio stava raccogliendo le misure degli studenti migliori. Gli bastava solo qualche minuto di collaborazione - cos da misurare la circonferenza della mia testa, la lunghezza della colonna vertebrale ecc.
Un archivio, cara,  una collezione di fatti, documenti, dati. In questo caso, una collezione molto privata. Nessuno sapr mai niente.
Non potevo dire di no. Mr. Sandman mi stava gi avvolgendo un metro a nastro giallo intorno alla testa - quarantanove virgola otto centimetri, cara. Taglia piccola.
Lunghezza della colonna vertebrale - Settantaquattro virgola sette centimetri, cara. Ampiamente nella norma per la tua et.
Statura - Uno e sessanta virgola nove. Una buona statura.
Peso - Quarantadue chili e nove. Un buon peso.
Vita - Cinquantatr centimetri. Bene!
Fianchi - Settantuno centimetri. Ottimo!
Quando mi avvolse la fettuccia intorno al petto, sfiorandomi il seno, mi ritrassi da lui, per un riflesso involontario.
Mr. Sandman rise, infastidito. Ma non insistette.
Un'altra volta, cara Violet, forse non sarai cos ritrosa.
Quanti libri! Li fissavo esterrefatta. Non avevo mai visto tanti libri se non nelle biblioteche.
Mr. Sandman continuava orgogliosamente ad accendere luci. Scaffali di legno scuro dall'aspetto costoso si innalzavano dal pavimento fino al soffitto.
(Nella nostra casa di Black Rock Street non c'erano scaffali. I vecchi libri di scuola finivano prima o poi nel seminterrato dove nessuno li toccava pi e col tempo diventavano ammuffiti e maleodoranti.)
Molti dei volumi erano vecchie collane e cofanetti. Sullo scaffale pi basso c'erano l'Encyclopedia Britannica, le Opere complete di Shakespeare, le Opere complete di Dickens, i Grandi poeti romantici inglesi. Un'intera libreria conteneva soltanto volumi di storia militare, con titoli come Storia dell'umanit in guerra, Le grandi campagne militari d'Europa, I grandi eserciti della storia, Soldat: Riflessioni di un soldato tedesco 1936-1945, La guerra  obsoleta? In uno scaffale vicino, La lotta imminente, Volont e destino, Il tramonto della grande razza, Igiene razziale, Storia della biometria, La bibbia ariana, Il Mein Kampf di Hitler: una nuova lettura, L'oscuro carisma di Adolf Hitler, Origini della razza caucasica, La razza bianca  condannata?, Principi di eugenetica.
Uno scaffale speciale era dedicato a libri fotografici di grande formato. Ancora storia militare: Stati Uniti, Germania. Carri armati, bombardieri. Citt in fiamme. Parate di soldati in uniforme nazista, la svastica al braccio. Che salutavano con il braccio teso come Mr. Sandman salutava la bandiera in classe.
Pap detestava l'esercito. Pap aveva detestato fare il soldato. Mi chiedevo se Mr. Sandman fosse mai stato soldato.
C'era gli annuari delle scuole che Mr. Sandman aveva frequentato, da giovane. Foto del suo gruppo scout (1954, 1955). (Mi riconosci, Violet? No? Prima fila, il terzo da sinistra. A undici anni vinsi pi medaglie da boy scout di qualsiasi altro ragazzino della mia et.)
Su un tavolo erano sparpagliate fotografie di paesaggi locali, cieli di nuvole scolpite, le cascate del Niagara ammantate dalla nebbia, che Mr. Sandman aveva scattato lui stesso. E una, separata dalle altre, raffigurante una ragazzina pi o meno mia coetanea distesa su un letto a baldacchino, semi-svestita, le mani giunte sull'esile petto. Lunghi capelli lisci chiari sparsi intorno alla testa come un ventaglio. Gli occhi erano aperti ma non vedevano.
Una ragazzina che non conoscevo, ne ero sicura. Provai una fitta di allarme. Di gelosia.
Mr. Sandman vide che fissavo la foto e subito la mise via.
Non la conosci, cara. Una Biancaneve di qualit inferiore.
In seguito non avrei ricordato la ragazzina semi-svestita. Non credo. Pur ricordandola adesso, questo adesso  un tempo indeterminato.
Contro le finestre della casa di ciottoli, un flebile picchiettio di pioggia ghiacciata, grandine. Un inverno senza fine.
Una verit generalmente tenuta nascosta qui negli Stati Uniti  che Adolf Hitler mutu le sue 'controverse' idee sulla razza e sui problemi posti dalla razza proprio da noi - dagli Stati Uniti. Dalla nostra storia di schiavismo, e post-schiavismo, oltre che dalla nostra 'gestione' della popolazione indiana - rinchiusa all'interno di riserve in luoghi remoti del paese. Come si stila un opportuno censimento scientifico. Come si stabilisce chi  'bianco' e chi 'di colore'. E come si procede a partire da questi dati.
Mr. Sandman parlava disinvoltamente eppure dalla sua voce trapelava una vena di fervore.
Adolf Hitler era un nome che trovavi nei fumetti. Un nome che ti faceva ridacchiare. Eppure, nella voce riverente di Mr. Sandman Adolf Hitler aveva tutto un altro suono.
Avevo lasciato la mia tazza di sidro di mele in cucina, mezza vuota. Non volevo berne altro, di quel liquido caldo e dolciastro che mi dava la nausea. Ma Mr. Sandman aveva portato tutte e due le tazze nella biblioteca e mi stava porgendo la mia.
Finisci il tuo sidro, Violet! Si  raffreddato.
Inerme, presi la tazza dalle sue mani. Chiusi gli occhi, me la portai alle labbra, per bere.
Succo di mela dolce, zuccherino. Sapore di fermentato, di marcio.
Mi avrebbero chiesto Ma perch bevevi quello che ti offriva? Perch, dopo quello che era successo la prima volta?
Non c'era stata nessuna prima volta. Tutte le volte erano identiche. Non c'era una volta scorsa, non c'era una volta presente.
Alcuni di noi sono consapevoli della necessit di raccogliere documenti e pubblicazioni cruciali prima che sia troppo tardi. Un giorno lo stato sociale potrebbe impadronirsi di tutti i nostri dati. Lo stato sociale progressista. Mr. Sandman parlava con disprezzo raggelante.
Intere popolazioni stavano perdendo terreno rispetto ad altre, prosegu Mr. Sandman. Il tasso di natalit di quelle che dovrebbero riprodursi  in diminuzione mentre il tasso di natalit di quelle a cui riprodursi dovrebbe essere impedito continua a crescere - Le razze meticce figliano come bestie.
Visto che lo fissavo con espressione vacua aggiunse: Violet, tu sei una ragazza intelligente. Per gli standard di Port Oriskany, una ragazza molto intelligente. Capisci che la razza caucasica deve difendersi dall'imbastardimento prima che sia troppo tardi?
Io avevo sentito dire che tra i cani un bastardino  di costituzione pi robusta e ha una maggiore probabilit di vivere a lungo rispetto a un cane di razza. Ma non rispondevo quasi mai alle domande di Mr. Sandman perch capivo che lui preferiva il silenzio.
L''imbastardimento'  la conseguenza naturale della permissiva irrazionalit progressista - 'tutti gli uomini sono creati uguali'. Perch la ovvia realt, nella natura umana come nella natura stessa,  che tutti gli uomini sono creati ineguali.
Questo mi sembrava ragionevole. Io non mi sentivo alla pari di nessun altro e certamente non di un adulto.
Le mie gambe cominciavano a infiacchirsi. Mr. Sandman mi prese la tazza dalle mani e mi fece sedere su un divano. Con la sua voce da oratore bonaria, molto diversa dalla voce da oratore che aveva in classe, mi spieg che esisteva una gerarchia di Homo sapiens, frutto di molte migliaia di anni di evoluzione.
Al vertice c'erano gli ariani, i caucasici pi puri - la razza bianca. Nord Europa, Regno Unito, Germania, Austria. Russi bianchi. La crme de la crme. Sotto gli ariani c'erano i popoli dell'Europa centrale e orientale, ancora pi in basso quelli dell'Europa meridionale. Se scendevi fino alla Sicilia ti ritrovavi in tutt'altro, inferiore, livello evolutivo - Sebbene, paradossalmente, alcuni siciliani siano molto attraenti dal punto di vista fisico.
C'erano le civilt orientali - asiatica, indiana. Anche l i popoli dalla pelle pi chiara avevano regnato incontrastati per molte migliaia di anni seppur nel rischio continuo di venire infettati, contaminati da quelli di pelle pi scura insediati nelle regioni pi a sud.
In Africa, l'Egitto era l'eccezione. Una grande civilt antica e di pelle (relativamente) bianca. Il resto del continente era di pelle scura - Un 'cuore di tenebra', davvero.
Mr. Sandman parlava seriamente e gravemente, guardandomi negli occhi. Le sue parole erano incantatrici, stordenti.
I neri africani furono portati in America come schiavi, una mossa che si sarebbe rivelata catastrofica per la nostra civilt. Poich grazie alle ingerenze degli abolizionisti e di radicali come Abramo Lincoln gli africani non sarebbero rimasti schiavizzati, e fu cos inevitabile che i neri si vedessero accordare la libert, arraffassero la libert, portassero lo scompiglio nella civilt bianca che fino ad allora aveva garantito loro un tetto e lavoro e cibo... Anzitutto fu 'integrato' l'esercito. Poi le scuole pubbliche. Poi, i boy scout d'America! Mr. Sandman scosse la testa, disgustato.
L'integrazione porta disintegrazione. Ci sono negri che ambiscono ad annacquare la razza bianca attraverso il meticciato, altri che la razza dei 'diavoli bianchi' vorrebbero estirparla alla radice. La vendetta  qualcosa di naturale tra gli uomini. Come le varie specie sono costrette a competere per il cibo se vogliono sopravvivere, cos le razze sono costrette a competere per il dominio della terra. Il Fhrer cap questo e lanci una brillante azione preventiva ma altri caucasici come lui stupidamente gli si opposero - imperdonabili! Un giorno ci sar una guerra tra razze. All'ultimo sangue. La voce di Mr. Sandman si alz, con veemenza come a volte succedeva in classe.
Fhrer. Anche questa era una parola da giornalini a fumetti. Adesso invece in Fhrer non c'era niente di spassoso.
Sai, i tuoi fratelli...
Attesi con ansia. Mr. Sandman cerc le parole opportune.
... hanno seguito il loro istinto, nella guerra. Sacrificando se stessi.
Sacrificio non era certo una parola che avrei associato a Jerome e Lionel. Erano passati due anni da quando avevano iniziato a scontare la loro condanna al Mid-State Correctional Facility di Marcy, New York. L'appello dell'avvocato si era risolto in un buco nell'acqua, a quanto sapevo.
Di tanto in tanto ricevevo loro notizie. Solo indirettamente, tramite mia zia Irma. Jerome si era visto estendere la condanna essendo rimasto coinvolto in un pestaggio nel quale un altro detenuto (nero?) aveva quasi perso la vita. Lionel invece seguiva lezioni equiparate a quelle della scuola superiore. Sperava di ottenere la libert vigilata entro un anno o due.
Li sognavo tutte le notti. Nella confusione della mia testa, quando ero molto stanca, Mr. Sandman era schierato con i miei fratelli e anche loro erano suoi ex studenti.
Te ne sei pentita, Violet? chiese Mr. Sandman, con curiosit. Di aver 'denunciato' i tuoi fratelli come hai fatto?
Mi sentii paralizzare. Non riuscivo a muovere la testa in segno di no.
Non riuscivo a mormorare di s.
Mr. Sandman stava per rivolgermi altre domande ma poi, vedendo l'espressione atterrita del mio volto, sembr impietosirsi.
Violet, hai mai sentito parlare della spaventosa scienza dell'eugenetica?
Stavolta riuscii ad accennare di no.
Perch 'spaventosa', ti starai chiedendo. Perch dice verit che molti preferiscono non sentire.
Secondo l'eugenetica, mi spieg Mr. Sandman, la mescolanza razziale - la 'miscegenazione' -  un tragico errore che porta inevitabilmente alla rovina delle Razze Superiori, mentre la libera procreazione - la 'promiscuit' - permetterebbe alle razze inferiori di avere quanti pi figli possibile e di sopraffare le Razze Superiori per semplice forza dei numeri.
Abbiamo visto come la razza nera venga contaminata dai suoi stessi 'delinquenti' - citt come Chicago sono ormai infestate da drogati e bande di teppisti. Si riproducono come conigli - come topi! Lo schiavismo  la giustificazione invocata da coloro che li difendono - l'ombra dello schiavismo ammanterebbe tutti i neri indistintamente rendendoli buoni a nulla come invalidi. Non hanno morale. Sono avidi e lascivi. Le misurazioni hanno rivelato come il loro QI medio sia di gran lunga pi basso rispetto a quello dei bianchi e degli asiatici. Quanti grandi matematici neri ha avuto la storia? Esatto - nessuno.
Placandosi poi: Be'. Pochi. Ed erano neri di pelle chiara, arabi. Ai tempi del Medioevo.
E: A dire il vero, anche alcuni individui di pelle scura hanno compreso il pericolo della promiscuit. Certi leader e intellettuali neri come W.E.B. Du Bois ritenevano che solo i 'neri adatti' dovessero riprodursi - non i delinquenti! Il 'Decimo Talentuoso' di ogni razza, solo quel dieci per cento migliore dovrebbe mescolarsi. Ma persino questa prospettiva faceva rabbrividire Mr. Sandman.
Nella mia classe di algebra della quinta ora c'erano solo tre studenti neri - due ragazze e un ragazzo. Non spesso ma ogni tanto s, Mr. Sandman interrogava Tyrell Jones, un introverso, austero ragazzo dalla pelle scura e gli occhiali a fondo di bottiglia: Ty-rell, vieni alla lavagna per favore. Facci vedere come si svolge questo esercizio. Mr. Sandman sembrava sconcertato da Tyrell, che era uno dei migliori della classe, e nero. Di certo non era un delinquente. E tuttavia Tyrell non era quello che Mr. Sandman chiamava chiaro di pelle.
Tieni, Ty-rell. Aspettiamo di essere stupiti.
Mr. Sandman gli porgeva il gessetto, che Tyrell quasi si lasciava sfuggire dalle mani tanto era agitato.
Tyrell Jones frequentava con me altre due classi. Gli insegnanti si mostravano protettivi verso di lui perch Tyrell era di una timidezza paralizzante, con pochi amici persino tra gli studenti di colore. Indossava pesanti giacche di tweed che probabilmente erano appartenute al nonno. Soffriva di asma e allergie, si soffiava spesso il naso e per liberare le cavit nasali si spruzzava in bocca un farmaco da un piccolo aggeggio di plastica rossa che teneva sempre in tasca. Gli si inumidivano gli occhi. Gli tremavano le labbra. Non sembrava giovane. Alla lavagna durante la lezione di Mr. Sandman, con il gessetto tra le dita, sembrava paralizzato dalla paura, gli occhi fissi sull'esercizio che Mr. Sandman aveva scarabocchiato sulla lavagna come se lo vedesse in quel momento per la prima volta, sebbene (probabilmente) lo avesse gi risolto durante i compiti a casa. I suoi occhi ingranditi dalle spesse lenti degli occhiali saettavano sulla classe di facce (perlopi) bianche come se fosse alla disperata ricerca di un amico.
Io gli avrei sorriso se Tyrell Jones mi avesse guardato. Solo un piccolo, rapido sorriso. Perch se sorridevo a qualcuno, non volevo (realmente) che l'altro lo vedesse; non volevo la responsabilit di un sorriso.
Ma ero seduta troppo all'estrema destra, fuori dal campo visivo di Tyrell.
Mr. Sandman intanto mi stava osservando, corrucciato. Leggeva forse i miei pensieri? Nella paura che l'uomo mi incuteva c'era un torpore dell'intelletto: avevo smesso di pensare in maniera razionale.
... una guerra razziale, inevitabile. Se non riusciranno a imbastardire la nostra civilt ci attaccheranno frontalmente. Anche Tyrell Jones che sembra starti simpatico... non  un nostro amico.
Mi metteva molto a disagio che Mr. Sandman leggesse i miei pensieri. Spesso avevo l'impressione che la mia testa fosse trasparente, che Mr. Sandman potesse guardarci dentro.
Ci taglierebbero la gola nel sonno, se potessero. Vedrai! E loro conoscono tutti il tuo cognome - 'Kerrigan'. Sanno di chi sei sorella. Conoscono il tuo vulcanico parente - 'Tom' Kerrigan. Di certo ne conoscono il cognome.
Avevo la vaga cognizione che lo zio di mio padre fosse rientrato nell'agone politico di South Niagara. Sul giornale locale erano usciti articoli sulle sue controverse - provocatorie - interviste, discorsi, accuse. Nelle recenti primarie repubblicane per l'assemblea generale Tom Kerrigan aveva battuto un rivale pi giovane e moderato. La sua campagna elettorale cavalcava temi come ordine e legalit, riforma del welfare, abolizione dell'affirmative action, la cosiddetta discriminazione positiva. Tom Kerrigan era fermamente convinto che l'affirmative action fosse il nuovo razzismo - rivolto contro i bianchi.
Ovviamente, Tom Kerrigan difendeva i due giovani nipoti che erano stati ingiustamente condannati per omicidio preterintenzionale...
Kerrigan  rozzo, ma a volte la rozzezza  l'arma migliore. A volte ci vuole la mazzuola, non il bisturi. Un fucile a pallettoni, non una Derringer con il calcio di madreperla. Conoscevi bene tuo zio, Violet?
N-No...
Non andavate a trovarlo? Non veniva a trovarvi?
Ebbi l'impressione di averlo deluso. Le ispide sopracciglia brizzolate di Mr. Sandman si aggrottarono sopra gli occhi arcigni.
Non avevo mai incontrato di persona Tom Kerrigan pur avendone sempre sentito parlare. Avevo visto alcune sue foto - un uomo anziano, dal petto largo, i capelli bianchi, non bello come pap ma con gli inconfondibili lineamenti dei Kerrigan. Una minacciosa bocca da luccio camuffata da un ampio sorriso.
Oggi come oggi la maggior parte dei politici preferisce tenersi alla larga dal 'problema razziale'. Tom Kerrigan invece, lo affronta di petto. Mr. Sandman rise, invidioso. In quanto insegnante di una scuola pubblica, io mi trovo in una situazione molto diversa. Almeno in questo stato del Nord. E quindi, ho dovuto essere la discrezione fatta persona. Io non 'discrimino' mai gli studenti negri che ho nelle mie classi. Non potrebbe essere dimostrato niente contro di me se la NAACP volesse farmi causa. Non faccio mai niente di speciale n per aiutare n per intralciare. Al tempo stesso, raramente mostro di notare la loro presenza.  come se fossero invisibili ai miei occhi.
Questo mi sembrava triste, e sbagliato. Mi azzardai a chiedergli come mai non gli piacessero Ethel, Lorraine e Tyrell, della mia classe. Erano tutti e tre simpatici, Tyrell addirittura uno studente brillante.
Non  una questione di farseli 'piacere' come individui. Come individui potrebbero essere innocui. In classe si comportano bene.  la razza che  una minaccia. Metti che i negri portassero la peste. Li eviteresti, anche se fossero 'simpatici'.
Ma- loro non hanno la peste...
Povera illusa! Hanno qualcosa di peggio della peste! Portano il virus che distrugger la razza bianca, dall'interno. Guarda, io sono uno degli insegnanti pi corretti del distretto scolastico di Port Oriskany. Concedo a tutti il beneficio del dubbio. Ma ai negri no. Tiro una linea. Non li 'vedo' e non vorrei averli nelle mie classi. Ma se sono obbligato ad averli come studenti, non sono per obbligato a 'vederli'.
Forse una persona di colore le ha fatto del male, Mr. Sandman?
Non dire fesserie! Nessuno mi ha fatto del male. Ho cercato di spiegartelo! Non c' niente di personale,  una questione di principio. Anche se uno di loro mi fosse 'simpatico', non vorrei che la nostra razza venisse contaminata dal loro patrimonio genetico... Alcuni di loro sono attraenti, certo, e persino intelligenti, in qualche modo. Lo ammetto, tra i neri ci sono meravigliosi musicisti, cantanti, ballerini. Sportivi - naturalmente. Ma i loro cugini, i loro fratelli, i loro padri - sono quelli il problema. La debolezza delle donne bianche, nel concedersi a loro... Il problema razziale negli Stati Uniti non  rappresentato dai neri che conosciamo, i nostri studenti, i nostri domestici o le persone che lavorano per noi, per esempio nel bar della scuola, o facendo gli spazzini; no,  rappresentato da chi mette zizzania a livello politico e dai familiari di quei neri che conosciamo. Delinquenti che entrano ed escono di prigione. Mr. Sandman parlava con livore. Le parole gli colavano dalla bocca come bile.
I tuoi fratelli, prosegu, sono stati messi in croce in quanto bianchi, Violet. Ho seguito il caso da vicino.  stato un errore da parte loro dichiararsi colpevoli - avevano per avvocato un incompetente. Sono convinto della loro innocenza. Probabilmente si sono difesi. Oppure sono stati provocati. Come da me previsto, c' una guerra razziale che cova. Non abbiamo scelta riguardo alla parte da cui schierarci.
Sentivo le palpebre che cominciavano a farsi pesanti. Le veementi parole di Mr. Sandman erano come colpi sferrati da una mazzuola avvolta nella iuta. Duri, brutali, eppure intorpidenti.
Non era una sensazione spiacevole, sprofondare nel sonno. Perch adesso il mio cuore batteva meno veloce e nervoso e i miei pensieri avevano smesso di sfolgorare e saettare come lampi di calore.
Vio-let?  ora di svegliarsi, cara, mi spingeva gentilmente la voce.
Gentilmente la mano spingeva la mia spalla. A fatica aprii gli occhi. Vidi un uomo chino su di me, sentii il suo umido alito di carne cruda.
Vidi con allarme che il sole era scomparso del tutto dal cielo e che la notte premeva contro le finestre.
Ero distesa su un letto in vestaglia di seta. Un letto a baldacchino che cigol quando la mole dell'uomo ci si pos pesantemente sopra.
La vestaglia di seta era blu reale all'esterno, avorio all'interno. Mi ci volle del tempo per capire che qualcosa non andava.
Ero nuda, sotto la vestaglia? Sentivo un formicolio sulla pelle, come se qualcuno mi avesse fatto il bagno. Mi avesse spalmato crema sulla pelle. Borotalco sul seno, sulla pancia.
Uno choc, comprendere. Non potevo concedermi di comprendere.
Le punte dei capelli erano umide. In fondo alla bocca c'era qualcosa di asciutto e granuloso come sabbia.
Bella Addormentata!  ora di aprire quei bellissimi occhi miopi.
I miei occhi erano aperti. Eppure non vedevo bene.
Mi aveva- fatto il bagno? Spogliata, immersa nella vasca?
Nella sala da bagno c'era una vasca di marmo con i piedi a zampa di leone. Una vasca antica, profonda come un sarcofago egizio. Ricordai vividamente.
Un consumato pavimento di mattonelle, reso scivoloso dal bagnato. Il flash di una macchina fotografica, accecante.
Oh, bene. Ti stai svegliando, vero? S.
Mr. Sandman parl svagatamente. Forse avevo dormito troppo.
Si era appena sbarbato, la sua pelle emanava un'aria di calore. Anche i suoi radi capelli grigi erano umidi, ravviati all'indietro dalla fronte rugosa. Aveva forse indossato una camicia bianca fresca di bucato?
Mi assal un dubbio spaventoso:  nudo, sotto.
Invece no: Mr. Sandman era completamente vestito. Camicia bianca, pantaloni scuri. A scuola indossava camicia bianca, pantaloni scuri, giacca di tweed. Niente cravatta.
Ero completamente frastornata. Mi tirai su, mi strinsi stupidamente la vestaglia intorno al corpo. Era scioccante, vedere i miei piedi nudi.
Non puoi fuggire. Non puoi correre lontano. Ti acciufferebbe.
Potrebbe ammazzarti se volesse. Strangolarti.
L'uomo aspettava che mi rendessi conto della situazione. Che gridassi. Diventassi isterica.
Le sue dita erano pronte. Stava a me.
Immobile cercavo di raccogliere le forze. Come acqua che coli attraverso dita tese. La disperazione mi braccava, eppure: la calma della ragione - stupidi piedi nudi, non avrei potuto correre lontano.
I tuoi vestiti sono qui, Violet. Ho dovuto lavarli - erano sudici...
Mr. Sandman parl energicamente, in tono di riprovazione. Indicando, ai piedi del letto, vestiti ripiegati con cura. Strana, la cura con cui erano stati ripiegati.
Che bello vedere i miei vestiti! Mi stavo stringendo la vestaglia di seta attorno, nel terrore che Mr. Sandman la strappasse via.
Ma lui era un gentiluomo, si vedeva chiaramente. La casa di ciottoli in Craigmont Avenue. Tutti quei libri.
Avrei potuto piangere, pervasa di gratitudine. Perch lui mi avrebbe permesso di vivere e mi avrebbe perdonato la paura e la ripugnanza che avevo sul viso.
Il nostro segreto, Violet. Capisci, mia cara?
S. Capivo. Capivo qualcosa.
Capivo che mi era stato permesso di vivere. Di andare avanti.
Mr. Sandman si ritir con discrezione. Mi concesse un minimo di riservatezza.
(Una camera da letto, soffusamente illuminata. Alle finestre, buio. Il pavimento coperto da un tappeto sottile, un alto specchio verticale appeso a una parete lontana rifletteva il flebile bagliore della luce.)
Mi rivestii in fretta e furia. Reggiseno, mutandine, jeans. Camicia e maglione. (Sembrava che in effetti le mutandine fossero state lavate e non si fossero del tutto asciugate nell'asciugatrice, la stoffa bianca sintetica ancora umidiccia, al tempo stesso tiepida.)
In macchina mentre mi riportava alla casa dei miei zii in Erie Street Mr. Sandman mi spieg che, quel giorno dopo la scuola, c'era stata una riunione imprevista del Club di matematica. In quanto segretaria, ero stata costretta a parteciparvi.
Capisci, cara, che se racconti a qualcuno della nostra amicizia sarai tu a soffrirne di pi. La tua famiglia a South Niagara, che ti ha disconosciuta, non vorr riaccoglierti mai pi. I tuoi parenti qui a Port Oriskany ti cacceranno di casa. E anch'io potrei essere spedito in una scuola... di livello inferiore...
Su quelle ultime parole Mr. Sandman ridacchi. Come se fosse improbabile che l'ultima ipotesi del suo elenco potesse verificarsi.
Mi fece il bagno. Mi tenne gi. Mi lecc con la sua lingua sabbiosa. Finch non gridai, strillai.
Mi prese la mano nella sua e la guid tra le sue gambe dove era gonfio, grassoccio.
Non fingere, Vio-let Rue. Sgualdrinella!
La faccia era contorta. Del colore di un pomodoro cotto, pronta a esplodere. Occhi pronti a schizzare dalle orbite. Respiro affannoso. Come la pompa di una bicicletta, la pompa della bicicletta dei miei fratelli, quando pompava aria in un copertone, quel suono ansante che fa se non la adoperi correttamente e l'aria sfiata.
La mano che stringe la mia mano, tanto da fare male. Che spinge, preme, urgentemente, sempre pi veloce, calcando la mia mano contro la sua carne gonfia, la mia mano intorpidita, mentre lui geme, ondeggia di qua e di l, gli occhi che si rovesciano nelle orbite, sta per cadere in deliquio...
Invece no. Nulla di tutto questo  accaduto. Perch nulla di tutto questo ha avuto testimoni.
Un giorno di nascosto scrissi su un pezzo di carta Caro Tyrell, ti amo.
Non era vero che amassi Tyrell Jones. Non amavo nessuno eccetto i miei genitori. E forse Katie, e Miriam. (Anche se le mie sorelle non erano pi molto carine con me.) (Ma le avrei perdonate e le avrei immediatamente amate di nuovo, se fossero state carine con me.) Ma se volevo scrivere a Tyrell Jones dovevo pur dire qualcosa e non mi venne in mente nient'altro che giustificasse un bigliettino.
Ripiegai pi volte il pezzo di carta e lo infilai nell'armadietto di Tyrell Jones quando in corridoio non c'era nessuno.
Da allora non guardai pi in direzione dell'armadietto (che era di fronte al mio dall'altro lato del corridoio, vicino alla classe di Mr. Sandman) a meno che non fosse strettamente necessario. Di conseguenza non potevo sapere se Tyrell lo avesse trovato.
Non volevo sapere. Non volevo sapere indiscutibilmente.
Se aveva trovato il bigliettino e lo aveva letto, doveva essere rimasto sconvolto. Lo aveva senz'altro accartocciato nel pugno e messo in tasca.
Ma non  uno scherzo, Tyrell. Non  uno scherzo crudele.
Io non sono come Mr. Sandman. Non ti sto prendendo in giro.
Ero troppo timida per parlare con Tyrell Jones. Non riuscivo nemmeno a rivolgergli un sorriso di incoraggiamento quando Mr. Sandman lo chiamava alla lavagna per un esercizio.
Per fortuna Mr. Sandman non obbligava mai Tyrell Jones a farsi la tavola. Per mi dava fastidio quando lo tormentava alla lavagna.
Per il sollazzo della sua squadra di picchiatori. Ragazzoni dalla risata fragorosa. Non erano bravi in algebra quanto Tyrell Jones eppure potevano ridere dell'agitato ragazzo di colore, avendo l'assenso dell'insegnante.
Tyrell era uno della mezza dozzina di studenti della classe che arrivavano in aula con i compiti di matematica svolti correttamente. Ma era talmente intimorito dalle domande di Mr. Sandman che andava nel pallone. Gli occhiali gli scivolavano lungo il naso sudato. Cos nervoso che il gessetto gli cadeva di mano. Chiamato alla lavagna cominciava ad ansimare, era come se soffocasse sotto i nostri occhi e Mr. Sandman subito si impietosiva - Passa il gesso a Violet, Ty-rell. Vediamo se un fuscelletto di ragazza sa svolgere l'esercizio che a te non viene.
Si era quasi sentito un fuscelletto di ragazza bianca. Ma Mr. Sandman non aveva detto quello.
Il giorno precedente dopo la scuola Mr. Sandman mi aveva dato proprio quell'esercizio da risolvere. Aveva controllato i passaggi e mi aveva dato una mano con i calcoli. Sapevo perci come svolgere l'esercizio e il gessetto si muoveva veloce sulla lavagna.  affascinante osservare come si risolve un esercizio di algebra. All'inizio sembra irrimediabilmente ingarbugliato, come una ciocca di capelli. Poi, se hai pazienza e conosci il procedimento, si scioglie, si sbroglia.
Intanto avvertivo il risentimento con cui mi guardava la classe. Le ragazze in particolare mi detestavano. I ragazzi bianchi mi detestavano. Tyrell Jones non riusciva nemmeno ad alzare gli occhi per guardarmi, era tornato al suo banco con vergogna e si stava spruzzando di nascosto del liquido medicinale dall'aggeggio di plastica rossa che teneva in tasca.
Perch davo l'impressione di essere chiss quanto intelligente. E anche perch mi venivano risparmiati gli scherni pi feroci di Mr. Sandman.
Molto bene, Violet. Hai segnato un punto a favore del tuo sesso.
Sesso. La parola stessa suscit uno spasmodico risolino in tutta l'aula. Anche se pronunciando sesso Mr. Sandman non intendeva (all'apparenza) sesso ma qualcosa di clinicamente neutro, come genere.
Mr. Sandman applaud rivolgendomi un sorriso. Con un gesto da bullo indusse anche gli altri ad applaudire, anche se fu un applauso breve, risentito.
Dopo la campanella cercai di seguire Tyrell Jones in mezzo all'affollato corridoio ma lo persi di vista. E quello stesso giorno, quando lo rividi e corsi a raggiungerlo, non mi venne niente da dirgli.
Tyrell Jones era della mia stessa statura, anche se pi robusto. I suoi occhi mi fissavano torvi attraverso gli occhiali a fondo di bottiglia. Prima che potessi prendere fiato per parlare, si gir di scatto e si allontan.
I nostri compagni di classe ci stavano osservando, curiosi. Ben presto, alcuni di loro sarebbero scoppiati in ampi sorrisi di meraviglia, di derisione. Non con il solito scherno ma con indignazione. Quella frase mormorata alle mie spalle.
E questa tenera imperfezione, Violet? Non  una voglia, direi. Una cicatrice magari?
Mr. Sandman pass il suo grasso pollice sulla cicatrice a forma di stella che avevo sulla fronte. Per un riflesso involontario mi venne un brivido.
Inutile cercare di nasconderla, sai? E come te la sei fatta?
S-sono... caduta dalla bici. Da piccola.
Oh! Tragico, in una femmina cos giovane.
Tragico. Mr. Sandman stava scherzando, immaginai.
Be', cara, se pu consolarti, non eri comunque destinata a essere una 'bellezza'. La cicatrice ti dona carattere. Le ragazze semplicemente carine tendono a essere insignificanti.
Mi preparai alla sensazione di quelle grasse labbra sulla fronte, all'odore di carne cruda del suo alito caldo. Chiusi gli occhi, rabbrividendo, in attesa.
Un giorno, scoprii l'archivio (segreto) di Mr. Sandman.
Una porta poco oltre quella del bagno. Uno stanzino, alle pareti mensole contenenti quelli che all'apparenza sembravano album fotografici, con l'indicazione dell'anno ordinatamente riportata sull'etichetta del dorso. Osai tirarne gi uno, 1986-87, e rimasi sgomenta nel vedere le foto di una ragazza dai capelli scuri di tredici, quattordici anni in posa sul divano di Mr. Sandman e sul suo letto a baldacchino. In alcuni scatti la ragazza era vestita completamente, in altri solo in parte. In altri ancora nuda sotto la vestaglia di seta blu reale che conoscevo cos bene.
Nella vasca di marmo profonda come un sarcofago egizio, la testa gettata all'indietro contro il bordo e gli occhi mezzi chiusi, spenti. Sotto la superficie dell'acqua dai riflessi azzurri tremolava nudo il suo corpo esile e pallido.
Numerose foto di questa ragazza - M.H.
Poi all'improvviso, la sequenza di immagini di un'altra, all'incirca stessa et e stesso tipo fisico - B.W.
Ceree, carine ragazze (bianche). Braccia sottili, seno piccolo, busto e fianchi stretti. Catturate in preda a un sonno profondo. In una postura come se fossero morte, con gli occhi chiusi, i capelli gettati tutto intorno alla testa. Le labbra leggermente socchiuse e le mani giunte sul petto.
Continuai a sfogliare le rigide pagine, e altre foto... altre ragazze (bianche).
E foto di ciocche di capelli, anche. Foglietti ripiegati che registravano meticolosamente le misure - statura, peso, circonferenza di cranio, vita, fianchi, busto.
Richiusi maldestramente l'album, lo rimisi sullo scaffale. Tirai gi quello pi recente, 1991-92. Prima che potessi aprirlo dalla cucina giunse la voce di Mr. Sandman: Vio-let!
Immaginava che fossi in bagno. Ancora un minuto e sarebbe venuto a cercarmi. Richiusi velocemente l'album, lo rimisi a posto sul gremito scaffale, chiusi la porta.
Il cuore mi batteva forte nel petto. Una tale violenza, come un pugno contro il costato.
Non avevo riconosciuto nessuna delle ragazze. Delle ragazze che mia avevano preceduto.
Vio-let, cara. Vieni qui, presto.
Stavo gi dimenticando che in alcune delle foto l'obiettivo era ravvicinato, intimo. Bocca tumefatta, aperta. La vestaglia era stata aperta o gettata via. Piccoli seni bianchi con i capezzoli morbidi. La curva di una pancia, una macchia di peluria tra le gambe.
In una foto, una ragazza con gli occhi aperti, dilatati. Un'espressione di paura. Uno sbaffo di sangue sul viso. Le mani non giunte sul petto in quell'atteggiamento di pace assoluta ma sollevate come a respingere la macchina fotografica.
Ma stavo gi dimenticando. Avevo gi dimenticato. Le immagini pi orribili.
A meno che non fossi io quella che avevo visto, che avevo confuso con un'altra.
Che cosa aveva fatto a questa ragazza? Occhi aperti, spalancati.
Non si era addormentata come previsto. Era stata tenace, resistente.
Oppure, lui questa ragazza non l'aveva drogata perch non aveva voluto che dormisse. L'aveva voluta sveglia, cosciente.
Ma perch? Perch una ragazza era stata trattata diversamente dalle altre?
Quella ragazza sei tu, desideri pensare. Sempre, tu sei diversa dalle altre.
Non  vero che tutte le volte erano uguali. Perch ci fu un'ultima volta nella casa di Mr. Sandman che non si sarebbe ripetuta.
Per errore mi aveva somministrato un dosaggio eccessivo. Una frazione di cucchiaino di barbiturico finemente triturato sciolto in un succo di mirtillo dolce, solo che aveva sbagliato i calcoli, oppure nei mesi era diventato pi facilone. Perch il torpore calava su di me cos docilmente, ogni volta una perfetta imitazione della precedente, che la sua attenzione era scemata.
Dopo, Mr. Sandman non riusciva a svegliarmi.
Vio-let! Vio-let! Svegliati, cara...
Nessun ricordo di essermi addormentata. Solo vagamente, qualcosa che tenevo in mano e che mi era stata tolta dalle dita per evitare che si rovesciasse.
Una tremenda pesantezza. La sensazione di sprofondare. La superficie dell'acqua lontana sopra di me e nessun movimento degli arti intorpiditi che riuscisse a farmela raggiungere. Il conforto delle buie acque torbide come se molte lingue mi leccassero contemporaneamente.
Violet! Apri gli occhi, cerca di tirarti su - la voce arrivava da lontano, allarmata.
Mi scuoteva e mi scuoteva. Lasciando lividi sulle mie spalle con le sue dita dure, nude sotto la vestaglia di seta. La mia pelle ancora calda dal bagno, che non cominciava ancora a raffreddarsi verso il gelo della morte. Lucida cremosa lozione spalmata sulla pelle, al profumo di lill. Borotalco su ogni parte del corpo che sarebbe stata coperta dagli indumenti, una volta rivestita.
Tranne che: non riusciva a svegliarmi.
Non osava chiamare il 911 (avrebbe confessato Mr. Sandman) perch altrimenti sarebbe stato scoperto, arrestato. La sua vita segreta portata alla luce.
Eppure, non voleva che la ragazza morisse.
Be', s (avrebbe confessato Mr. Sandman) gli venne, il pensiero disperato che avrebbe potuto lasciarla morire, che non sarebbe pi riuscito a svegliarla e che perci non c'era alternativa, l'avrebbe lasciata morire, e cos si sarebbe risparmiato la denuncia e l'arresto, l'indignazione e il disprezzo da parte della comunit delle persone perbene, si sarebbe risparmiato il carcere, di cui non avrebbe sopportato nemmeno pochi giorni. Eppure, non voleva che Violet Rue morisse perch (avrebbe ripetuto) lui l'amava...
O questo avrebbe sostenuto, a posteriori.
La sua soluzione fu di rivestirmi rapidamente, alla bell'e meglio, con gli indumenti che mi aveva tolto e che aveva in parte lavato e in parte asciugato, di avvolgermi in una coperta presa al volo da un com di cedro e caricarmi in macchina, barcollando e singhiozzando; con la macchina mi accompagn poi all'ospedale di Port Oriskany, nel pronto soccorso collocato all'ingresso laterale dell'edificio; un po' portata in braccio, un po' trascinata al di l delle porte a vetri automatiche, mi abbandon l come un fagotto buttato su una sedia e corse di nuovo fuori nonostante una guardia giurata dell'ospedale lo chiamasse: Mister! Ehi, mister! Aveva lasciato la macchina in folle. Le chiavi inserite nel quadro. Se la sarebbe svignata velocemente, questa era l'idea. Ma tale era l'agitazione che nel volgere di qualche secondo, mentre tentava di svignarsela, Mr. Sandman and a sbattere contro un furgone che imboccava il vialetto dell'ospedale.
Nel racconto sarebbe diventata una storia che suscitava indignazione e al tempo stesso ilarit.
Perch, fuori dal dispotismo della sua casa e della sua aula di matematica, il professore di matematica si rivel uno sciocco, un imbranato. Portare una quattordicenne priva di conoscenza nel potentemente illuminato pronto soccorso di un ospedale, una ragazza rivestita alla bell'e meglio e (apparentemente) in fin di vita, credendo di poterla abbandonare l, di potere semplicemente tornare di corsa alla macchina lasciata in folle davanti all'ingresso e svignarsela senza dare nell'occhio, e poi, per l'agitazione, che babbeo, fare un frontale con il primo veicolo venuto verso di lui come se la disperazione lo avesse accecato...
Soprattutto per, la storia suscit indignazione. Ovviamente!
Un professore di matematica cui erano affidati studenti di scuola media, che aveva abusato sessualmente di una delle allieve di terza per un periodo di sette mesi, drogando abitualmente la ragazza per renderla sessualmente arrendevole, e infine provocandole un'overdose di barbiturici, portando la sua pressione sanguigna a un livello cos basso da essere potenzialmente letale...
Al pronto soccorso la ragazza il cui cuore batteva a malapena fu rianimata. Nel vialetto dell'ospedale il professore di algebra di terza media fu arrestato da agenti della polizia di Port Oriskany.
Ammanettato e posto sotto custodia di polizia. Condotto nella stazione di polizia in centro citt. Dopo aver trascorso la notte in cella, la mattina seguente gli fu negato il rilascio su cauzione da un disgustato giudice. Guardato a vista per timore di un possibile suicidio dato che l'affranto professore aveva sragionato e singhiozzato e pronunciato molte frasi deliranti, suppliche e minacce.
Si sarebbe scoperto che Arnold Sandman, cinquantun anni, residente da lungo tempo a Port Oriskany, dal 1975 insegnante presso la scuola media cittadina, era stato accusato di comportamento inaccettabile anche in altri istituti, fra cui una scuola cattolica di Watertown; gli era stato tuttavia permesso di lasciare i precedenti impieghi presentando dimissioni spontanee e gli amministratori di due scuole avevano accettato di fornirgli solide referenze pur di allontanarlo senza scandali dal proprio distretto scolastico. Perch c'erano dubbi sui resoconti di diverse ragazze - c'erano dubbi sul fatto che i rispettivi genitori avrebbero consentito alle ragazze anche solo di rilasciare alla polizia dichiarazioni che poi sarebbero divenute di dominio pubblico. E Mr. Sandman aveva negato tutto - ogni singolo addebito. E Mr. Sandman parlava in maniera persuasiva. E Mr. Sandman era, malgrado tutto, un bravo insegnante, magari un po' eccentrico, i cui allievi ottenevano buoni risultati nei concorsi pubblici; anzi, mediamente migliori rispetto agli studenti di altri docenti. Scherzosamente si diceva che Mr. Sandman ti terrorizzava al punto tale che la matematica la imparavi mentre altri metodi pi gentili si rivelavano inefficaci.
Stavolta, invece, Arnold Sandman dichiar la non opposizione alle accuse di protratto abuso di minore, molestie sessuali ai danni di minore, violazione della legge sulle sostanze stupefacenti, rapimento e sequestro di persona.
La casa di ciottoli in Craigmont Avenue sarebbe stata perquisita da cima a fondo. Il compromettente archivio sarebbe stato scoperto. Delle trentuno ragazzine fotografate da Mr. Sandman nell'arco di diciotto anni, soltanto sei non poterono essere identificate; tutte tranne due vivevano nello stato di New York o in zone limitrofe; due erano morte in circostanze sospette (suicidio?) ma in alcun modo (palesemente) riconducibili ad Arnold Sandman.
Contattate dagli investigatori, nessuna delle donne identificate ricordava di essere stata fotografata dal proprio insegnante di matematica in casa sua o altrove. Nessuna ricordava di essere stata trasportata a bordo dell'automobile di Mr. Sandman. Nessuna ricordava di essere stata coartata, minacciata, abusata sessualmente da Mr. Sandman mentre quasi tutte ricordavano lezioni individuali di approfondimento fuori dall'orario scolastico e il fatto che Mr. Sandman fosse molto gentile e paziente con loro; alcune ricordavano come i propri voti di matematica fossero inaspettatamente alti - Il che era davvero singolare perch, con altri professori, non  che fossi mai andata molto bene.
Violet, cerca di ricordare per favore. Dicci...
No. Non ci riesco. Non costringetemi.
Non ci riuscivo. Avevo la gola serrata, non c'erano parole che potessero allentarla.
Troppo debole per tirarmi su dal letto. Fluidi somministrati goccia a goccia nelle mie vene, troppo debole per mangiare o bere se non trasparenti liquidi dolciastri, con una cannuccia.
Violet? Ci saresti d'aiuto se potessi guardarci, cara. Cerca di tenere gli occhi aperti, e a fuoco...
No. No. Non ci riesco.
L'amnesia era un balsamo. L'amnesia  il grande balsamo della vita. Piangevo di gratitudine per tutto quello che non ricordavo e che (agli occhi altrui) si confondeva con quello che avrei potuto ricordare.
La cosa sconvolgente  vedere diventare pubblico ci che  stato intimo e segreto. Ci che  accaduto senza parole diventa una questione di parole (altrui).
Abuso sessuale di minore. Rapimento. Sequestro di persona.
In quel sonno profondo sul fondo del sarcofago di marmo, con il cuore che batteva a malapena, ero stata al sicuro, protetta. Avrei quasi pensato che le braccia di Mr. Sandman mi avvolgessero.
Vio-let Rue! Vio-let Rue!
Lo sai, io ti amo.
Non mi aveva mai detto queste parole, ne ero certa. Eppure spesso le sentivo, accavallate a voci lontane. Risa attutite.
... ci che quell'uomo orribile ti ha fatto. Cerca di...
Ma io non ricordavo. E Mr. Sandman mi era amico. Nessun altro mi era amico.
Zia Irma mi fissava incredula. Zio Oscar, con disgusto.
Poich non intendevo testimoniare contro il persecutore. Avevo le palpebre pesanti, la voce lenta, impastata, impudente.
No. Non potete obbligarmi. Ve l'ho detto - non ricordo.
Era una poliziotta a farmi le domande. Ma mi guardai bene dal commettere di nuovo quell'errore.
Sarebbe stata un ginecologo (donna) a dichiarare nella sua relazione nessuna evidenza di penetrazione vaginale o anale, nessuna evidenza (fisica) di abuso sessuale. Uno psicologo (donna) a segnalare nella sua relazione un probabile trauma estremo, dissociazione. Ms. Herne dei Servizi di tutela ai minori.
Mi sarebbe stata rinfacciata la scarsa collaborazione con le autorit impegnate a formulare l'accusa di ripetuto e protratto abuso sessuale nei confronti di Mr. Sandman, a meno di non sostenere che un disagio mentale mi impediva di testimoniare contro l'insegnante che mi aveva drogata e aveva abusato di me per un periodo di circa sette mesi.
Mr. Sandman era stato attento, meticoloso. I miei vestiti erano sempre stati lavati in lavatrice - niente DNA. (Una traccia compromettente sarebbe per stata rinvenuta su una delle mie scarpe da ginnastica. Quell'unica traccia si sarebbe rivelata sufficiente per la condanna.)
Se non ci aiuti a condannarlo, quest'uomo orribile far del male ad altre ragazze, mi dicevano.
E io pensavo Ad altre ragazze verr fatto del male a prescindere che Mr. Sandman sia in carcere o no. Questo  il nostro castigo.
Violet. Nessuno ti sta facendo pressione...
Mi state facendo pressione tutti quanti.
... ma devi raccontarcelo, devi prenderti il tuo tempo e raccontarci tutto quello che riesci a ricordare. Quand' che per la prima volta quell'uomo...
Ms. Herne era visibilmente stizzita. Perch (ne era convinta) tra noi c'era uno speciale accordo, sapevo (dovevo sapere) che potevo fidarmi di lei. Eppure, evidentemente non mi fidavo di lei visto che nei mesi in cui ero stata vittima degli abusi ci eravamo incontrate varie volte e io non vi avevo fatto alcun accenno.
Ovviamente un accenno c'era stato. Molti accenni.  solo che Ms. Herne non li aveva colti.
E adesso, con la (pessima, incessante) pubblicit sui mezzi di informazione locali, sembrava proprio che Dolores Herne dei Servizi di tutela ai minori avesse fatto un pessimo lavoro, visto che una delle minori da lei seguite era stata abusata sessualmente, terrorizzata da un professore, per un periodo di sette mesi senza che lei se ne accorgesse.
Non abuso ma castigo, avevo sempre pensato. E nemmeno il peggior castigo possibile.
Violet! Questi splendidi fiori te li manda Lula.
Una mezza dozzina di pallide rose in vaso, sul comodino accanto al letto.
Tua madre, aggiunse Irma arrossendo.
Come se potessi non sapere chi era Lula! Fui attraversata da un'ondata di emozione nei confronti di mia zia, un misto di rabbia e affetto.
Volendo crederci e invece no. Era stata Irma stessa a comprare le rose. Perch non c'era un bigliettino da parte di mia madre e, Irma non si sarebbe mai spinta fin l con l'inganno - falsificare un biglietto della sorella maggiore che casualmente era mia madre.
Non sono bellissime? Lula era molto in pena per te...
Irma lasci la frase in sospeso, la voce incerta. Quanto avrei voluto dire Ah s? Davvero? Invece rimasi in silenzio.
In realt ero commossa per due biglietti ricevuti durante la degenza in ospedale, da Miriam e da Katie.
Guarisci presto! Con affetto.
Come se avessi preso l'influenza. Come se fosse qualcosa da cui si poteva guarire, e per giunta presto.
Dopo cinque giorni di ricovero all'ospedale di Port Oriskany avevo fatto ritorno nell'ordinata casa di mattoni beige in Erie Street. Avevo salito faticosamente le scale. Ero arrivata in cima alle scale senza fiato. Avevo pensato Ma forse sono morta. Dev'essere uno dei loro trucchi.
Il minimo sforzo mi sfiatava. Avevo forse subito danni al cuore?
Se il mio cuore aveva smesso di battere al pronto soccorso, era stato rimesso in moto con una scossa elettrica.
E anche di questo non avrei ricordato nulla, o quasi nulla.
La riluttanza a svegliarmi. La convinzione che la veglia sia uno stato innaturale.
Il mio cuore  spezzato. Sciocco, sentimentale.
Non vivere con la mia famiglia ma presso parenti. Molto meglio di una casa di accoglienza o di un riformatorio per fuggitivi.
Non era chiaro se davvero qualcuno della mia famiglia avesse chiamato mentre ero in ospedale. Visto che Irma non mi aveva parlato di specifiche telefonate dovevo presumere che non ce ne fossero state ma sinceramente non potevo esserne sicura, i miei genitori potevano aver preteso di tenerle segrete. Ero sicura per che i miei genitori sapessero di Mr. Sandman, Irma doveva avergliene parlato. E l'avevano senz'altro letto sul giornale. (Anche se il mio nome, in quanto minorenne, non compariva negli articoli.) Mi sembrava probabile che Irma e Lula si fossero sentite spesso per telefono, persino tutti i giorni, durante il mio ricovero.
Mi sembrava plausibile che le sorelle si sentissero spesso al telefono. E dovevano parlare di me.
Me. La sillaba pi patetica di tutte.
Comunque, era qualcosa a cui mi sarebbe piaciuto credere.
E che cosa ne era stato di Arnold Sandman? Era sotto custodia nel carcere di contea. Saggiamente, avrebbe evitato il rischio di un processo. (Il procuratore dell'accusa intendeva chiedere novantanove anni di carcere.) Mr. Sandman avrebbe invece seguito il consiglio del proprio avvocato e rinunciato a opporsi, avrebbe espresso contrizione, pentimento, vergogna per i propri crimini; e il giudice lo avrebbe condannato a una pena dai venticinque ai trent'anni da scontarsi nel carcere di massima sicurezza di Attica.
Una condanna a morte. Arnold Sandman non sarebbe mai sopravvissuto ad Attica.
Nulla di tutto questo mi era noto all'epoca. Eppure se chiudevo gli occhi e mi abbandonavo alla tumultuosa corrente che era sempre l, dentro le mie palpebre, sotto il ponte di Lock Street, tra i serpenti color melanzana che si dimenavano e contorcevano, ecco che vedevo Mr. Sandman avvicinarsi e chinarsi su di me, il viso non pi sarcastico e sbeffeggiante ma stravolto dal dolore.
Violet! Lo sai, tra tutte le ragazze ho amato soltanto te.
Di sopra, nella piccola stanza ordinatamente arredata che mi era stata assegnata, distesa sul letto che sembrava ondeggiare in balia di un fiume. Cos contenta di essere sola che il cuscino era bagnato di lacrime.
Le ore passavano. Potevano essere giorni. O nessun tempo.
Giunse un timido colpetto alla porta. Una donna che supplicava di parlare con me, per favore.
Mi tirai le coperte sulla testa. Cos da vedere Mr. Sandman pi chiaramente. Cos da sentirlo pi chiaramente.
Alla fine il timido bussare cess. Chiunque fosse la persona dietro la porta se n'era andata e mi aveva lasciata sola con Mr. Sandman.

Sgualdrinella.

Zio Oscar che non era mai stato mio zio. E che adesso non avrebbe mai potuto esserlo.
La quasi tenerezza intercorsa tra noi quando avevamo sfogliato insieme il libriccino di indovinelli matematici era completamente svanita sull'onda delle rivelazioni riguardanti Mr. Sandman e la (narcotizzata) studentessa (che casualmente ero io) (che casualmente viveva sotto il tetto di Oscar Allyn come figlia pseudo-adottata).
Mi fissava quando Irma non c'era. La lingua che spuntava tra labbra umidicce viscide come vermi. Sgualdrinella.

Stalker: 1997.

Al 7-Eleven, confezioni sgargianti in un espositore di videogame. Titoli come Stalker, SWAT Team, Murder 1, Grand Theft Auto, No Mercy, Nuke!
Sulla custodia di Stalker era riprodotta l'immagine digitale di un giovane dal viso affilato, testa rasata, occhi truci e narici dilatate, una bocca rabbiosa che rassomigliava a quella di mio fratello Lionel. O era forse la gelida espressione di odio negli occhi che mi faceva pensare a lui.
Tra le mani insanguinate del giovane, un grosso machete dal quale gocciolava sangue.
Vengo a prenderti, topastro. Fica maledetta.
Tanto non puoi nasconderti.
Mi ritrassi velocemente, sentendomi mancare. Qualsiasi cosa avessi intenzione di comprare al 7-Eleven, uscii senza comprarla.
Il cuore mi batteva veloce, rivoli di sudore freddo lungo i fianchi. Le ultime notizie di mio fratello le avevo avute da Katie, la settimana precedente: A partire da luned prossimo Lionel potrebbe ottenere la libert vigilata. Non lo sapevamo nemmeno fino a ieri! Mamma ha pregato tanto. Ho pensato bene di avvisarti, Vi'let.

Non sei ben accetta.

E poi, quando tornai a casa zia Irma era al telefono.
Non me la sentivo di origliare. Il terrore di scoprire che mio fratello era uscito sulla parola.
Aveva passato ormai cinque anni nel carcere di Marcy. Poco meno del tempo trascorso dalla morte di Hadrian Johnson.
Incarcerati, sia lui sia io.
Eppure Lionel era ancora giovane: ventidue anni.
Ed ero ancora giovane anch'io: diciassette.
Di sopra nella mia stanza. Gettai i libri di scuola sul letto. Premetti le mani contro le orecchie. Perch sentivo che zia Irma stava per chiamarmi dalle scale annunciando Buone notizie, Violet! Lionel  fuori sulla parola.
Katie mi aveva parlato di quanto tutta la famiglia ci sperasse. Nonostante fossero stati spesi inutilmente migliaia di dollari per i ricorsi in appello pap si rifiutava di arrendersi - se difficilmente ci sarebbe stato un nuovo processo o una commutazione della pena, per Lionel sussisteva ancora la possibilit di ottenere la libert vigilata per buona condotta. Lionel in carcere aveva studiato, aveva conseguito l'equivalente del diploma di scuola superiore. Si era tenuto alla larga dai guai - a differenza del fratello maggiore Jerome Jr. che, a quanto si diceva, era ricoperto di vistosi tatuaggi e faceva parte della Fratellanza Ariana, e che si era visto estendere la pena di altri sei anni per aver partecipato a un pestaggio nel quale un altro detenuto aveva rischiato di morire.
Nel carcere di Marcy i fratelli Kerrigan non avevano rapporti diretti, erano stati volutamente separati in bracci diversi della struttura. Jerome era considerato il pi pericoloso, essendo il maggiore, presunto autore materiale dell'omicidio e ora membro di una gang razzista; Lionel era stato (solo) un complice.
Cercavo di pensare in termini positivi: Lionel non era un omicida, Lionel in carcere si stava (forse) rieducando. Riformando. (Riformato? Ri-formato? Era quello il fine di una casa di reclusione? Era davvero possibile ri-formarsi?)
Cercavo di essere razionale, dicendomi che se fosse stato rilasciato sulla parola Lionel avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di finire di nuovo dentro.
Non avrebbe minacciato sua sorella. Non avrebbe fatto del male a sua sorella...
Al telefono, nel tentativo di rincuorarmi, Katie aveva detto Se Lionel esce, la commissione per la libert vigilata lo riporter qui. A casa. Violerebbe i termini se lasciasse South Niagara, credo. Credo proprio di s. Ce lo diceva l'avvocato. Se, per esempio, tentasse - insomma, hai capito - di venire a cercarti, a Port Oriskany.
Anche se tentasse solo di contattarti, credo. Qualsiasi tipo di- minaccia. Di- cosa.
Uno dei termini per la libert vigilata sarebbe senz'altro di mantenere una distanza minima da te. Non provare a contattarti. Non lasciare la citt.
Lo sapevi che possono farlo?  questo il rilascio sulla parola - rilascio per buona condotta.
Cercavo di convincermi che mio fratello, avendo scontato una pena per omicidio preterintenzionale, avesse investito in buona condotta.
Non era frequente che Katie mi telefonasse. Avevo ascoltato la sua voce inerme. In quelle occasioni la mia solitudine era massima perch quando riagganciavamo il silenzio era opprimente.
Qualsiasi cosa desiderassi sentirmi dire da mia sorella, non veniva detta.
E Miriam che io adoravo, Miriam che un tempo era stata cos affettuosa con me, di rado aveva tempo per telefonarmi. Ormai sposata, con un bambino piccolo, viveva ad Albany, New York, dove il marito faceva l'ingegnere chimico.
Miriam si vergognava dei Kerrigan, cos si diceva. Aveva esortato il marito a trovarsi un lavoro in una citt abbastanza lontana da South Niagara perch nessuno la associasse n ai fratelli Kerrigan che avevano pestato a morte un ragazzo nero con una mazza da baseball n al controverso uomo politico Tom Kerrigan che aveva fomentato ansie e tensioni razziali nella sua (vittoriosa) campagna elettorale per un seggio nell'assemblea generale dello Stato di New York.
Miriam era dispiaciuta per me, mi era stato detto. Forse un po' in colpa. Aveva intenzione, quanto prima, di invitarmi a passare qualche giorno con lei nella sua nuova vita ad Albany.
N Katie n Miriam avevano mai affrontato con me l'argomento Arnold Sandman. Neanche una parola tranne le cartoline con gli auguri di pronta guarigione.
Eravamo restie a parlare di qualsiasi argomento che avesse a che fare col sesso. A volte quando non ci sono parole,  meglio cos.
Mi chiedevo cosa pensassero i parenti di me adesso. Quella ragazza, Violet! Che aveva fatto la spia, che aveva mandato i fratelli in carcere. Cacciata di casa dai genitori e mandata a vivere da una zia a Port Oriskany dove era stata abusata da un professore in maniera orripilante.
Che vergogna! Una fortuna che quel pervertito non l'abbia uccisa.
Violet? Scendi alla fine, dai piedi delle scale giunse la voce incerta di zia Irma.
Ormai stavo tremando violentemente. Avevo cercato di non ascoltare la conversazione a senso unico che si era svolta al piano di sotto. Chiunque avesse chiamato, aveva parlato per la maggior parte del tempo; Irma si era limitata a mormorii di assenso, piccole esclamazioni di sorpresa, di partecipazione. Scendendo lentamente le scale e vedendo l'espressione grave di mia zia osai pensare che la notizia potesse essere spiacevole - ossia, che Lionel non aveva ottenuto la libert vigilata. Una bruttissima notizia, Violet.  morto tuo nonno Kerrigan.
Mio nonno! Un attimo di vuoto nella mia mente.
... avrebbe compiuto ottantotto anni la settimana prossima. Certo, era malato da tempo, poveretto...
Il tono di Irma era austero. Probabilmente non vedeva da anni lo scorbutico padre di mio padre e (probabilmente) era a lei che mia madre confidava le sue amare lamentele nei confronti del vecchio che era venuto a vivere da noi quando io ero piccola, in una dpendance sul retro della casa che pap aveva costruito apposta per lui.
Nonno Kerrigan - Joseph Kerrigan - non si ricordava mai il mio nome. Mir'um? mi fissava, aggrottando la fronte. E mamma diceva, attenta a non dare l'impressione di correggerlo: Lei  'Violet', pap. Il nonno continuava a fissarmi biecamente come se soppesasse il nome, o me stessa; ma la volta dopo se l'era gi dimenticato di nuovo.
Molti anni prima era stato un gran bell'uomo. Nelle vecchie fotografie somigliava a pap, con gli ispidi capelli neri che si alzavano dalla fronte, le sopracciglia folte, un viso irlandese - lo si diceva di tutti i Kerrigan maschi. Adesso invece la faccia del nonno era scivolata verso il basso. Gli era venuta la pappagorgia. Si sbarbava di rado e dal mento spuntavano in ogni direzione pelacci simili a fil di ferro. E puzzava: mentolo, tabacco, whisky, abiti sporchi, piedi non lavati. Quel particolare odore cupo e acido che mi faceva venire i conati, l'odore della dentiera non tenuta pulita.
Miriam era la sua nipote preferita - la bella. Da adolescente Miriam aveva imparato a sgusciare via quando il nonno le passava le mani sul corpo, nascondendo la propria ripugnanza dietro un risolino. Quanto a me, non gli piaceva che mi mettessi a strillare e scappassi come un gatto quando mi stuzzicava tirandomi i capelli.
A mamma impartiva ordini a bacchetta come se fosse una serva, a malapena ricordandosi il suo nome - Ehi: Lu-lu.
A volte le strizzava l'occhio con lascivia - Ehi: signora.
Mi ero sempre chiesta cosa si provasse a essere talmente vecchio da non sapere pi chi fossero le persone n avere interesse a saperlo. Come un vaso che si riempie e comincia a traboccare. Diversamente da altri anziani della famiglia, nonno Kerrigan non faceva alcuno sforzo per essere carino - non gli importava un accidente se lo trovavi simpatico o no.
Pap non era mai andato d'accordo con il padre che chiamava vecchiaccio. Padre e figlio erano entrambi fumantini e suscettibili, troppo simili l'uno all'altro.
Ciononostante, pap aveva insistito per farlo venire a vivere a casa nostra quando il padre era diventato troppo artritico e smemorato per stare da solo nella cadente casa di Niagara Falls dove pap aveva trascorso l'infanzia. La moglie, nostra nonna, era morta prima che io nascessi. In famiglia si diceva che il nonno l'avesse consumata, che la angariasse e la picchiasse, eppure dopo la sua morte aveva pianto per lei e cominciato a bere pesantemente. Litigava con i figli, era diventato aggressivo, paranoico. Da tempo era ai ferri corti anche col cugino Tommy Kerrigan, non erano mai abbastanza le oscenit e le offese che riusciva a rivolgere al politicante, la pi leggera delle quali era maledetto ladro ciucciacazzi.
Io e le mie sorelle dovevamo aiutare mamma a pulire la stanza del nonno. E il bagno del nonno. Cercando di non vomitare. Se ci lamentavamo troppo mamma perdeva la pazienza e alzava la voce con noi, A me non pensate? Aiutatemi e basta mannaggia a voi.
Nessuno invece poteva lamentarsi del nonno con pap.
Fortunatamente per noi il nonno passava gran parte del tempo nella sua stanza ad ascoltare i deliri dei talk radiofonici o a guardare la televisione; non si degnava mai di mangiare con noi nonostante mamma cucinasse anche per lui. La sera si addormentava davanti alla tv accesa, tra piatti e posate incrostate di cibo, lattine vuote di black ale, bottiglie di whisky sul pavimento accanto ai piedi infilati in un paio di pantofole sudicie. Non entrava in una chiesa da decenni - eppure, ufficialmente, era ancora cattolico e avrebbe ricevuto un funerale solenne e la sepoltura nel cimitero della San Matteo che era suolo sacro.
Sorrisi, ripensando allo sbatacchiare delle bottiglie di whisky del nonno nel grosso bidone verde con le rotelle che uno di noi (di solito uno dei miei fratelli ma a volte anch'io) doveva trascinare fino al marciapiede per la raccolta dell'immondizia del venerd...
Che c', Violet? Qualcosa di spiritoso?
Zia Irma, che si sconvolgeva facilmente, era sconvolta.
Succedeva spesso, che sorridessi quando un sorriso era inopportuno. Oppure, che non sorridessi quando sarebbe stato opportuno sorridere.
Non ero la classica diciassettenne. Non nel mio animo. A scuola nessuno mi dava noia, avevo preso un po' della corazza di strafottenza dei miei fratelli maggiori detenuti a Marcy. Scherni e insulti erano spariti da tempo. Se le orribili voci su quello che il pervertito professore di matematica mi aveva fatto in terza media circolavano ancora, io non ne ero al corrente.
Con gli adulti stavo attenta a non essere offensiva. Ero educata, matura. Davo sempre l'impressione di essere ben disposta. Da Mr. Sandman avevo assimilato la certezza - non dubitavo che fosse una certezza - che le persone in posizione di potere vogliono che tu sia d'accordo con loro a prescindere, e che non vogliono altro - accordo, acquiescenza. Gran parte della mia vita era governata dagli adulti del mondo, non potevo inimicarmeli.
Era vero e proprio sollievo quello che provai per il fatto che Lionel non avesse ottenuto la libert vigilata. Per la morte di mio nonno nessuna emozione, tranne una piccola punta di speranza, Adesso pap avr una persona in meno di cui occuparsi.
La famiglia significava molto per pap, persino il vecchiaccio. Una persona in meno in famiglia avrebbe accresciuto il valore della figlia esiliata.
... triste che il nonno sia morto. Quando esattamente...?
Come se me ne fregasse qualcosa, del quando! Dal giorno in cui ero stata cacciata di casa mio nonno non aveva praticamente mai attraversato i miei pensieri.
Niente libert vigilata! Ancora niente libert vigilata.
Era quello che mi interessava: mio fratello, ancora in carcere.
Poi mi venne da pensare: ci sarebbe stato un funerale per nonno Kerrigan.
Un rito funebre - una messa solenne - con tutti i parenti, me compresa - alla chiesa di San Matteo. Io e zia Irma ci saremmo andate insieme e ci saremmo sedute insieme al resto della famiglia in una panca nelle prime file.
Come qualcosa che si gonfiava, che si apriva nel mio cervello: una rosa American Beauty, uno squarcio di sole tra le nubi. Andr al funerale del nonno.
Ma quando le chiesi del funerale zia Irma scosse la testa evasivamente. Non credo che ci vogliano, Violet. Lula aveva la voce cos stanca, non le  passato nemmeno per l'anticamera del cervello di parlare del funerale.
Lula. Quindi era mia madre che aveva chiamato. Ancora una volta, non aveva chiesto di parlare con me.
Ha chiesto come stavo? trepidante.
S-s, Violet. Tua madre lo chiede sempre...
Sempre. Una fottuta bugia, ma mi fece piacere sentirla.
Che cosa le hai detto?
Zia Irma mi fissava inespressiva, aveva perso il filo del discorso.
Come se, nelle conversazioni con me, ci fosse un progressivo allontanarsi da me.
Che cosa le ho detto? Che stai bene. Ottimi voti a scuola. Abbiamo parlato di tuo nonno, soprattutto... Irma aveva un tono come di scuse. Aveva avuto un ictus, alla fine. La settimana scorsa. Stava tirando avanti da talmente tanto tempo, col suo enfisema, che alla casa di riposo dicevano che era un mezzo miracolo...
Miracolo! Cazzate. Quasi le scoppiai a ridere in faccia.
Katie mi aveva detto che c'era da ammirarlo, il vecchiaccio. Enfisema, angina, tremori a entrambe le mani, sordit, degenerazione maculare - nostro nonno era andato vicino a morire una decina di volte ma si era sempre ripreso, almeno in parte. Nella casa di riposo cattolica era rimasto il vecchio serpente di sempre, immobile, insidioso, al quale ti avvicinavi a tuo rischio e pericolo.
 domani il funerale? Dopodomani? Potremmo andare, potremmo prendere la macchina...
Non credo. Irma sembrava imbarazzata. Lula non mi ha invitata. Ha solo voluto farmi sapere che il padre di Jerome era morto ma... io non ero legata a tuo nonno, lo conoscevo appena.
Irma ammutol. Forse stava ricordando qualcosa di spiacevole a proposito di mio nonno che spesso, senza motivo se non la cattiveria, faceva battute volgari sul viso o sul fisico di una donna per suscitare risate nei presenti. E Irma non era certo il tipo di donna vivace, attraente o sessualmente conturbante che il vecchio apprezzava.
Io dovrei esserci, dissi. Ci saranno tutti.
No, Violet. Non credo...
Non si aspettano che tu ci sia? Che io ci sia?
La mia voce si alz dal dolore. Irma mi afferr le mani, che si stavano agitando come uccellini feriti. Nonostante serenamente pensassi Ma certo che non sei invitata, non ti vogliono con loro. Non sei ben accetta.
Quella sera, in uno stato di grande fibrillazione, telefonai ai miei. Per puro caso fu Katie a rispondere.
Oh. Dio. Violet. Ora non posso parlare...
Nella voce di mia sorella c'era disagio, costernazione. Non volevo pensare ostilit.
Katie mi aveva chiesto di non chiamare il numero di casa. Ma non avevo nessun altro numero per mettermi in contatto con lei, non ancora.
Cristo! Aspetta, mi sposto in un'altra stanza...
In sottofondo c'erano voci non abbastanza distinte da poter essere identificate. Immaginai Katie che sgattaiolava via con il cordless dietro la schiena, nella speranza che nessuno ci facesse caso.
Non un buon momento per telefonare. Me ne rendevo conto. Il giorno stesso di un lutto in famiglia. La casa doveva essere sottosopra. I parenti del defunto che passavano per un saluto - ce n'erano parecchi gi solo a South Niagara. Come al solito di tutto si sarebbe occupata mamma. Mamma avrebbe preparato da mangiare per gli ospiti. E pap sarebbe stato di umore irritabile e volubile.
Katie avrebbe lasciato la casa di Black Rock Street di l a poco. Si era iscritta al community college e aveva gi un lavoro part-time.
Non vedeva l'ora (mi aveva detto) di lasciare South Niagara dove tutti sapevano di Jerome Jr. e di Lionel in carcere, ma non poteva abbandonare la mamma come aveva fatto Miriam.
S, ne parlavano ancora tutti. Hadrian Johnson.
Sembrava quasi che South Niagara fosse divisa in due: chi credeva che quattro ragazzi bianchi avessero ammazzato un ragazzo di colore pestandolo a morte con una mazza da baseball e chi credeva, o professava di credere, che i ragazzi bianchi fossero stati incolpati ingiustamente, sottoposti a una giustizia sommaria e mandati in carcere da innocenti.
L'argomento era cos doloroso che ormai con Katie preferivo non affrontarlo pi. Quello che c'era da dire era stato detto molte volte. Razzisti bianchi, razzisti neri erano accuse lanciate in libert.
Soprattutto, non volevo sapere come la vedeva lei.
Il problema, Katie me lo stava confessando francamente, era che pap si sarebbe imbufalito se avesse saputo che io e lei ci sentivamo spesso al telefono.
Come se ci sentissimo spesso!
Ero amareggiata ed ero stizzita. Ma mi guardai bene dal tradire sarcasmo perch altrimenti Katie avrebbe subito chiuso la telefonata.
All'inizio fu evasiva sull'orario del funerale come lo era stata zia Irma, poi cedette: gioved mattina alle dieci, alla San Matteo.
Era una buona notizia. Di l a due giorni.
Rapidamente le dissi che zia Irma desiderava partecipare al funerale. Una bugia credibile: mamma aveva chiesto a sua sorella di venire a darle una mano nell'emergenza.
... potremmo venire in macchina, se partissimo gioved mattina presto. Potremmo dormire da... Be', quello dipenderebbe dalla mamma. Immagino arriveranno parecchi parenti del nonno, da Niagara Falls, no?
All'altro capo del telefono Katie era sorpresa, ammutolita. Ma che andava dicendo Violet!
Disinvoltamente ripetei che Irma aveva intenzione di venire a South Niagara, per dare una mano a mamma. E io avrei potuto alternarmi alla guida della sua auto, adesso avevo la patente.
Katie restava ancora in silenzio. Vedevo mia sorella mordersi il labbro, lo sguardo fisso verso un angolo della stanza.
Katie? Ci sei? Qualcosa che non va? la mia voce incrinata dalla trepidazione.
Ci- ci sono, Violet. Ci- sono. Le parole di mia sorella erano inerti come era inerte il volto di zia Irma quando le facevo una domanda che lei sembrava non avere nemmeno sentito.
Va bene se vengo, Katie? Vero? Voglio dire,  mio nonno, la gente si chiederebbe come mai non ci sono al suo funerale... No?
Oh, Violet. Non- non lo so. Per noi  un momento di grande stress. Forse non  il caso di fare una 'visita' proprio adesso - lo sai come pap vede la tua situazione.
Ma pap si renderebbe conto che ci tengo. Al nonno.
Katie parve rifletterci. Secondo me era assolutamente plausibile che un lutto in famiglia ci facesse rincontrare.
... vedi Violet, non  il momento per ulteriori sorprese. Il nonno non voleva essere portato nella casa di riposo. Aveva cominciato a dare di matto. Spaccava le cose. Gridava. Minacciava di dare fuoco alla casa. Avevamo tutti paura di lui, specie mamma che ci doveva passare tanto tempo in casa da sola. Pap sperava di rappacificarsi prima che morisse ma non  stato cos. Negli ultimi tempi il nonno si rifiutava persino di vederlo, non voleva vedere n pap n nessun altro. Nonostante gli ictus che aveva avuto e nonostante ormai non pesasse pi di quarantacinque chili, gli infermieri della casa di riposo dovevano tenerlo legato. Insomma pap soffre tantissimo che sia andata cos. Inoltre potrebbe essere costretto a vendere la casa per pagare gli avvocati. Questo lo deprime in modo particolare, deprime lui e la mamma. Lo sai quanto  affezionato a questa casa.
Che terribile notizia! La casa in cui mi era proibito entrare, la casa che sognavo tutte le notti... Se mio padre l'avesse venduta non avrei pi avuto una casa a cui fare ritorno.
... e Lionel aveva diritto alla prima udienza per la libert vigilata questa settimana - come ti dicevo. Solo che  stata rimandata al mese prossimo, non sappiamo perch.
Rimandata al mese prossimo. Ecco perch zia Irma non me ne aveva parlato, non c'erano novit, solo un rinvio.
Di una tregua, si trattava. Per almeno altre quattro settimane non avrei dovuto macerarmi nel timore che il mio vendicativo fratello uscisse di galera e venisse a punirmi.
Violet? Lo sai com' pap... Com' da quando... Non credo che terrebbe un atteggiamento molto diverso dal solito, se ti presentassi al funerale. Voglio dire- non ha cambiato opinione sul tuo conto. Mamma forse, un po' - mamma dice che le manchi. Lui invece...
Le manco. Per non muove un dito, eh?
Sentendo quelle parole pensai La odio pi di quanto odi lui.
Ci fu un imbarazzato momento di silenzio sulla linea. Non mi veniva niente da dire, ero stato colpita in mezzo agli occhi da... qualcosa. Non sapevo pi nemmeno di cosa stessimo parlando, tanto ero scombussolata.
Era quello il rischio nel chiamare al telefono una delle due mie sorelle. Cercavano di scoraggiarmi. Di evitare che mi venisse detto ci che non volevo sentire il che era (come sapevo) ci che gi mi era stato detto e che avrei dovuto sapere e (in effetti) sapevo. Eppure.
Violet? Ci sei ancora?
Dove vuoi che vada? sarcasmo adolescenziale adesso.
Sembrava che Katie stesse per aggiungere qualcosa ma poi, come stanca dell'argomento o esasperata da me, si limit a mormorare, in segno di conclusione: Be'.
Be' era una semplice espulsione d'aria, un sospiro. Non volevo interpretarlo come un Be', lo capisci anche tu, Violet, che non  il momento opportuno di tornare a casa ma piuttosto come un significante neutro, amichevole, informativo.
Katie, grazie! Dai... ci vediamo gioved, alla San Matteo.
Riagganciai rapidamente, prima che potesse protestare.
Lasciai un biglietto a mia zia Irma per risparmiarle il tentativo di dissuadermi.
Cara zia Irma, vado a South Niagara per il funerale. Prender il pullman. Andr tutto bene. Cerco di chiamarti appena possibile.
Come firmare? Odiavo l'ipocrisia, col cavolo che avrei scritto Con affetto, Violet.
Alla fine firmai semplicemente V. Immaginando che Irma avrebbe capito chi era V.
Una manciata di banconote di piccolo taglio. Quarantasei dollari.
Spicciolame meticolosamente messo da parte facendo la babysitter per le amiche e le vicine di mia zia. Fui tentata di sfilare (piccole) banconote dal portafogli di zio Oscar lasciato su un com nella sua camera da letto ma decisi di no pensando astutamente Un giorno magari vorr prendermele tutte, le banconote dentro quel portafogli. Per ora no.
Con queste banconote, senza che mi avanzasse granch, potei acquistare un biglietto di andata e ritorno per South Niagara su un Greyhound che partiva da Port Oriskany alle 7,10 di gioved e arrivava a South Niagara alle 9,25. Se non ci fossero stati ritardi, e se in una mezz'ora fossi riuscita a raggiungere la San Matteo (che doveva distare almeno quattro chilometri dalla stazione dei pullman di South Niagara), sarei arrivata in tempo per la messa; e se invece avessi fatto tardi, mi sarei seduta in silenzio in fondo alla chiesa in una panca per conto mio e i miei genitori mi avrebbero scoperta soltanto alla fine della cerimonia, mentre tutti si alzavano per andarsene, e sarebbero stati comprensivi, perch ce l'avevo messa tutta per arrivare puntuale ma venivo da lontano, da Port Oriskany addirittura...
Ossessivamente ripassavo il percorso: Greyhound, stazione dei pullman di South Niagara, Front Street, Huron Avenue, Comstock Street, Bryant Avenue, chiesa di San Matteo dove avrei trovato un prete (padre Greavy) che celebrava una messa solenne per l'anima di mio nonno.
E di nuovo: Greyhound, stazione dei pullman di South Niagara, Front Street, Huron Avenue, Comstock Street, Bryant Avenue, chiesa di San Matteo... Avevo cominciato a tremare per l'attesa e la trepidazione.
Vai lontano? una donna corpulenta con un cappotto di lana verde pisello era seduta accanto a me, dalla parte del corridoio.
Non lontano.
Da sola?
Non lo vedeva che ero sola?! avrei voluto protestare. Ovviamente mi limitai a mormorare di s.
L'affabile signora andava a Buffalo, mi disse. Dove aveva i parenti. Ero diretta l anch'io? La sua voce era calda, aperta.
(Avrei potuto fingere di non sentire?) (Ma no, non potevo. Non potevo essere sgarbata con questa affabile sconosciuta.)
... South Niagara. La mia risposta fu vaga come se non ne fossi del tutto sicura e in ogni caso non avessi voglia di approfondire.
Vai a trovare dei parenti?
Una pausa. Quanto mi dava fastidio dover dare spiegazioni. E quanto sembrarono piagnucolose, pronunciate con una vocina inaspettatamente flebile.
Il funerale di mio nonno...
Un funerale! Oh. Mi dispiace. La donna smise di sorridere come se fosse stata spenta una luce.
Io mi tenevo assolutamente immobile. Lo sguardo fisso al di l del finestrino. Col terrore di dover parlare con qualcuno per l'ora e mezza di viaggio che mi aspettava quando invece avrei voluto soltanto stare da sola con i miei pensieri.
Ma la donna non mollava. Si gir verso di me, come una bocchetta di aria calda aperta all'improvviso, cui era impossibile sottrarsi: Vai al funerale da sola? Posso stare tranquilla?
Che domanda! Se poteva stare tranquilla.
Il sangue mi pulsava cocente nelle guance. Nessuno nella mia vita, n zia Irma n tanto meno mia madre, mi parlava pi con tanta tenerezza o sembrava interessarsi a me quanto questa sconosciuta curiosa.
Sono- sono grande abbastanza da prendere il pullman per South Niagara da sola. Non  lontano.
No, non  lontano ma  un funerale... Sicura che va tutto bene? Quanti anni hai?
Quel misto di dolcezza e sospetto nella voce della donna mi era doloroso. Non riuscivo a guardarla in faccia. Gli occhi si riempirono di lacrime, fissi sul paesaggio che scorreva fuori dal finestrino.
Non erano affari di questa sconosciuta quanti anni avessi eppure sentii che le rispondevo, con un filo di voce: Diciotto.
Diciotto! Ma no.
Non avevo forse l'aspetto di una diciottenne? Il cuore acceler dalla stizza. Perch diavolo questa donna non mi lasciava in pace?
Era vero, non avevo (ancora) diciotto anni. Eppure me ne sentivo molti di pi. Avevo (ne ero certa) il portamento sicuro di una giovane donna di oltre vent'anni.
Dove sono i tuoi familiari, visto che devi andare a un funerale da sola?
Intonazioni di una voce da madre. Una madre moderatamente scandalizzata. Avevo il terrore che questa sconosciuta mi afferrasse tutto a un tratto le mani, per confortarmi.
I miei familiari sono- dove sto andando.  da loro che sto andando.
Parlavo in un modo cos insulso che mi sentivo le labbra riarse. Mi venne un'improvvisa smania di fuggire - scavalcare la donna senza tanti complimenti, trascinarmi lungo il corridoio, trovare un posto libero...
Ma il pullman era in marcia, l'autista mi avrebbe sgridata. La donna si sarebbe stupita, ci sarebbe rimasta male.
Quanti anni aveva tuo nonno?
N-non lo so...
Vecchio vecchio o solo... un po' vecchio? Settantacinque? Ottanta? O pi giovane? Ohhh, spero di no. Ridendo, come se la prospettiva della morte di un nonno giovane fosse particolarmente allarmante. Gli volevi tanto bene?
Se gli volevo tanto bene. Che assurdit.
S-s...
Oh, anch'io volevo tanto bene a mio nonno! L'unico nonno che ho conosciuto, l'altro no, credo non l'avesse conosciuto nemmeno mia mamma. Ma quello che- quello che ho conosciuto era un sant'uomo.
Sant'uomo. Un'espressione vuota per me, impossibile da comprendere.
Ignara del mio disagio la donna insistette: Questo nonno era il padre di tua madre o di pap? Erano legati?
Ero decisa a non rispondere ad altre insulse domande come questa. Avrei tirato fuori un libro di scuola e mi sarei messa a leggere.
Invece sentii che le rispondevo balbettando che il nonno morto era il padre di mio padre. No, non erano legati. O forse- s. Non andavano d'accordo ma erano legati. Ritenevo di s. Forse lo erano. Forse per mio padre la perdita del nonno era stata un brutto colpo. Mio padre non ama veder cambiare le cose. Gli dispiace non poter rendere le cose per i suoi familiari migliori di come sono.
Non avevo idea del perch stessi parlando in questo modo con una sconosciuta su un pullman della Greyhound. Nonostante mi sentissi ombrosa, ostile, suscettibile come un animale selvatico intrappolato in un anfratto la mia voce era la voce di una bambina bisognosa di consolazione.
Oh, tuo pap ci soffrir molto! Succede sempre cos.  come quando una donna perde la madre - una grande sofferenza. E se non andavano d'accordo ci soffrir ancora di pi, perch ormai non possono pi riconciliarsi, e quella  la cosa pi brutta - non poter cambiare quello che l'altro prova per te perch  troppo tardi. N quello che provi tu per lui - troppo tardi.
La compassione della donna si rovesciava su di me come acqua tiepida. Una sensazione penosa, eppure non riuscivo a liberarmene.
Sentii tutto a un tratto che le dicevo che per me era stato uno choc tremendo, la notizia della morte di mio nonno. Credo che... mi mancher tanto.
Inaudite, le parole che sgorgavano fuori da me. Nei miei occhi lacrime sdolcinate per un nonno cui avrei potuto voler bene se lui ne avesse voluto a me - se, anzi, fosse stato una persona diversa. Piangere una persona che non era mai esistita - come infilare la mano in tasca e incontrare un buco nella stoffa. Qualsiasi cosa la tasca abbia contenuto non c' pi.
Adesso la donna mi aveva aperta, come un mollusco. Adesso, la donna il cui nome era Sarabeth mi aveva in pugno e non intendeva lasciarmi andare. Mi carp l'informazione che mi chiamavo Violet - e che vivevo da una zia a Port Oriskany. Che frequentavo l'ultimo anno alla Port Oriskany High dove avevano studiato anche tutti i figli di Sarabeth - Ma loro sono troppo grandi per te, Vi'let - non puoi averli conosciuti. A sua volta Sarabeth mi snocciol l'ingarbugliata storia della madre di sua madre che era nata a Macon, Georgia, e si era sposata a quindici anni, aveva perso il primo marito (qualcosa di brutto che gli era stato fatto da brutta gente) e si era risposata, per poi trasferirsi al Nord con il secondo marito negli anni trenta - prima a Cleveland, poi a Erie, Pennsylvania, poi a Buffalo e a Tonawanda dove il nonno di Sarabeth aveva lavorato per la New York Central Railroad. Undici figli avevano avuto - E quegli undici figli ebbero figli a loro volta - un gran numero di figli! Due figlie di Sarabeth insegnavano mentre il minore era una specie di esperto di computer a Rochester. C' da restare a bocca aperta, se pensi che mia nonna era una pro-pronipote di schiavi.  una gioia immensa vedere quanta strada abbiamo fatto!
Sarabeth parlava senza rancore ma con un'aria di incredulit. Un'incredulit che contagi anche me. Schiavi?
Distratta com'ero non avevo registrato che Sarabeth aveva la pelle scura. A scuola le ragazze che frequentavo erano perlopi nere e io avevo cessato di far caso al colore della loro pelle. La presenza fisica della donna, la sua persistente affabilit mi avevano travolta.
Si preoccupa che i miei genitori mi trascurino! E questa donna discende dagli schiavi...
Vi'let, perch vivi da tua zia? disse Sarabeth aggrottando la fronte, misurando le parole. Perch non vivi con la tua famiglia a South Niagara?
Ecco la domanda che temevo fin dall'inizio. Ma avevo una risposta pronta: Perch non c'era spazio per me... in casa.
Non c'era spazio? Hai fratelli, sorelle? Quanti?
Sei in tutto. E anche mio nonno viveva con noi. Ma adesso non tutti vivono pi a casa... La mia voce si perse, di fronte alla sincera, profonda perplessit con cui Sarabeth mi stava osservando.
Come sta tua mamma, Vi'let? Hai ancora la mamma?
S.
Sei legata a tua mamma?
S-s.
Hai sorelle, dicevi, giusto?
Due.
Pi grandi o pi piccole, o-?
Entrambe pi grandi.
Con loro vai d'accordo, s?
Certo! Quando le vedo.
Una cadenza discendente in quel quando le vedo indusse Sarabeth a fiutare puzza di bruciato.
Per discrezione, allora, la donna smise con le domande, sottraendomi all'intensit della sua compassione. Mi sentii pervadere dal sollievo ma anche dalla delusione, dal rimpianto.
Poco dopo Sarabeth si addorment. Sentivo il suo respiro, confortante. Seduta accanto a lei fissavo dal finestrino la campagna al di l dell'autostrada. Adesso che non mi vedeva nessuno, le lacrime mi gonfiarono gli occhi e colarono lungo le guance. Non sapevo perch.
Attardato da un incidente in autostrada il Greyhound arriv a South Niagara trentacinque minuti dopo l'orario previsto.
In preda all'agitazione feci di corsa la maggior parte dei quattro chilometri dalla stazione degli autobus alla chiesa di San Matteo all'incrocio tra Bryant Avenue e Lock Street, con lo zaino che mi sbatteva tra le scapole. E quando arrivai sfiatata e sudata le grandi porte erano chiuse e all'interno era iniziata una messa solenne per il riposo dell'anima di Joseph Gabriel Kerrigan (1908-1997).
Non ricordavo di aver mai saputo il secondo nome di mio nonno: Gabriel.
Stampato sui santini con il Sacro Cuore di Ges, che i partecipanti alla messa avrebbero potuto portarsi a casa in memoriam.
Un bellissimo nome, pensai. E anche questo era strano: che il mio sarcastico nonno si rivestisse di ogni genere di piacevolezza.
Davanti all'altare, una bara ricoperta di gigli bianchi. Il nonno sarebbe scoppiato a ridere di scherno, li avrebbe presi a calci quei fiori.
Andatevene tutti alla malora.
L'interno della San Matteo era pi buio di quanto ricordassi. E meno affollato di quanto l'avessi mai visto. I partecipanti al funerale sedevano giusto nelle prime tre panche, nessuna tra l'altro del tutto piena.
Dal fondo della chiesa non riuscivo a vedere bene il prete - non somigliava a padre Greavy. Era pi anziano, curvo. La voce rapida e melodica e nasale, le sommesse risposte dei chierichetti quasi impercettibili. Quanto si sarebbe imbufalito mio nonno, una messa solenne che veniva celebrata per lui. Come molti cattolici irlandesi - maschi - della sua generazione aveva finito per avere in spregio la Chiesa. Sapeva di preti pervertiti ben prima che la stampa cominciasse a occuparsene. Da decenni aveva smesso di frequentare la messa, dalla morte di mia nonna quando non gli era stato possibile evitare di partecipare al funerale.
Allungai il collo per vedere: i miei genitori erano seduti nella prima panca. Nonostante mi dessero le spalle li riconobbi subito, con una sensazione di nausea, scoramento.
Erano seduti accanto ai parenti di mio nonno - la maggior parte di loro pi anziani, con i capelli bianchi. Ma c'era Miriam, e Katie... Rick? Les?
Mi diede i brividi, vedere che non ero insieme a loro. Come se non fossi mai esistita.
Sei anni dall'ultima volta che i miei genitori mi avevano vista o avevano parlato con me. L'ultima volta in cui avevo visto la mamma era stato l'incontro nella casa protetta per minori a rischio quando era uscita per aspettare Miriam in macchina, mentre non ricordavo bene quand'era che avevo visto pap l'ultima volta...
Strano continuare a chiamarli mamma, pap.
In quegli anni ero cresciuta in altezza ed ero diventata pi magra ma non sapevo se ero cambiata nei lineamenti. Avevo ben poca percezione del mio aspetto. Mi sentivo il corpo disinnestato e inerte, trasparente come sono i nostri corpi nei sogni. L'istinto mi portava a evitare gli specchi per risparmiarmi un sussulto improvviso - Topo! Faccia da topo!
Mr. Sandman diceva che ero bella. Eppure, quando osavo studiare il mio volto allo specchio per vedere quello che ci aveva visto lui, non riuscivo a trovarlo - l'interesse del professore di matematica nei miei confronti era come uno specchio su cui si rifletta la luce, ma una luce distorcente e accecante. Dopo l'arresto di Mr. Sandman mi erano state mostrate le (presunte) foto che mi aveva scattato, ma la ragazza in quegli scatti (addormentata, semi-svestita o nuda, con la bocca floscia) non mi somigliava affatto.
Riconosci questa ragazza, Violet?
Non vedi che sei tu, Violet?
Possibile che fosse un trucco. Non mi fidavo della psicologa, cos come non mi fidavo della polizia. Qualsiasi cosa avessi detto sarebbe diventata di loro propriet, da usare a loro piacimento. Era stato uno dei grandi choc della mia vita, il fatto che le parole pronunciate possano essere irreparabili, irrevocabili.
Tutto questo avrei spiegato ai miei genitori. Avrei cercato di spiegare. Non mi era mai stato permesso. Ma quel giorno, adesso - forse...
Ero seduta da sola in una panca in fondo alla chiesa. Con i brividi, perch la chiesa era umida e fredda. Eppure, goccioline di sudore simili a minuscole formiche mi colavano lungo i fianchi sotto i vestiti perch la corsa mi aveva accaldata. Facevo fatica a concentrarmi sulla liturgia, che pure avrebbe dovuto essermi familiare, il prete che intonava semplici brevi parole, implorazioni ripetute: Cristo piet! Signore piet! Cristo piet!
Fu sollevato il calice, sparso l'incenso. Come il grido improvviso di un uccello una campanella tintinn vivacemente. I fedeli sciamarono verso l'altare per la comunione. Non ci avevo pensato - ovviamente la messa funebre avrebbe previsto anche la comunione e io ne sarei stata esclusa non essendo in stato di grazia, non mi confessavo da sei anni.
No io non credevo. In niente di tutto quello. Avevo diciassette anni!
Mi dissi che non ci avevo mai creduto davvero. Nemmeno da bambina.
Quando chiedevo a mia madre che cosa fosse il peccato e lei mi rispondeva Le cose brutte che fai e invece non dovresti fare.
Adesso mi sembrava che la messa cattolica fosse, sostanzialmente, una cerimonia di elemosina. L'umanit in ginocchio a elemosinare - da Dio... che cosa esattamente?
I fedeli sciamarono verso l'altare. Tra i curvi e gli anziani c'era mia madre, le mani giunte davanti a s. Ero l'unica osservatrice nella chiesa a riconoscere la rabbia nel suo corpo? Nella postura stessa delle spalle, nell'inclinazione della testa? Passando accanto alla bara lucente mia madre avrebbe voluto picchiarci sopra con entrambe le mani, gridare all'indirizzo del vecchio disteso all'interno.
Ti odio ti odio ti odio! Odio che la mia vita sia stata risucchiata nella tua, che fossi costretta ad accudirti come una serva.
Odio come mi comandavi a bacchetta. Come mi guardavi. Come mi spogliavi con gli occhi. Vecchio bavoso.
Da bambina non lo sapevo. Adesso che una bambina non lo ero pi capivo. Pap aveva obbligato la mamma a consegnare la propria vita al vecchio cos come l'aveva consegnata alla famiglia quando noi figli eravamo piccoli.
Come l'aveva consegnata a lui.
E in macchina andando a Highgate Avenue quel giorno lei mi aveva rivelato la sua amarezza - sposata, figli, sette giorni alla settimana. Ma prima aveva pulito le case degli altri.
Mai avevo sentito la voce di mia madre cos amara, eppure cos esaltata nell'amarezza.
I fedeli si stavano inginocchiando alla balaustra dell'altare. Altri avanzavano con il bastone, con il deambulatore. La generazione di mio nonno era anziana, malferma sulle gambe. Persino i loro figli stavano ingrigendo, diventando lenti nei movimenti. Mio padre avrebbe spiccato in mezzo a loro, alto, scuro di capelli e vigoroso com'era, ma pap restava seduto, non si sarebbe alzato per andare a prendere la comunione. Probabilmente non si comunicava dal giorno delle nozze.
Da quando vivevo con zia Irma avevo smesso di frequentare la chiesa. Ogni domenica Irma andava fedelmente alla messa delle dieci ma io l'avevo accompagnata solo poche volte e ogni volta mi ero addormentata - un torpore di noia e insofferenza. Irma aveva dovuto svegliarmi alla fine della cerimonia - Violet! Svegliati! A differenza di mamma mia zia non aveva la forza per costringermi ad andare a messa insieme a lei n la capacit di terrorizzarmi a tal punto da indurmi a credere in Dio e nel peccato e nella santa Chiesa cattolica.
Lo sai che cos' toccarti - lo sai...  un peccato, un peccato bruttissimo, disgustoso.  il genere di peccato che devi confessare se vuoi prendere la comunione. E ricorda, il sacerdote sa se dici bugie.
Padre Greavy non aveva voluto sapere quando avevo detto la verit. Questo non l'avevo dimenticato.
Finalmente la messa solenne stava giungendo al termine -Andate nella pace di Cristo.
Il prete ingobbito si ritir accompagnato dai chierichetti in cotta di mussolina bianca. (E in quel momento vidi che s, era davvero padre Greavy, invecchiato e imbolsito.) I presenti si stavano riversando nelle navate laterali. Parlavano tra loro in tono grave. Erano tutti Kerrigan o parenti acquisiti dei Kerrigan come mia madre. Tutti avevano conosciuto Joseph Gabriel Kerrigan anche se probabilmente pochi lo avevano visto in anni recenti da quando aveva lasciato Niagara Falls per andare a vivere da mio padre. Il dolore sui loro volti doveva essere dolore per se stessi - per la propria mortalit. Non la sua.
Coraggiosamente, mi piazzai al centro della navata principale. Non me la sentivo di avvicinare i miei genitori ma sarei rimasta l e loro avrebbero dovuto passarmi accanto uscendo dalla chiesa.
E in quel momento vidi, o credetti di vedere, mio padre che guardava nella mia direzione. In occasioni del genere pap era quasi sempre sulle spine. Impaziente di allontanarsi da tutta quella gente che gli piagnucolava attorno. La vecchiaia e la malattia lo mettevano a disagio. La debolezza negli altri e in se stesso. La compassione che provava per te se eri malato si esauriva in fretta.
Non mi aveva vista, pensai. Non ancora.
Altre persone si frapposero tra noi. Le sorelle del nonno ancora in vita, un fratello pi giovane. Avanzavano con cautela come se il loro corpo fosse una fonte continua di dolori. Bastoni, deambulatori. Katie mi aveva detto che pap aveva organizzato il loro trasporto a South Niagara per il funerale. Probabilmente avrebbero pernottato a casa. Distratta e agitata, mamma doveva aver preparato i letti per tutti.
Aspettavo al centro della navata con la bocca secca. Le persone, uscendo, mi passavano accanto. Avevo un aspetto familiare ai loro occhi? Mi riconoscevano? Nessuno fece niente di pi che lanciarmi un'occhiata. Notai volti familiari - colleghi amici di mio padre. Vicini di casa, parenti. Il cuore mi batteva veloce nell'attesa che i miei genitori mi vedessero - mi affrontassero - e allora sarebbe stato troppo tardi per girare sui tacchi e andare via... E invece all'improvviso c'era mio fratello Rick che mi fissava. Mi aveva vista. Il suo viso esprimeva stupore. Aveva un aspetto pi maturo di quanto ricordassi, i lineamenti pi aspri. I capelli pettinati in modo diverso. E poi Katie si gir, e anche Katie mi vide. E anche Katie esprimeva stupore, e una sorta di mortificazione. Aspettai avidamente che mi sorridesse, che mi rivolgesse un cenno di saluto, ma Katie non sorrise, Katie non mi rivolse alcun saluto se non un gesto pressante, inequivocabile - Non ora! Non ora!
Per un attimo rimasi attonita, immobile. Ma Katie continuava a gesticolare, scuotendo la testa, aggrottando la fronte per l'allarme e l'esasperazione - Vattene! Vattene! Non  il momento giusto, non sei ben accetta.
Mi girai ciecamente. Ciecamente mi trascinai fuori dalla chiesa.
Che vigliacca! Fuggii.

Sgualdrinella.

 successo gradualmente. Le prime volte hai pensato a un caso.
Ti sfiora lungo le scale, bofonchiando una specie di Scusami!
Apre la porta e ti sorprende in bagno. Dopo che ti ha appena vista entrare...
In casa quando c' tua zia non ti degna di uno sguardo. A tavola fa quasi come se tu non esistessi mentre prima almeno era civile, cordiale. Adesso rigidamente formale, sul viso una smorfia contrariata. Abbassa la testa masticando rumorosamente il suo cibo.
E poi, quando tua zia non  nelle vicinanze, ti fissa spudoratamente. Lingua che si protende sul labbro inferiore. Sorriso scintillante.
Sgualdrinella. Pensi che non ti conosca!
Rugosa faccia paonazza. Naso tumido solcato da capillari rotti.
Gradualmente, dopo Sandman. Dopo l'arresto, i titoli sui giornali locali.
Gradualmente nel corso dell'ultimo anno tuo zio (acquisito) Oscar Allyn ha cominciato a trascorrere fuori casa le serate del fine settimana. A tornare tardi dal lavoro. A mancare ai pasti senza avvertire per tempo tua zia.
Zia Irma  acutamente consapevole di questo cambiamento. Perplessa, addolorata. Sono sposati da una vita! Ventisei anni. Le  difficile credere che il mite, responsabile marito che riteneva di conoscere cos bene stia diventando una persona diversa.
Sulle scale, nel corridoio di sopra quando lo incroci, respira rumorosamente fregandosene se senti, passandoti una mano sulla schiena - solo un contatto! Base della schiena - contatto fantasma. Quell'espressione sul volto (avvampato). La fulmineit negli occhi del colore del grasso di rognone, come mosche che si posino su qualcosa di marcio e delizioso.
Nella tua stanza, sul tuo letto, quando torni da scuola, stupore/turbamento nel trovare una rivista con una tettona bionda nuda in copertina - Kandy Occhi di Fuoco.
(Butti via la rivista immediatamente. Non la apri per scoprire che cosa Oscar ha evidenziato per te.)
I tuoi libri di scuola, i libri della biblioteca, Oscar sembra averli sfogliati, sottolineando a matita rossa parole isolate e apparentemente casuali, secondo un codice indecifrabile. Persino il libro di matematica.
Hai cominciato ad avere paura di lui. Di tuo zio (acquisito) che  stato, per anni, cos taciturno, educato, magari freddino con te ma tutto sommato cordiale.
Quello sguardo di desiderio malato. E sotto, il risentimento, la rabbia.
Le labbra flosce. Il sorriso umidiccio. Sorriso di carne cruda.
Lascia che la camicia si apra - svelando la pancia grassoccia, arrotondata, irsuta. Peli arruffati sul petto, capezzoli rosa.
Capezzoli di maschio! Avresti voluto scoppiare a ridere.
Spinge la porta del bagno che sei convinta di aver chiuso a chiave (avr manomesso la serratura?) - disperatamente cerchi di coprirti con un asciugamano - Vattene! Lasciami in pace! Ti odio.
Rosso in viso lo zio acquisito bofonchia le sue fiacche scuse: Pardon! Subito indietreggia immaginando che stavolta  andato troppo oltre.
Come sei andata troppo oltre tu, superando un punto di non ritorno. Gridando forte Ti odio anzich ritrarti in silenzio.
E adesso, indietro non si torna.
Pensi che dev'essere colpa tua. Sei tu, non Oscar Allyn.
Colpa tua se il marito di tua zia  cambiato da cos a cos. Nell'ultimo anno. Adesso che ne hai diciassette e sei cresciuta - non pi una bambina. Quei mesi da quando Arnold Sandman era finito sui giornali e la gente non parlava d'altro, reagendo con orrore, disgusto.
Quella ragazzina! Come ha potuto...
Non testimoniare contro di lui, cosa pu voler dire...
Non ti avrebbero perdonato il rifiuto di testimoniare. Il rifiuto di ricordare. Ma io non volevo ricordare.
La repulsione era entrata in te come un parassita in cerca di cavit calde e mollicce nelle quali radicarsi, proliferare. Cos come Mr. Sandman era filtrato in te a tua insaputa e questo non sapere aveva permesso al suo spirito di invaderti completamente.
E poi un giorno. Irma ti avvicina timidamente. Nervosa, la bocca tirata, ti chiede se Oscar ti ha mai toccata - qualche volta.
Un dolore immenso per tua zia rivolgerti una simile domanda. Mortificante.
La voce di Irma trema, ha preso la tua mano (fredda, inerte) tra le sue mentre tu mutamente fai cenno di no con la testa.
No? Non ti ha toccata? O... minacciato di toccarti?
Anche tu sei a disagio. Infastidita dalle domande.  come essere interrogata da Ms. Herne, e dalla psicologa, e dalle poliziotte, tutte che ripetono di avere a cuore solo i tuoi interessi e invece useranno qualsiasi testimonianza che potranno raccogliere da te contro di te.
No. Non dirai alla tua tremante zia che suo marito Oscar ha preso l'abitudine non di toccarti ma di toccarsi davanti a te. All'inizio anche questo ti  parso accidentale, involontario, una specie di vigorosa grattata alle parti basse, niente di prolungato o (apparentemente) voluto. Come se nulla fosse ma poi, gradualmente, con inequivocabile crudezza quando non hai altra scelta che passargli vicino. E i suoni compiaciuti emessi dalla bocca dell'uomo: Sgualdrinella! Vio-let.
Come se Sandman ti avesse consegnata a lui. Eppure, tuo zio aveva espresso grande choc e grande disgusto per il caso di Arnold Sandman, nel suo modo laconico si era indignato. Zia Irma si torceva le mani, zia Irma mormorava Povera figlia, povera ragazza mentre zio Oscar bofonchiava Pervertito! Bisognerebbe sbatterlo in galera e buttare la chiave.
Non dirai a Irma che qualche giorno fa Oscar era fuori dalla tua stanza, di mattina presto, prima che tu uscissi per andare a scuola, prima che lui uscisse per andare al lavoro. La cintura slacciata, i pantaloni aperti. Tale  stata la sorpresa che i tuoi occhi sono scivolati in basso scioccati, sbigottiti, incapaci di guardare altrove. Perch Mr. Sandman non lo avevi mai visto in alcun grado di nudit, nemmeno con la camicia parzialmente sbottonata. Nemmeno con i capelli lisci e flosci e bagnati che gli ricadevano sulla fronte. Mai una volta.
E poi - lo choc nel sentire che ridevi. Una risata di gusto.
Oh cos' quel cosino? Dev'essere uno scherzo.
Tuo zio ha cessato all'istante gli osceni movimenti che stava facendo con la mano, toccandosi. Si  sottratto ai tuoi occhi irridenti, mortificato.
 successo in un battibaleno. Non te lo saresti mai aspettato: il brivido del potere. Scoprire che l'uomo poteva essere attaccato nel suo tallone d'Achille, la virilit.
Capisci: il potere che l'uomo ha su di te  quello di intimidirti, di farti vergognare. Il potere che invece hai tu su di lui  il potere della risata.
Perch  ridicolo sul serio. Il pene dell'uomo, le cosce flaccide dell'uomo di mezza et, la carne tozza tra le sue cosce brandita come una specie di arma ma floscia adesso, moscia e sconfitta. Risibile.
Succeder un'altra volta. Una volta ancora. Tuo zio (ubriaco?) nudo e a gambe divaricate sulla porta del bagno, dove non puoi evitare di vederlo mentre si mena il pene, la faccia avvampata che sembra una maschera, le labbra ritratte - l'istinto ti dice di rinculare, arretrare, invece lo sbeffeggi come l'altra volta, osando fare un passo avanti come se ti preparassi a dargli un calcio all'inguine.
Di nuovo, Oscar batte in ritirata. La tua risata si alza, il grido di un uccello feroce. Il tuo scherno dell'uomo  spietato, gioioso mentre gli dici dietro Stronzo! Palla di lardo! Ti odio! Ti odio ti odio ti odio!
 incredibile, l'improvvisa animosit tra te e l'uomo adulto con il quale condividi una casa da anni. Il brivido che ti d. Come strappare un sipario che nascondeva qualcosa di sensazionale. Un tempo, tu e tuo zio acquisito eravate in buoni rapporti - pi o meno. Timidi l'uno con l'altra. Imbarazzati. Niente di sessuale nella sua considerazione di te - niente di niente. Quasi, a volte, una specie di goffa tenerezza - nulla di pi. Nella tua indifferenza adolescenziale quasi non facevi caso a lui, era da zia Irma che dovevi difenderti perch era zia Irma che voleva a tutti i costi che la amassi, che il suo amore per te non fosse il vano anelito di una stupida donna senza figli.
Oh Lula... ci sto provando. Io ce la metto tutta...
Violet era cos anche con te? Certe volte non mi guarda nemmeno in faccia... E Oscar, ci sta provando anche lui.
Sconcertante ricordarlo, nei tuoi primi tempi a casa degli Allyn tu e tuo zio spesso aiutavate zia Irma in cucina, sparecchiando la tavola dopo la cena, caricando la lavastoviglie. Lasciando a Oscar, l'uomo di casa, il compito di regolare le manopole e avviare il programma opportuno.
Oscar non ti fissava laidamente allora. Tu non avevi paura di lui allora. Non ci avresti creduto se ti avessero detto che un giorno il (sempliciotto) (noiosissimo) uomo che tua zia aveva sposato sarebbe stato degno del tuo odio.
Non vorresti pensare Ma sono io. La causa.
Quando tua zia ricompare Oscar  uscito. Stupita, Irma chiede dove cavolo  andato, appena prima di cena.
Tu le dici che non lo sai. Non ne ho idea.
Ma ha detto a che ora sarebbe tornato?
No. Non ha detto niente.
Man mano che il giubilo svanisce, che il tuo sangue pulsa meno ferocemente, cominci a sentirti in colpa. Sgualdrinella.
Da quella volta Oscar ti evita. In maniera palese. Ma Oscar evita anche la sua preoccupata moglie.
Ha smesso di andare in chiesa con Irma. La domenica mattina Irma prende la macchina e va a messa da sola.
Situazione di pericolo: da sola in casa con tuo zio. Non appena te ne rendi conto, anche tu esci. Cammini a passo svelto, puoi camminare per chilometri. Ti metti a correre, euforica. Ricordando la corsa a perdifiato per arrivare in tempo al funerale di tuo nonno. E quanto fosse stato inutile lo sforzo.
Non sei ben accetta. Vattene!
Chiss se  di nuovo arrivato il momento di andartene. Chiss se zia Irma ti chieder di lasciare la casa. O se  tuo dovere restarle accanto, visto che lei ti ama.
Tra tutto il mondo,  Irma quella che ti ama. Eppure, sai che non ha la minima idea di chi tu sia e se ce l'avesse si ritrarrebbe inorridita.
Oscar ha preso l'abitudine di tornare a casa tardi dopo il lavoro. Persino di sabato sparisce per ore. Irma  incapace di affrontarlo. Irma  allibita, confusa. Ti fa pensare a una mucca stordita con una mazzuola, trascinata al macello. Il cervello  annichilito, le gambe cedevoli. Irma si tiene in piedi solo grazie a un preciso sforzo di volont.
La senti parlare al telefono con parenti, amiche. Hai comunque l'impressione che non parli con tua madre. Una balbettante voce di donna ferita. Una voce che suscita compassione, pena. Ma anche insofferenza.
 colpa tua, stai pensando. Sgualdrinella.
Con la tua povera zia che ce l'aveva messa tutta per amarti. Tu!
In giro per ore e quando finalmente Oscar rincasa dopo le undici i suoi passi pesanti e incerti lungo le scale ti ricordano i passi di tuo padre che sentivi da bambina, distesa a letto con gli occhi spalancati.
L'espressione affranta sul viso di tua zia ti ricorda l'espressione affranta sul viso di tua madre, che non evocavi da tanto tempo.
Per un istante ti viene da pensare che l'uomo potrebbe farti del male se volesse. Molto male.
Quando ha bevuto ed  rinforzato dall'alcol. Non capita spesso che restiate a casa da soli ma a volte succede, malgrado la tua vigilanza.
Nella tua stanza con la porta chiusa a chiave saresti protetta (pensi) ma la porta non ha la serratura. Bloccarla con una sedia  semplicemente troppo patetico, stai pensando. (O forse no?)
La porta del bagno ha la serratura ma  una serratura ballerina, poco affidabile.
I suoi passi, la sua presenza dietro la porta. Non riesci a concentrarti sul calcolo infinitesimale. C' qualcosa di pi assurdo del calcolo infinitesimale? Cifre su un foglio bianco, che la mano dell'uomo potrebbe accartocciare.
L'eventualit che si vendichi dei tuoi sbeffeggiamenti ti fa venire i sudori.  l'offesa imperdonabile - ridere dell'uomo, della virilit dell'uomo, non pu sopportarlo.
Se vuole aprir la porta. Se davanti alla porta ci fosse una sedia Oscar potrebbe (verosimilmente) farla volare via. Anche se  ingrassato e imbolsito Oscar Allyn  forte, lo hai visto sollevare oggetti pesanti per Irma, una panca di pietra in giardino che Irma gli aveva chiesto di spostare, sacchi di fertilizzante, sacchi di sale per il vialetto in inverno.
Oscar pesa quaranta chili pi di te, minimo. Ultimamente beve, sta radunando le forze. La disperazione, la mortificazione. Perch con la tua stridula risata lo hai ferito nella dignit di maschio. Se Oscar vuole piomber su di te e stavolta ti far strillare in un altro modo. La tua risata di scherno che l'uomo non  stato abbastanza sensibile da riconoscere come la risata dell'isteria verr messa definitivamente a tacere. Ti far male tra le gambe in tutti i modi che gli saranno possibili, pizzicandoti, con dita rozze, unghia affilate. O magari con qualcosa che avr afferrato, la tua spazzola per i capelli. Il manico di plastica della spazzola, spinto dentro di te.
Sgualdrinella.  questo che ti piace.
Oppure, se l'uomo dovesse in effetti avere un'erezione. Se l'uomo riuscisse a sostenere un'erezione. Sar questo il suo trionfo, per annichilirti completamente.
Qualsiasi forma prender, questa vendetta, tu non la registrerai appieno, non vivrai per ricordarla. Nel suo giubilo lui spegner la tua giovane vita, un cuscino agguantato dal tuo stesso letto mentre ti dimeni disperata, la bocca urlante premuta contro il cuscino, implorante e supplice, muta.
Tutto questo  la prerogativa del maschio. L'avevi scoperto guardando dalla porta i tuoi fratelli che giocavano ai videogame. Uccidi! Uccidi! Uccidi il nemico! Di certo l'avevi scoperto quando Lionel ti aveva spinta gi dai gradini ghiacciati con la preghiera che ti spaccassi la testa.
Al di l della porta l'uomo ascolta il suono del tuo accelerato, spaventato respiro. Avidamente l'uomo ascolta il silenzio della tua paura che  una specie di riverenza, un riconoscimento del suo potere.
Ti soffocher, o ti strangoler? Entrer a forza tra le tue gambe, ti stuprer o si limiter a tirarti e strizzarti la carne con le dita, in una furia di impotenza, e a gettarti infine sul letto cigolante, lasciandoti la tua misera vita come se non valesse nemmeno la pena togliertela...?
Ipnotizzata dal terrore non respiri da un po'. In una delle fantasie che ti confortano da quando sei venuta a vivere in esilio sei una morbida creatura marina senza scheletro protetta dentro un guscio e (magari)  un guscio meravigliosamente striato quello che si camuffa tra le alghe circostanti per sfuggire agli occhi dei predatori e impedire alla creatura che vi  racchiusa di sentire qualsiasi cosa del mondo esterno, concentrata invece sul battito del proprio cuore, sullo scorrere del proprio sangue... Per questa fantasia ti basta chiudere gli occhi a scuola, in un'aula. E quando sei da sola.
Ma  inevitabile, adesso non sei sola.
Ingabbiata nella tua stanza (al piano di sopra). Nella casa con la persona che vuole a tutti i costi sconfiggerti, sporcarti, e una volta sporcata dovrai essere uccisa perch non pu rischiare che tu racconti di lui;  la mossa fatale della vittima, il raccontare.
Anche se forse sta pensando Dell'altro non ha raccontato. Del pervertito.
Resti immobile. Non preghi ma ordini a te stessa di restare immobile, a malapena osi respirare, forse l'uomo torner in s, come si dice; si acquieter, ci penser due volte, si allontaner dalla porta senza afferrare la maniglia e spalancarla.
Invece dopo diversi minuti di silenzio teso come un filo tirato all'inverosimile decider di proseguire dando giusto un colpetto sulla porta, con il piatto della mano, un gesto che potrebbe essere interpretato come scherzoso, finto-paterno - Ehil, Vi'let. Sono io.
Ma alla fine Irma lo scopre. Malgrado gli stratagemmi del marito e la determinazione della nipote a non dire, lo scopre. Ovviamente  scossa, sgomenta.
Il suo matrimonio! Il suo prezioso matrimonio!
Suo marito Oscar Allyn del quale era stata cos orgogliosa, del fatto stesso che fosse suo marito. Del fatto di aver trovato, a quasi trent'anni, un marito. Perch Irma aveva passato la giovinezza nell'attonito terrore di restare indietro - mai fidanzata, mai sposata. La pi bruttina delle sorelle, eppure non la pi intelligente. La brava ragazza - nata per restare vergine per tutta la sua (lunga) vita. Il suo sarebbe stato il destino di tante femmine nate in famiglie irlandesi numerose, ziette, zitelle che il resto della famiglia d per scontate, tratta con sufficienza, compatisce.
Non pu sopportarlo alla sua et, cinquant'anni passati. Di perdere il marito. L'uomo.
E tuttavia, la vergogna per il comportamento dell'uomo con la figlia di sua sorella, sotto il suo stesso tetto - la ragazza che lei sperava di proteggere e adorare! Implora conforto e consiglio alla Vergine Maria: Che cosa devo fare?
Forse Irma ne parla col prete durante la confessione. Tu non sai chi potrebbe essere costui, perch non sei mai andata a confessarti nella chiesa di Irma.
Non  chiaro che cosa faccia precipitare la crisi. Forse la mite zia Irma, la donna timorosa di alzare la voce, che si imbarazza di fronte a una battuta scurrile alla tv, osa affrontare il marito (ubriaco) una delle sere in cui lui rincasa tardi.
E forse il marito si rifiuta di risponderle, oppure in uno scatto nega furiosamente di aver toccato, minacciato la nipote, facendole cos capire - ovviamente - che  colpevole.
Ovviamente Irma l'ha scoperto. Lenta a capire ma  inevitabile. Le frizioni tra il marito e la ragazza, i silenzi tesi a tavola, gli sguardi ostili. Il viso avvampato e gli occhi torvi del marito, il broncio della ragazza. Diamine, il marito e la ragazza non si parlano! Alla fine Irma capisce.
E c' anche il maldestro umorismo di Oscar. I tentativi di umorismo. Guardando Irma, tenendo lo sguardo fisso su Irma pur essendo (quasi, lei lo percepisce) acutamente consapevole del terzo incomodo seduto a tavola, della ragazza. L'abbozzo sgraziato di un sorriso. Senza guardare la ragazza, seduta alla stessa tavola con loro. L'espressione malata, cadente del viso, le guance flaccide.
Era diventato ossessionato non dalla ragazza, sua nipote per un caso della vita, ma dalle possibilit carpitele da un altro: il famigerato pervertito Sandman.
La bellezza del marciume, della fosforescenza. Un sudiciume indicibile, al di l della comprensione. Certi veleni che all'inizio la lingua percepisce come dolci - irresistibili.
Nessuno sapeva di preciso che cosa Sandman avesse fatto alla ragazza. Molto veniva ipotizzato ma nulla si sapeva per certo. Non lo sapeva nemmeno la ragazza. Non era forse questo l'aspetto pi delizioso della situazione, che nemmeno la ragazza lo sapesse?
Eppure era un fatto assodato nella comunit, come un battesimo.
E cos un giorno Irma affronta la ragazza: Violet! Devo dirti una cosa. Per favore non scappare di sopra.

Addio, Violet!

Non avevo avuto la possibilit di dire addio alla mia famiglia.
Non avevo avuto la possibilit di dire addio a Geraldine Pyne, che avevo amato come una sorella.
N ai professori di prima media. In particolare a Ms. Micaela, che era stata cos buona con me.
E nessuno di costoro aveva detto le parole che mi sarebbe piaciuto ascoltare e che avrebbero potuto scaldarmi il cuore quando mi svegliavo di soprassalto in piena notte senza sapere dove fossi: Addio, Violet!
Mia madre che era corsa fuori dalla casa protetta per aspettare Miriam in macchina. Senza girarsi a rivolgermi un'occhiata, senza un mormorio di rimpianto, di rimorso.
Mio padre che si era rifiutato di venire a trovarmi nella casa protetta per paura (me lo avrebbe detto Miriam) di incollerirsi a tal punto con me, di dare in tali escandescenze da rischiare l'arresto seduta stante.
Perci, ero grata perch zia Irma mi avrebbe detto Addio, Violet!
Perch zia Irma mi avrebbe abbracciata e avrebbe pianto su di me - Ti voglio bene, Violet.
Addio!
Mia zia aveva preso la sua difficile decisione: avrebbe chiesto a suo marito Oscar di andarsene di casa.
Mi stup quando mi disse di aver parlato con un avvocato. Non per spiegargli come mai volesse chiedere al marito di andarsene, il motivo preciso, ma solo perch aveva bisogno di conoscere le leggi sul separarsi - sullo stabilire residenze legali separate.
Separazione? Da Oscar? Divorzio?
Divorzio no. Irma non aveva quell'intenzione. La Chiesa per permette la separazione legale.
Quella sera, a qualsiasi ora fosse tornato, glielo avrebbe detto. Doveva andarsene di casa.
Perch? lui lo sapeva.
Sicuro. Lo sapeva gi.
Sebbene Oscar fosse cointestatario della casa. Sebbene Oscar mantenesse la famiglia. Sebbene dal punto di vista economico Irma e Violet, moglie e figlia (non ufficialmente) adottata, dipendessero da Oscar.
Meglio cos comunque, disse Irma coraggiosamente.
Vibrando di attesa, apprensione. Se l'avessi toccata avrei preso la scossa.
Sebbene continuasse a evitare il mio sguardo. Perch non aveva intenzione di rivelarmi i suoi sospetti. Perch me l'aveva gi chiesto, settimane prima, pi di una volta aveva cercato di cavarmi di bocca che cosa stava succedendo nella casa improvvisamente attraversata dalla tensione, che cosa Oscar avesse detto, o fatto, o accennato di fare, o minacciato di fare - aveva provato a interrogarmi, nel suo modo discreto, e io avevo ribadito che era tutto a posto.
Sarebbe andata a preparargli la valigia, immediatamente. Due valigie.
Aveva gi chiamato un hotel in centro, prenotato una camera - Oscar Allyn.
Perch deve andarsene stasera stessa. Non poteva tollerare il pensiero di dormire una notte di pi sotto lo stesso tetto con il marito.
Era elettrica, le sue mani non smettevano un momento di muoversi e agitarsi. Mai l'avrei ritenuta capace di una tale risolutezza. Pensando, con ammirazione, Lula non sarebbe altrettanto forte.
Invece dovetti dirle no. Non ero d'accordo.
Le dissi che sarei stata io ad andarmene, non mio zio. Perch questa era anche casa sua. Doveva restare nella sua casa.
La mia risposta la lasci di stucco. Qualsiasi cosa si aspettasse da me, non era questa.
S, me ne sarei andata. Meglio io che zio Oscar.
Glielo spiegai con calma. Come se fosse una decisione alla quale ero giunta indipendentemente da lei.
Io e Irma parlammo per tutto il resto del pomeriggio. Schiettamente, liberamente come non avevamo mai parlato.
La settimana dopo avrei compiuto diciotto anni. Una vita intera aveva preceduto quel compleanno. Non ero piccola e avrei senz'altro potuto vivere da sola. Per qualche tempo avrei vissuto a Port Oriskany, sarei passata spesso a trovarla.
All'inizio Irma cerc di mantenere la posizione. Si era preparata le parole da dire a Oscar. Niente di pi e niente di meno. Solo quello che Oscar aveva bisogno di sapere. (Non che nessuno l'avesse accusato di qualcosa. Come qualsiasi uomo colpevole Oscar molto probabilmente non avrebbe chiesto niente.) Aveva riflettuto tutto quel tempo sulla fatidica decisione, gi solo chiamare un avvocato le aveva richiesto un coraggio enorme. Fare il suo piano d'azione come avrebbe potuto fare il letto - metodicamente, perfettamente, lisciando ogni minima grinza.
Una volta fatto, non voleva disfarlo.
Poi per per gradi, Irma si ammorbid. Era arrivato il momento che me ne andassi di casa - dalla sua casa. Non era successo niente tra me e zio Oscar - davvero.
Presto sarei partita per il college. Avevo una borsa di studio per la St. Lawrence University, a cinquecento chilometri di distanza.
Mi ero organizzata per lavorare durante l'estate. Volevo mantenermi da me. Lei e zio Oscar mi avevano mantenuta per anni. Adesso era il momento di andare per la mia strada.
Gli occhi di Irma scintillavano di lacrime. Capii che aveva capitolato.
Oh, Violet! Sei ancora cos piccola...
Mamma si manteneva da sola facendo le pulizie quando aveva la mia et, e gi da prima. Ma lo saprai, immagino.
Irma mi fiss interrogativa. Si manteneva facendo le pulizie? Lula?
No?
Quando sarebbe stato?
Quando aveva sedici anni...
Sedici anni! Non credo proprio, Violet.
Ma... la mamma mi ha detto che...
 assurdo! Nessuna di noi ha fatto... la donna delle pulizie, la domestica. Non eravamo cos poveri.
Ma...
Irma scuoteva la testa, aggrottando la fronte come se trovasse sgradevole l'argomento.
In ogni caso la decisione sembrava presa: io me ne sarei andata e Oscar sarebbe rimasto.
Era la cosa migliore, e giusta: gli Allyn sarebbero rimasti insieme.
Solo che mentre mi preparavo per la partenza provai un'improvvisa ondata di emozione per l'ordinata casa di mattoni beige di Erie Street, a Port Oriskany. La nostalgia per ci a cui stavo rinunciando. E per mia zia Irma che mi abbracciava forte, bagnandomi con le sue lacrime.
Addio, Violet! Ti voglio bene, tesoro. Mi mancherai tanto. Ma hai ragione,  il momento che tu vada per la tua strada.

3. La cicatrice.

Stai fissando la cicatrice che ho sulla fronte. Ti vedo.
Non  chiaro se  davvero una cicatrice, una voglia, una specie di bizzarro tatuaggio.
Ovviamente tu non chiedi. Almeno finch non ci conosceremo meglio e persino allora potresti essere timido, potresti esitare, immaginandomi una persona umorale, intuendo che potrei mordere.
Puoi toccarla se vuoi, la cicatrice.  morbida sotto i polpastrelli come qualcosa di completamente diverso dalla pelle umana. Una pelle non nata, ti verrebbe da pensare.
Morbidissima, affascinante. Appena un po' disgustosa.
Ecco, lascia che ti prenda la mano! Lo so che sei curioso.
Mi d i brividi quando mi tocchi la cicatrice.  molto erotico.
Spesso senza nemmeno accorgermi di quello che sto facendo tocco la cicatrice io stessa. Le mie dita trovano immancabilmente la strada fino all'ultramorbido tessuto a forma di stella esplosa sotto l'attaccatura dei capelli, solo per toccare, sfregare. Confermare.
S.  reale. Tutto quello che mi  successo  reale.
Una sensazione come se mi attraversasse una fiamma. Il seno, l'inguine. Il respiro si fa veloce, il volto avvampa.
Tutto, tutto  reale.
Come  successo, vuoi sapere.
Una cicatrice visibile  la strada per la cicatrice segreta tra le cosce femminili, con la loro terribile capacit muscolare di stringere.
Eccola, la cicatrice segreta che brami, lo vedo nei tuoi occhi.
Il luogo pi segreto. Umido-infuocato, la profonda pulsazione vibrante.
Quando un uomo vede una cicatrice cos seducente, il suo primo pensiero  Lascia che la assapori con la lingua. Lascia che la renda ancora pi profonda. Lascia che la faccia sanguinare di nuovo.
Torna a tuo vantaggio lasciargli credere Solo io so come.

La tana.

Lei non aveva mai supplicato, credo di no. Come si fa a volte dicendo Mi aiuti? Eddai.
Arricciando le labbra per un bacio.
Perci ti veniva quasi da pensare che fosse un gioco, a cui potevate giocare solo tu e mamma. Al diavolo gli altri, la sua risata ti faceva capire che mamma non era dispiaciuta.
(S, be', a volte Miriam e Katie la aiutavano in giardino, e a volte i tuoi fratelli, ma perlopi nei tuoi ricordi ci siete mamma e te.)
Stendevi qualche foglio di giornale per terra in modo da poterti inginocchiare, come faceva lei. Strappavi le erbacce, sfrondavi. Riempivi un secchio da svuotare ai margini della propriet. Compost. Dove sotto poche dita di foglie secche e terriccio un giorno i tuoi fratelli avrebbero seppellito la mazza da baseball che avevano usato per ammazzare Hadrian Johnson, senza prendersi il tempo di pulirla perfettamente.
Tanto che alla fine ti facevano male le braccia, la vista si offuscava nell'intensit della luce, minuscoli soli e lune che danzavano ovunque guardassi.
Cos presa dalla casa e dai figli, Lula non riusciva a dedicarsi al giardino con la dovuta costanza. Speranzosa all'inizio dell'estate, piantava i suoi semi in file metodiche, metteva a dimora piantine comprate al vivaio, ma nell'arco di qualche settimana le erbacce avevano gi soffocato tutto, perch lei non aveva mai tempo per tenere il terreno dissodato, irrigato. Erbacce, lumache, coleotteri giapponesi. Ogni maledetta estate della sua vita la stessa cosa.
Piangeva. Imprecava. Sette figli! ... e il marito.
In seguito, sarebbe venuto a vivere da loro anche il nonno. Sempre a brontolare, a guardarle le gambe in pantaloncini corti che avrebbero dovuto essere calzoni da lavoro, il vecchiaccio usava un linguaggio sboccato ed era un tale bastardo che quasi ti scappava da ridere.
Lei aveva sempre riso, perlopi. Finch non aveva smesso.
Capitava che la mattina presto mamma avvistasse in giardino una marmotta, un grosso animale peloso, sorprendentemente veloce sulle zampe, quando cercava di mettersi in salvo mentre lei lo inseguiva agitando le braccia e gridando Vattene via! Mannaggia a te!
Grida di dolore, rabbia, incredulit quando scopriva che cosa la marmotta si era divorata quella mattina.
La bambina era dispiaciuta nel vedere la madre cos turbata. Mamma in giardino esterrefatta di fronte al danno, le guance solcate di lacrime. Devastati gambi di zinnie dai colori felici e sgargianti - ora ridotte a una manciata di petali sparsi sul terreno. Devastate piante di pomodoro, sulle quali avevano appena cominciato a prendere forma pomodori verdi rotondi e duri come biglie. Alcune piante talmente devastate e malconce che non si capiva nemmeno pi cosa fossero.
Mamma che pronunciava parole che non avrebbe mai (o s?) potuto dire sul serio-
Non riesco ad avere niente! Una cosa che sia una! Ogni maledetta cosa che vorrei mi viene tolta.
La bambina sapeva di doversene stare in disparte, in quei momenti. Evitare il saettante occhio torvo della mamma pronto a piombare su di lei.
E tu! Tutti voi! Mannaggia a voi...
Davvero, la bambina non avrebbe ricordato questi sfoghi. Le rabbiose lacrime scintillanti sul viso di mamma lei non le avrebbe ricordate. Negli anni dell'esilio avrebbe intravisto il proprio rabbioso viso scintillante in specchi inaspettati, talvolta alla presenza di estranei che non la conoscevano e non l'avrebbero mai conosciuta, nemmeno di nome.
Gli occhi fissi in una specie di esaltazione. E tu! Tutti voi! Mannaggia a voi.
Ok, ma'. Lascia fare a me.
Jerr aveva riso, come se fosse una specie di battuta. Era entusiasta all'idea di ammazzare la marmotta, si vedeva.
Fino ad allora avevamo cercato di scacciare l'animale con le grida. La bambina e la madre. E a volte Katie. E a volte Miriam. Battendo le mani, rincorrendolo. Con goffa veemenza mamma aveva inseguito il terrorizzato animale brandendo un rastrello, sferrando colpi violenti. Gemendo ogni volta che il rastrello si abbatteva con forza sul terreno e tuttavia la marmotta riusciva a sfuggirle, senza alcuna difficolt.
Correndo pesantemente ma veloce. Sparendo in una tana ai margini della propriet.
Jerr aveva questo piano grandioso, sentito da chiss chi: annegare il predatore da giardino nella sua stessa tana. Certo avrebbe preferito ridurre quella cazzo di marmotta a brandelli con un fucile a pallettoni ma lui un fucile a pallettoni non ce l'aveva, non aveva nemmeno una carabina, sebbene pap tenesse una carabina in casa da qualche parte, scarica e fuori dalla portata dei ragazzi. Invece Jerr prese il tubo da giardino pi lungo e lo colleg a un rubinetto sul retro della casa, trascin la bocca del tubo fino alla tana (che la bambina gli aveva indicato con il dito) e apr l'acqua a tutta portata mentre mamma guardava da breve distanza.
Mentre a disagio noi guardavamo. Io e Katie. Ci sarebbe spiaciuto vedere l'animale annegato ma volevamo che mamma non piangesse e fosse contenta.
Accovacciato sull'imbocco della tana, Jerr ci sbirciava dentro intanto che l'acqua scorreva. Indossava un cappellino da baseball lurido, con la visiera rivolta all'indietro. Indossava una maglietta nera lercia, pantaloncini corti. Non aveva pi di tredici o quattordici anni ma somigliava gi a nostro padre. Nel viso affilato del ragazzo la dura, brutale bellezza maschile del padre. Indifferenza, noncuranza per il dolore altrui.
L'acqua continuava a sgorgare dal tubo nella tana, rumorosamente. Avrebbe avuto l'effetto o di annegare la marmotta o di sputarla fuori permettendo a Jerr di ucciderla con un colpo di vanga - questo era il piano. Ma dopo qualche minuto di trepidazione l'acqua cominci a riaffiorare dal cunicolo, come vomito. E niente marmotta.
Oh porca. Porca zozza.  l dentro - l'ho vista...
Mamma si sciolse in lacrime. Indignata, sconfitta.
Ma in una diversa occasione, un'altra mattina, Jerr ci riprov: tubo, tana, acqua corrente. E di nuovo niente marmotta.
(Non lo sapevano n il fratello n la madre, ma la piccola Violet aveva - coraggiosamente - indicato a Jerr la tana sbagliata.
Erano parecchie le tane nel cortile dietro la casa, e si confondevano facilmente. Jerr non sapeva distinguerle una dall'altra cos come, evidentemente, non le distingueva la mamma.)
Come era morto mio fratello? Ucciso da una guardia carceraria.
Fu sostenuto che un gruppo di detenuti di Marcy avesse inscenato una sommossa e tentato di prendere prigionieri alcuni secondini. Ma erano stati sopraffatti. Abbattuti.
Trent'anni all'epoca. Anzi, quasi trentuno.
Strano pensare che avesse quell'et - era solo un ragazzo l'ultima volta che l'avevo visto.
Per cosa era dentro? Omicidio preterintenzionale.
Intrattengo gli uomini conosciuti nei bar con le storie della mia famiglia. Della mia vita perduta. Facile incantare un uomo se  leggermente pi grande di te. Non racconto mai che due dei miei fratelli erano stati incarcerati per l'omicidio di un ragazzo di colore delle superiori. Non dico mai il mio cognome. Se dico un cognome non  Kerrigan ma Allyn. Ma solitamente non dico il cognome a nessuno di loro e solitamente nessuno di loro me lo chiede.

Buon San Valentino.

Ogni anno a febbraio mando un biglietto di buon San Valentino alla famiglia di Hadrian Johnson che continua a vivere al 29 di Howard Street, a South Niagara. Credo sia un gesto rituale. La somma di denaro acclusa non  mai granch.
Non sono una persona spregevole, vero? Questa  la dimostrazione.
Non lo sa nessuno. Non c' nessuno nella mia vita, che possa saperlo. Neanche i Johnson sanno chi spedisce il biglietto visto che  firmato soltanto Un'amica.
Al biglietto per i Johnson accludo tutte le banconote di piccolo taglio che sono riuscita a mettere da parte in un cassetto nei dodici mesi precedenti, accuratamente ripiegate.
Possono essere trenta dollari. Possono essere sessantacinque. Quest'anno novantadue. Non vedo l'ora che arrivi la volta in cui potranno essere un migliaio di dollari. Cinquemila!
Ma non sar tanto presto, credo.
 la madre di Hadrian Johnson, Ethel, che compare nell'elenco telefonico di South Niagara come residente al 29 di Howard Street. Probabilmente con Mrs. Johnson vivono altri componenti della famiglia, magari le sorelle citate nel necrologio, magari uno o pi dei fratelli. Potrebbe essere un nonno. Nonni. Ovviamente non ho modo di saperlo. Il necrologio non parlava di un padre.
 Ethel Johnson che immagino, mentre preparo il biglietto. La madre di Hadrian che avevo visto in tv. Chi poteva voler fare del male a Hadrian, che era cos buono con tutti? Hadrian, che voleva bene a cos tante persone...
Chiudo gli occhi e vedo il volto di Ethel Johnson straziato dal dolore. Vedo il giovane volto di Hadrian Johnson.
Mi  pi difficile evocare le facce dei miei fratelli Jerome Jr. e Lionel che evocare questi volti, di persone che non ho mai conosciuto. Pi difficile evocare il mio, che si  offuscato nel ricordo.
 un gesto inutile, spedire denaro alla famiglia Johnson?  sciocco, vano, illusorio? Disperato?
In tutti questi anni da quando ho lasciato casa ho sempre portato con me il necrologio uscito sul South Niagara Union Journal. Non ho bisogno di rileggerlo perch lo conosco a memoria. (Compreso l'errore di battitura del nome di Hadrian.) Ho memorizzato anche il volto del giovane Hadrian Johnson, diciassette anni nella foto.
Il ritaglio  ingiallito, si  strappato. Nonostante lo conservi accuratamente ripiegato in una busta.
Non ho altri ritagli di giornale. Niente che mi ricordi quel periodo!
In tutte le case dove ho vissuto, la busta (bianca, semplice) contenente il necrologio, insieme alle banconote di piccolo taglio che accumulo nel corso di dodici mesi per mandarle a Ethel Johnson,  sempre stata conservata in un posto segreto, non voglio che la scopra nessuno.
Come tutti i miei segreti,  improbabile che venga mai rivelato.
I biglietti di buon San Valentino che spedisco ai Johnson sono fatti da me: cartoncino colorato, setosi cuori rossi ritagliati. La scritta a pennarello argento BUON SAN VALENTINO! Un'amica. Si potrebbe pensare che a preparare il biglietto (fuori misura), evidentemente opera di un dilettante, sia stata una persona giovane, magari una bambina. Si potrebbe pensare Ma perch? Chi sar? E perch i soldi?
Confusi dal timbro postale che non  di South Niagara.
Probabilmente i Johnson ipotizzano (sempre che ipotizzino qualcosa) che il biglietto sia stato spedito da una persona di loro conoscenza. Una persona che viveva nel quartiere ma che ormai si  trasferita altrove.
Una compagna di scuola di Hadrian. Che magari era innamorata di Hadrian ma non gliel'aveva mai detto.
Una ragazza nera, di sicuro. Non bianca.
La prima volta che spedii un biglietto di buon San Valentino ai Johnson cercai di aggiungervi un messaggio di spiegazione. Non volevo sembrare sgarbata o misteriosa spedendo a degli sconosciuti un biglietto firmato Un'amica.
Avevo conosciuto Hadrian a scuola. Lo penso e mi manca tuttora. Sono davvero dispiaciuta per quello che gli  successo e spero che...
Lo buttai. Ne provai un altro.
Non ero nella stessa classe di Hadrian ma lo vedevo giocare a basket e...
No. Non frequentavo la stessa scuola di Hadrian Johnson, non lo avevo visto giocare a basket. Che io sapessi, non lo avevo proprio mai visto.
Non lo conoscevo di persona ma chiunque lo conoscesse nutriva per Hadrian una grandissima ammirazione. Ho pregato per lei e la sua famiglia. Spero che per voi sia in qualche modo stata fatta giustizia...
No. Niente pregato. Niente giustizia.
Alla fine rinunciai. Perch non ci sono parole.
E quale consolazione poteva essere per i Johnson che in qualche modo fosse stata fatta giustizia? Quattro ragazzi (bianchi) condannati per omicidio preterintenzionale, mandati in galera. Anche se Jerome Jr. e Lionel fossero stati condannati all'ergastolo, o a morte, questo non avrebbe certo riportato indietro Hadrian Johnson...
Immaginai che i Johnson non trovassero alcuna gioia nel sapere che gli assassini del figlio erano stati mandati in galera. Nel sapere che il maggiore dei Kerrigan, colui che (si presumeva) aveva brandito la mazza da baseball, era stato ucciso in galera; o che i genitori degli assassini erano profondamente infelici, la loro vita irrevocabilmente cambiata.
I Johnson sono cristiani, ne sono certa. A meno che la morte di Hadrian non abbia minato la loro fede in Dio.
S avevo pregato per Hadrian Johnson e la sua famiglia e anche per la mia. Per i miei fratelli. All'et di dodici anni, quando in realt non credevo pi nella preghiera n nella possibilit che Dio ascolti le preghiere n in Dio stesso (quasi mai), convinta che Dio sia soltanto l'ennesimo trucco degli adulti per farti comportare come gli altri vogliono che ti comporti.
Se si sta chiedendo chi sono e perch le scrivo, sono la sorella dei fratelli Kerrigan, Jerome Jr. e Lionel. Sono quella che ha raccontato alla polizia della mazza da baseball. Sono l'informatrice, il topo.
Ma non potrei mai scrivere queste parole. Non ho alcuna possibilit di parlare con la mia voce.
Poich sulla busta contente il biglietto di buon San Valentino non c' l'indirizzo del mittente, Ethel Johnson non mi risponder mai, per ringraziarmi. Ammesso che abbia l'intenzione di ringraziarmi.
In questo modo non potr mai sentirmi offesa o ferita.
Magari Ethel Johnson mi restituirebbe il denaro se avesse il mio indirizzo. Percependo che  stato spedito da una persona (bianca) con la coscienza sporca. Grazie ma non ne abbiamo bisogno. La prego di non scriverci pi.
Subito dopo aver imbucato il biglietto per la famiglia Johnson l'aria intorno a me diventa pi chiara.
 l'11 febbraio. Fa un freddo pungente qui a Watertown, sul fiume Saint Lawrence nei pressi del confine canadese, con un vento che porta le temperature sotto lo zero.
Non dovrebbero essere necessari pi di due giorni perch il biglietto venga recapitato in Howard Street, a South Niagara. In tempo per il giorno di San Valentino.
Come al solito sono stata attenta ad affrancare la busta, che  di grande formato ed evidentemente piena di banconote, non con uno, non con due ma con ben tre francobolli di prima classe.
Come mi sento ariosa! Quasi che nel cielo grigio si fosse aperto uno sportello.
Mi fa sentire leggera, effervescente. La sensazione di pesantezza si scarica dal corpo.
 in questi momenti che mi sento pi viva. Sono ottimista. Vedo fin troppo nitidamente.
Noto cose che altrimenti si perderebbero nel vortice della distrazione - magnifici graffiti arancio fluorescente scarabocchiati come geroglifici sul muro di un palazzo, uccelli dalla testa nera appollaiati su un filo della luce con le piume gonfie che li fanno sembrare grandi il doppio. A picco sul fiume spumose nuvole orizzontali del tipo chiamato cirrocumulo. Il rumore del vento tra gli alberi - mormorante.
Volti di sconosciuti sorprendenti e bellissimi.
Occhi di sconosciuti sorprendenti e bellissimi.
Gli altri giorni sono attutiti e indistinti e scorrono come sott'acqua. Devo trascinarmi attraverso il loro susseguirsi. Costringermi a respirare.
Mantenermi in vita  l'obiettivo. Oggi sento che  possibile.

Mantenermi in vita.

Ricevere soldi da un uomo. Non c' mai esattamente una prima volta.
Perch all'inizio potrebbe essere (semplicemente) una mancia. Poi, lui che paga da bere. Paga da mangiare. Paga dei biglietti. Paga la benzina, o il parcheggio. Preme qualche banconota nella tua (non riluttante) mano.
Pi avanti ti fa un regalo.  un passaggio formale. Un salto di qualit, una dichiarazione. Ti scruta in volto mentre scarti la frusciante confezione dorata che un commesso ha preparato per lui e immagina il piacere che ti sta dando, che si trasforma in piacere nelle sue vene, un flusso impetuoso di fuoco liquido.
Oh grazie...
Non  solo gratitudine quella che l'uomo vuole ma l'indiscutibile dimostrazione che sei sorpresa, sbalordita, fremente come se avesse infilato le sue dita dentro di te.
... grazie non... non me l'aspettavo.
Come durante il sesso, quando si solleva sui gomiti per osservare il tuo volto. Vigile e invidioso col bisogno di sapere cosa stai provando, cosa ti sta succedendo, cosa sta facendo succedere in te che sia eccitante per lui, entusiasmante per lui, perch  lui che lo sta provocando, il maschio che penetra la femmina, la femmina impalata sul maschio, inerme nella subordinazione al veemente e ossessivo vigore del maschio, cancellata, annichilita.
... ti amo ti amo ti amo.
Ma anche, il cliente che mi ha pagata per il mio lavoro. Tramite l'agenzia, ero per al suo servizio.
Ecco, tesoro. Per te.
E - Tieni il resto, tesoro.
E - Sorridi, tesoro! Ecco, brava.
Ero una studentessa universitaria. Potevo accettare solo lavori part-time. Di solito al minimo salariale, o pagati anche meno.
Con una preferenza per i lavori (non qualificati) che prevedono mance. Cameriera, cassiera, commessa.
Erano lavori normali per una giovane donna. Lavori inevitabili. Non da serva ma s, servili. A volte indossi una divisa colorata con un marchio stampato sul seno destro. A volte la divisa ti dona, a volte non proprio.
A volte indossi una magliettina corta, una minigonna di un tessuto sbrilluccicante che s e no ti copre il sedere. Le gambe inguainate in calze scure. Oppure, gambe scoperte tenute meticolosamente depilate, un baluginio pallido nella luce soffusa del ristorante/bar come pesci che nuotano lenti.
La mano (maschile) che si posa alla base della schiena. Oppure, una serie di leggere pacche da nonnino alla base della schiena.
Le mance dipendono dalla generosit dei clienti. In certa misura, dal loro rimanere sobri.
Comunque  vero che nel caso di clienti maschi, se riesci ad alleggerire il loro cuore con un sorriso o risvegliare i loro genitali,  possibile che arrivi una ricompensa.
Questo  per te, tesoro. Ma graaaazie!
Quello che perdi in dignit lo guadagni in mance.
Oppure, quello che guadagni in mance lo perdi in dignit.
Dopo qualche tempo ti viene suggerito che fare le pulizie rende di pi che fare la cameriera. E interagisci molto meno col cliente.
 una diversa categoria di lavoro femminile. Pi duro fisicamente ma non quello che si dice non qualificato. Se ti iscrivi a un'agenzia affidabile e sai lavorare veloce ma in maniera efficiente, non guadagni affatto male.
Deglutisci forte, riflettendo. Sembra esserci, nel fare le pulizie, una specie di sicurezza, l'idea di casa. I clienti li conosci in anticipo, non come gli avventori casuali di un ristorante o di un bar. I clienti, ti piace credere, avranno la garanzia di essere fidati.
MAID BRIGADE AGENCY, attiva in tutta la contea di Catamount. I loro cartelloni pubblicitari con le donne delle pulizie disegnate a fumetti sono cos carini!
In quanto studentessa part-time frequenti le lezioni di sera. Ora che la borsa di studio (della quale eri molto orgogliosa: speravi che i tuoi genitori la rimarcassero) ti  stata revocata, da quando ti sei trasferita in un'altra universit.
(E perch hai lasciato la St. Lawrence University? mica per sabotare la tua carriera universitaria, vero?)
(Vedevi troppe facce familiari alla St. Lawrence. Sfuggivi ai loro sorrisi, ai loro sguardi sorpresi. All'improvviso un giorno ti sei scoperta non pi in grado di restare nel-posto-dove-sei e col disperato bisogno di andartene, di spostarti, di ricominciare, nel-posto-dove-non-ti-conoscono.)
In questo modo hai perso interi pezzi di tempo. Semestri iniziati, bruscamente interrotti. Mesi in cui non te la sentivi di riscriverti in qualsiasi altra universit. Lavori al minimo salariale, oppure nessun lavoro.
Adesso per, un'altra universit: Catamount Falls. Un'altra chance.
La speranza come un palloncino alla deriva nel cielo.
Un campus urbano delimitato a nord da pini maestosi, a sud dal frastuono dell'autostrada. Dove ti sei (provvisoriamente) sentita a casa. Dove hai scoperto la particolare malinconia del crepuscolo in un campus come questo, quando gli studenti a tempo pieno se ne vanno e cominciano ad arrivare quelli della sera. Quando si accendono le luci a incandescenza.
Eccoci qua! Ci siamo anche noi.
Hai rinunciato alla possibilit di essere una studentessa a tempo pieno. Probabilmente te la meriti, questa condizione di inferiorit, pi vicina a quella di un detenuto in attesa della scarcerazione sulla parola.
L'orario dell'universit ti lascia la mattina e gran parte del pomeriggio dei giorni feriali liberi per il lavoro (manuale). Ti iscrivi all'agenzia dando disponibilit per tutti i giorni, nella speranza che il lavoro ti arrivi almeno una o due volte la settimana.
Siccome sei nuova, senza esperienza di pulizie domestiche, ed emani un'aria di mesta disperazione che un coraggioso e stoico sorriso non basta a camuffare, l'agenzia ti pagher in nero, in contanti e non tramite assegno, come  invece pagata la maggior parte del personale. In questo modo l'agenzia non  obbligata a dedurre le tasse dalla tua paga n a versarti l'indennit se ti ammali o subisci un infortunio.
 vero, la Maid Brigade ha fama di sfruttare le proprie lavoratrici. Ma non cos spudoratamente come altre agenzie di pulizie della zona.
Sei ottimista, incauta. Sei pi forte di come sembri, una ragazza che non si lamenta mai, adatta per le fatiche delle pulizie domestiche che pagano di pi degli altri lavori di merda che hai fatto e che non impongono di sorridere finch non ti fa male la faccia.
Pensi Se mamma lo scoprisse, che cosa penserebbe?
Pensi Capir perch lo sto facendo, o si vergogner e mi odier ancora di pi?

In nero.

Il cliente era un dottore - vale a dire che il suo nome era preceduto da Dr.
Il cliente era danaroso, chiaramente. Divorziato, viveva da solo in un altissimo condominio con vista sul Saint Lawrence. Fama di uno da mance sostanziose ma di carattere fumantino ed esigente, non interagire con lui o te ne pentirai.
La maggior parte dei clienti dell'agenzia erano donne. Mogli di mariti facoltosi che vivevano in grandi ville. Nemmeno con loro interagivi se potevi evitarlo. Se eri accorta. Spesso queste clienti non lasciavano mance. Pagavano (con assegno) tramite l'agenzia che poi passava alla lavoratrice una piccola gratifica.
Solo che io ero nuova. Part-time. Niente full-time. Niente benefit. Niente assegno settimanale. In nero.
D'accordo, non c'era neanche bisogno di dirlo. Ma Ava Schultz della Maid Brigade te lo disse lo stesso, franca, schietta, senza giri di parole, esattamente questo le persone amavano di Ava, con i capelli biondo platino, piercing a sopracciglia e narice e le braccia robuste di una donna che ha fatto anche lei le pulizie per tanti anni.
Niente casini col cliente, intesi? Tipo rubare una cianfrusaglia pensando che non se ne accorger. Perch se ne accorger.
E niente casini col cliente. Punto.
Si chiamava Orlando Metti. Dovevamo chiamarlo Dr. Metti.
Lavoravo da appena due settimane e stavo ancora imparando. Ancora indecisa se avevo davvero voglia di pulire le case degli altri. Se avevo tutto questo bisogno di denaro. Se ero disposta a piegarmi, a inginocchiarmi. A sfregare via lo sporco, il sudiciume, la merda degli altri. A elemosinare mance. Quel pomeriggio ero stata accoppiata a una guatemalteca di mezza et di nome Felicia che faceva le pulizie in casa del cliente ormai da qualche anno. Quando arrivammo all'appartamento di Metti al diciassettesimo piano di uno sfavillante condominio con vista sul Saint Lawrence Felicia mi sussurr: Adesso ci togliamo le scarpe, per favore. Prima di entrare.
Toglierci le scarpe! Non ero stata avvertita. Per fortuna indossavo un paio di calzettoni di lana grigi da trekking senza buchi evidenti, che mi avrebbero tenuto i piedi ragionevolmente al caldo durante le ore di lavoro.
 un perfezionista. Non fare pulizie affrettate, altrimenti si lamenter con l'agenzia. Il letto specialmente - stai molto attenta a rifare il letto. Cucina, bagno, lavandini, vasca e doccia - assicurati che risplendano. Altrimenti si rifiuter di pagare la tariffa piena. Chieder che non ti mandino pi.
Eppure con noi Orlando Metti fu sorprendentemente cortese. Quel pomeriggio. Perch avevamo lavorato sodo. Perch avevamo dedicato un bel po' di tempo a rimuovere, con vari gradi di successo, macchie di pip di cane, e peggio, lasciate sui tappeti sparsi per le otto stanze dell'appartamento dal bulldog francese di sua figlia, ospite temporaneo in casa mentre la figlia era all'universit.
Detersivo e acqua, candeggina. Urine Off! in flacone spray.
Il cliente fu davvero cortese, manc poco che ci chiedesse scusa.
Garant che quello sputo di cane non sarebbe rimasto nell'appartamento molto a lungo, fosse stato per lui.
Metti non era presente mentre facevamo le pulizie ma era tornato in tempo per ispezionare il lavoro, come Felicia mi aveva anticipato. Trattenni il respiro quando controll l'interno del frigorifero, uno dei tediosi compiti che Felicia aveva assegnato a me.
Trattenni il respiro quando il cliente (elegantemente vestito) pass il dito dietro il microonde, un punto del piano di lavoro che un'altra avrebbe potuto trascurare di pulire dato che occhio non vede cuore non duole.
Alcuni oggetti di poco conto richiesero un ricontrollo e una ripassata, ma solo uno di essi era stato di mia competenza, tutti gli altri di Felicia.
Il Dr. Metti tuttavia non sembr gravemente infastidito da quelle piccole pecche, limitandosi a segnalarle con una smorfia a met tra un sorriso e un ghigno sarcastico come a dire Vi ho beccate, ragazze!
Poi, con la solenne magnanimit del patriarca, anche se quasi senza guardarci, dichiar Ottimo lavoro, ragazze! e prima che ce ne andassimo ci premette in mano qualche banconota.
Venti dollari. Era una mancia generosa? A me pareva di s. Perch inclusa nella paga settimanale ci sarebbe stata un'altra, ulteriore gratifica da parte dell'agenzia.
Mentre ci dirigevamo verso il piano terra nell'ovattato ascensore vetrato, una fluida discesa verticale che mi fece girare la testa per la sua stessa soavit, per il silenzio della discesa, un lusso che in qualche modo non meritavamo ma stavamo ricevendo, un extra, come una mancia ulteriore (io e Felicia appartenevamo infatti alla pi bruta forza lavoro proletaria, nelle pulizie domestiche c'era meno romanticismo persino rispetto al lavoro da cameriera), Felicia ripieg accuratamente i suoi venti dollari e li infil nella borsetta. Aveva il viso stanco, tirato, scontroso. Le sottili sopracciglia disegnate a matita erano aggrottate. Le labbra arricciate e strette. Fino ad allora era stata amichevole con me. Paziente nel darmi istruzioni, consigli. Adesso invece, quando cercai di parlarle, Felicia si incup, fece spallucce e mi diede le spalle.
Era una donna procace, con un'aria di fascino sbiadito, s e no un metro e mezzo di statura. La sovrastavo goffamente in altezza e questo rendeva in qualche modo pi sconcertante il suo broncio.
In seguito avrei scoperto da un'altra ragazza dell'agenzia che a infastidire Felicia era stato il fatto che il cliente mi avesse dato la stessa mancia che aveva dato a lei. Malgrado fossi semplicemente la sua assistente e molto pi giovane, e Felicia lavorasse per quel cliente da anni.
Forse c' stato qualcosa tra loro. Non si sa per certo.
Felicia non lo direbbe mai. Ma forse...  stato questo.
Il gioved successivo Ava mi indic di presentarmi da Metti alle tredici in punto. Avrei fatto le pulizie da sola.
E Felicia? chiesi presa dal panico.
Il cliente ha insistito, vuole una donna soltanto. Pagher la tariffa piena come se foste in due. Ha detto Solo la ragazza la prossima volta. L'altra no.
Per favore era un'espressione che il cliente pronunciava spesso. Era un suono cos piacevole nella voce profondamente modulata di Metti che ci mettevi un po' a capire che ti aveva dato un ordine.
Hai qualche minuto in pi, per favore?
Oppure: Hai tempo per farmi una commissione? Per favore.
Ben presto divenne un'abitudine. Se il Dr. Metti tornava prima che io avessi finito mi chiedeva di fare qualcosa di extra tornando a casa, una commissione personale, un favore.
Potevo per favore?
Vedendo la mia titubanza (perch quella sera avevo lezione all'universit) aggiunse rapidamente che mi avrebbe pagato un extra. Ovviamente.
Direttamente a te - Vivian, giusto? Violet? Non all'agenzia. Contanti alla mano.
Una specie di brivido, la possibilit di contanti alla mano.
Vale a dire, dalla (calda) mano di Metti alla mia.
Pur esausta da diverse ore di pulizie gli sorrisi. Facendo in modo che le spalle non si incurvassero e sperando di non apparire in disordine come mi sentivo.
Un sorriso dovuto, immagino: nonostante gli avessi spiegato che di sera avevo lezione sembrava che da una settimana all'altra Metti se lo dimenticasse sempre. Come se la ragazza delle pulizie al suo servizio esistesse solo quando Metti era consapevole di lei mentre in ogni altra circostanza cessava di esistere.
Perch sapevo con quanta facilit avrebbe potuto farmi licenziare. Sarebbe bastata una telefonata all'agenzia e non lo avrei visto mai pi, cos come era destinata a non vederlo mai pi Felicia.
(Povera Felicia! Quando ci incrociavamo alla Maid Brigade mi fissava con disprezzo. Di fronte alla sua indignazione, all'intensit del dolore che le traboccava dagli occhi ero costretta a girarmi, piena di vergogna.)
Pochi clienti, a quanto pareva, erano altrettanto generosi del Dr. Metti nelle mance. Pochi erano attraenti quanto il Dr. Metti.
Cos risposi Ok, s. Qualsiasi compito aggiuntivo Metti volesse da me non mi sembrava chiss quale pesante incombenza.
Accettare era anzi una specie di piacere. Sorridere sorridere al fascinoso cliente (non sposato) che a malapena sembrava degnarmi di uno sguardo ma che lasciava mance pi generose di chiunque altro con cui avessi mai avuto a che fare.
Non avevo rinunciato alla mia dignit. Credevo sinceramente di no. Metti non mi aveva mai messo una mano addosso - non ci era nemmeno andato vicino.
Cos come un animale - per evitare una punizione, per assicurarsi nutrimento e approvazione - pu imparare a comportarsi in modo contrario alla propria natura, e in maniera convincente, io sorrisi a Orlando Metti. E sorrisi.
Risparmiando quello che potevo dei soldi guadagnati in nero sarei arrivata, dopo mesi di pulizie domestiche, a quasi mille dollari da spedire alla famiglia di Hadrian Johnson.
Non c'era nessuno nella mia vita, che potesse chiedermi Ma perch? Non lo riporter certo indietro, no?

Topo, in attesa.

Era un periodo in cui la mia attesa diventava pi esplicita.
Pi evidente, apprensiva: via via che per Lionel si avvicinava la scadenza della pena.
Perch, mi sembrava, stavo scontando anch'io la condanna di Lionel.
Da sette a tredici anni, e all'epoca della sentenza tutti si aspettavano naturalmente che Lionel avrebbe beneficiato del rilascio sulla parola. Buona condotta. Nessuna infrazione alle regole. Sostegno da parte del cappellano del carcere. Diploma equivalente a quello di scuola superiore.
E invece non succedeva. Gli anni passavano e niente rilascio sulla parola.
Il perch non era chiaro. Le decisioni prese al Mid-State Correctional Facility for Men di Marcy erano riservate. Nessuna spiegazione.
Io avevo smesso di scrivergli. Niente pi cartoline, concisi cordiali messaggi da sorella a fratello gettati in un abisso profondo quanto il Grand Canyon.
Prima di lasciare Port Oriskany Ms. Herne mi aveva consigliato di mantenere i contatti con la commissione per la libert vigilata di Marcy. Solo perch ti avvisino, Violet. Nel caso non venissi informata dalla tua famiglia.
Non avevo mai voluto chiedere a zia Irma se secondo i miei genitori era colpa mia che Lionel non avesse (ancora) ottenuto la scarcerazione.
(Indelicatamente, pur non volendo essere crudele, Irma stessa mi aveva rivelato che mi ritenevano responsabile della morte di mio fratello maggiore. Ovviamente il loro pensiero aveva una logica: Jerr non sarebbe finito in carcere, non sarebbe stato ucciso da un secondino in carcere se non ce lo avesse mandato la sorella-spiona.)
Jerr non aveva nemmeno maturato il diritto di chiedere la libert vigilata. A Marcy si era cacciato nei guai fin dall'inizio: individuato dalla Fratellanza Ariana come uno di loro e contento di essere finito in una struttura carceraria con cos tanti detenuti di colore. Lionel invece stava scontando la pena diversamente, in un diverso braccio del carcere dove le gang non erano altrettanto potenti. Tuttavia le sue richieste di libert vigilata erano state sempre rigettate e l'impressione era che Lionel avrebbe dato - avrebbe cio scontato il massimo della pena, tredici anni.
Io non c'entravo niente con le udienze per la libert vigilata. Chiss, forse i parenti erano convinti che c'entrassi e stavano mettendo in giro voci tendenziose. La commissione non mi aveva mai chiamata a esprimermi a favore o contro mio fratello n io lo avevo fatto di mia iniziativa.
Il terrore per quello che Lionel avrebbe potuto farmi una volta che fosse uscito dal carcere non era svanito n si era attenuato, continuava ad aleggiare tra le ombre ai margini del mio campo visivo tanto che non osavo girare la testa di scatto per paura di vederlo. Ciononostante, mai e poi mai avrei interferito nelle deliberazioni sulla libert vigilata.
Mai e poi mai avrei implorato la commissione - Non fate uscire Lionel Kerrigan! Verr a uccidermi.
D'altro canto la commissione per la libert vigilata del carcere di Marcy doveva senz'altro sapere che mio fratello mi aveva minacciata all'epoca del suo arresto. Che mi aveva aggredita. Doveva esserci nella sua scheda. Il fatto doveva essere citato nelle relazioni dei Servizi di tutela ai minori della contea di Niagara, nelle relazioni dell'assistente sociale Ms. Dolores Herne. Nulla poteva rimuovere o cancellare quei documenti. Risalenti al 1991, non potevano essere n modificati n cassati. Era senz'altro noto che i Servizi di tutela mi avevano allontanata dalla casa dei miei genitori, per proteggermi da mio fratello. All'epoca sospettato di omicidio.
Quando Lionel sar scarcerato io avr ventisei anni. Vale a dire molti pi di dodici, eppure la sensazione  che la mia vita si sia fermata a quei dodici anni. Non sar mai pi giovane, e pi vecchia, di cos.
Lionel avr trent'anni tondi. L'et di Jerr quando  stato ucciso.
Gli sembrer di essere giovane, a trent'anni? Non ho idea di che aspetto abbia adesso mio fratello perch posso immaginarlo soltanto com'era a sedici.
Non sono cos sicura che la direzione del carcere mi informer del rilascio di Lionel come invece avrebbe potuto informarmi la commissione per la libert vigilata. Il carcere non ha il mio indirizzo pi recente perch nel frattempo mi sono trasferita parecchie volte. Il numero di telefono che avevo lasciato non esiste pi.
Non voglio sapere. Meglio non sapere.
Correre il rischio...
Neanche Ms. Herne ha modo di raggiungermi, ammesso che si ricordi di me. Anzi, sono sicura che Ms. Herne non si ricorda di me. Sono sicura che tra i suoi faldoni la mia cartella  stata contrassegnata con il timbro CHIUSA. Non sono pi una bambina vulnerabile, ormai.
Magari Ms. Herne  gi andata in pensione. Faccia di Rapa. La incolpavo, di cosa precisamente non lo so. Di aver suscitato l'ira dei miei fratelli contro di me. Di non avermi mai lasciato incontrare la mia famiglia...
Ho perso i contatti con tante persone che avrebbero potuto aiutarmi. Se la mia vita da topo dovesse mai giungere al termine, guarder questi anni nello stesso modo in cui si guarda un sogno delirante il cui protagonista  perennemente inseguito, in preda all'angoscia.
Sconto la mia condanna fino in fondo. Niente rilascio sulla parola!

Vergine addolorata.

Forse mi vedr, presto. Si accorger di me.
 solo questo che voglio: che lui mi veda.
Volevo appagare l'uomo che non era facilmente appagato. Volevo non deludere l'uomo che era frequentemente deluso.
Perch pi di una volta mentre facevo le pulizie in casa sua avevo sentito Orlando Metti parlare sprezzantemente al telefono con una persona che all'altro capo doveva essere stata zittita, mortificata dalle parole dell'uomo precise e crudeli come una rapida sequenza di schiaffi a mano aperta.
Una donna, dovevo presumere. La ex moglie, o qualcun'altra. Frullanti ali di falena, spezzate.
Con me invece, Metti era gentile. Quanto mi inorgogliva questo!
Signorile, pacato. Esprimeva (perlopi) soddisfazione per il lavoro che avevo fatto. Mi premeva in mano la mancia.
Era motivo di profonda agitazione il pensiero che, stando cos vicino al mio raffinato cliente, il mio corpo potesse emanare cattivo odore dopo le ore passate a trascinare un aspirapolvere per tutto l'appartamento, a chinarmi per sfregare la vasca, le docce, i water, le mattonelle del pavimento. A pulire, smacchiare, lucidare i rubinetti fino a farli risplendere di maniacale e insensata intensit come mi era stato indicato.
La maglietta bianca leggera era talmente impregnata di sudore da lasciare intravedere il profilo scuro dei seni, dei capezzoli. Se uno avesse desiderato guardare.
La fronte era bagnata, viscida. La piccola cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli pulsava dal caldo.
Per timidezza/circospezione non guardavo Orlando Metti esattamente in faccia. Le occhiate desiderose che lanciavo verso l'uomo erano oblique, furtive. Era diventato quello il mio modo di registrare il mondo, attraverso fulminee occhiate in tralice nella speranza che il mondo si limitasse a restituirmi a sua volta nient'altro che una rapida sbirciatina.
Metti, a quanto pareva, mi trovava divertente. La piccola cicatrice a forma di stella lo incuriosiva (come incuriosiva molti uomini) ma (ovviamente) era troppo rispettoso per chiedere di una cosa cos personale.
Ti va un drink, Violet?
Una domanda talmente inaspettata che all'inizio pensai potesse essere uno scherzo. Una prova? Mi sentii balbettare un N-no.
In piedi immobile, con un sorriso ebete.
Alla Maid Brigade eravamo state avvertite riguardo a certi nostri clienti (maschi) ma nessuno aveva mai citato Orlando Metti come una minaccia.
Sicura? Uno sparkling, una vodka soda?
La maglietta bagnata aderiva alla pelle. Ciocche di capelli bagnati mi rigavano il collo, la cicatrice sulla fronte mi dava un prurito rovente. Decisa a non grattarmela con le unghie per non rischiare di infiammarla.
Direi di- no. Ma grazie, Dr. Metti.
La prossima volta allora? N-non saprei...
Metti rise come se la mia balbettante risposta avesse un intento spiritoso.
Adesso mi fissava la fronte pi apertamente - la cicatrice che mi sentivo cos livida, viva. Chiedendosi se davvero era una cicatrice, o una voglia. Un tatuaggio?
Vorresti leccarla? Baciarla? Succhiarla?
Ebbi una vertigine quando Orlando Metti mi sorrise.
Sai, Violet... potresti fare la doccia qui. Se ti va, intendiamoci. Prima di andartene.
Un'altra frase inaspettata alla quale non riuscivo a rispondere. Il mio viso pulsava caldo di sangue.
Metti rise di nuovo e non insistette: D'accordo, Violet. Non fare quella faccia preoccupata. Ci organizziamo per un'altra volta. Quello che vorrei che tu facessi adesso -
Lasciare degli abiti in un vicino lavasecco. Prendergli le medicine nella farmacia sotto casa. Oppure, portare il cane a fare una piccola passeggiata, oggi lui non aveva n il tempo n la pazienza per il maledetto cane di sua figlia.
Intendeva offendermi. Facendomi capire che sentiva l'odore del mio corpo.
Intendeva eccitarmi. Facendomi capire che sentiva l'odore del mio corpo.
Il giochino. Da quel giorno Metti cominci a lasciare soldi in giro per casa in modo che io li scoprissi. E piccoli articoli costosi - gemelli di giada, monete di paesi stranieri, statuette di cristallo o di pietra, cos piccoli che sarebbe stato semplicissimo farli scivolare in una tasca.
Banconote da uno e cinque dollari. Mezzi dollari, quartini, decini e nichelini in posti improbabili come i cassetti degli asciugamani, delle lenzuola.
Sei tentata, Violet? Forza, cara. Serviti pure.
Tanto ce ne sono altri e in abbondanza!
E quando ormai mi ero abituata a scoprire banconote di piccolo taglio, che lasciavo sempre dove le avevo trovate, fu la volta di un biglietto da venti dollari incastrato tra letto e comodino come se ci fosse finito per caso - e infine in un armadio, per terra in mezzo alle scarpe, un pezzo da cinquanta.
Cinquanta! Per me erano un mucchio di soldi.
Ovviamente non ero tentata. Non avrei mai rubato al Dr. Metti nemmeno con il suo tacito consenso. Ma il giochino mi elettrizzava.
Perch la natura di un gioco  l'incertezza. Come andr a finire?
E chi sar il vincitore?
Una caccia al tesoro, questo era. Tranne che nulla veniva spostato troppo lontano da dove era stato scoperto, cos che Metti non avesse motivo di credere che lo avessi portato via.
Le banconote le lasciavo in bella vista, su un tavolo. Ossia dove una donna delle pulizie lascerebbe normalmente qualcosa che ha trovato sul pavimento di una stanza.
Indumenti, con tasche, da mettere in lavatrice - spesso in quelle tasche c'erano monetine, addirittura banconote ripiegate. (Dato che capita a chiunque di dimenticare qualcosa nelle tasche, non riuscivo a capire se facevano parte del gioco o erano ritrovamenti accidentali.) Felicia mi aveva dato indicazioni precise: prima di mettere gli indumenti in lavatrice controlla tutte le tasche e quello che ci trovi dentro mettilo in un cestino nella stanza lavanderia dove il cliente non possa non vederlo.
Ma le banconote e gli altri oggetti sparsi per l'appartamento non c'erano quando a fare le pulizie eravamo io e Felicia insieme.
 una cosa nuova. Solo per me. Ma- no.
Ormai avevo lavorato anche per altri clienti dell'agenzia - tutte donne - senza che succedesse nulla di anomalo. Niente giochini. Nessuna di loro era nemmeno lontanamente simile a Orlando Metti.
Lavorare da sola nell'appartamento mi fece diventare apprensiva, ansiosa - aspettavo di sentire la chiave del cliente nella serratura. Aspettavo che tornasse.
Spegnevo ossessivamente l'aspirapolvere per sentire pi chiaramente se per caso fosse alla porta - ma niente. Non ancora.
Avevo scoperto questo: Metti aveva ottenuto il divorzio diciotto mesi prima. Nelle stanze dell'appartamento non c'erano ricordi visibili di un passato: nessuna foto di famiglia.
Nessuna immagine del matrimonio, della famiglia, di bambini. Nemmeno immagini di Metti da giovane. Alle pareti quadri, incorniciati, sotto vetro, stampe e litografie di artisti dei quali avevo vagamente sentito parlare, colori raffinatamente neutri, disegni astratti. Una serie di stampe di Modigliani in cornice, esili nudi evanescenti, giovani ragazze dai bellissimi volti-maschera, piccoli seni scolpiti. Tutto qui: niente di personale. Come se l'uomo avesse divorziato non solo da una moglie ma da un intero passato condiviso.
Rapita pensavo Cos si fa.
 questa l'unica via di salvezza.
Sradicare le erbacce. Strappare via le erbacce. Gettarle nel compost, dentro un secchio.
Del giardino di mia madre ricordavo la velocit con cui persino le erbacce pi robuste appassivano, cominciavano a morire.
Questa era la crudelt e la crudelt era sinonimo di sopravvivenza. Estirpare il passato come si estirpano le erbacce.
Metti non era un dottore che esercitava la professione medica, avevo scoperto. Faceva invece il manager presso un centro di ricerca, il Saint Lawrence Biomedical Institute. Quanto era ricco quest'uomo? Me lo chiedevo. Non sapevo esattamente che cosa potesse significare ricco.
Quarantatr anni. Almeno uno e ottantotto, uno e novanta. Mi sovrastava in altezza come io sovrastavo Felicia. O cos mi sembrava.
E c'era conforto in questo, nella statura dell'uomo. Cos come c'era conforto nel suo portamento risoluto, nella modulazione della voce, negli occhi scurissimi, nell'aria di compostezza e riserbo mentre un altro al posto suo, a cos stretto contatto con una giovane donna sola, avrebbe potuto emanare un'aria di aggressivit sessuale.
Indossava abiti magnifici. Interi armadi di vestiti. Camicie di raffinato lino o cotone, in tenui colori pastello, a righine. Pantaloni dalla piega scolpita. Giacconi sportivi di soffice flanella di lana, pesanti giacche di tweed. (C'erano parecchi completi negli armadi di Metti. Ma io Orlando Metti in completo non l'avrei mai visto.) Stupende scarpe di pelle, nere. Sempre lucidate alla perfezione.
Una o due volte mi aveva chiesto di lucidargli queste scarpe. Vedi se riesci a togliere quel segnaccio. Grazie! La stiratura delle camicie eleganti veniva effettuata al lavasecco e non affidata a una donna delle pulizie.
A volte mi chiedeva se potevo andare a ritirare queste camicie. Una commissione che non portava via pi di mezz'ora. In genere.
E a volte mi chiedeva se potevo fare un salto in farmacia a ritirare le sue solite medicine e, gi che c'ero, prendergli anche un altro paio di cose. Grazie infinite.
Cresceva in me una terribile rabbia nauseante nei confronti dell'individuo che viveva in questo lussuoso appartamento. Che possedeva vestiti cos eleganti, e che approfittava del desiderio di compiacerlo della propria domestica. Del bisogno di sopravvivenza della propria domestica.
Tua madre non avrebbe dovuto permettertelo. Questa voce non riuscivo a riconoscerla. Non era un'accusa, volevo credere.
Innamorarsi del datore di lavoro. Bisogna essere proprio ingenue, folli o sciocche. O disperate.
Le pulizie domestiche sono un lavoro ingrato. Le pulizie domestiche sono un lavoro solitario. Sei costretta a sgobbare a beneficio della casa di un altro. Sei costretta ad abitare lo spazio della vita di un altro. Sei costretta a vivere un'intimit innaturale e a senso unico.
Peli negli scarichi, macchie sui water e sulle lenzuola, odori indefinibili che ti danno i conati. Vestiti, mutande, calzini gettati incurantemente per terra, da raccogliere. Letti in disordine, asciugamani sudici. Una distesa di scarpe sul pavimento, nonostante siano costose scarpe di pelle - troppa intimit.
La sporcizia del suo rasoio di sicurezza. Le setole spezzate e ingiallite di vecchi spazzolini da denti, per chiss quale insondabile motivo conservati sotto un lavabo.
Piatti incrostati di cibo, a mollo in acqua grigiastra nel lavandino della cucina. Nella lavastoviglie altri piatti, bicchieri, posate incrostate di cibo che dovevo sgrossare con un coltello, sfregare con la paglietta, prima di avviare il programma di lavaggio.
C'erano bicchieri sporchi sparsi per tutte le stanze. In alcuni di essi, rimasugli di alcol dall'odore pungente. Tumbler da whisky, calici da vino. Boccali da birra. Di tanto in tanto, quei delicati bicchieri che avevo scoperto essere per lo champagne.
Felicia mi aveva istruita: avvia la lavatrice il prima possibile. Togli le lenzuola, raccogli gli asciugamani, porta le ceste con il bucato nella stanza lavanderia e avvia la macchina. Il tempo necessario per il bucato dovrebbe coincidere pi o meno con quello che ti serve a pulire l'appartamento, perch in genere dovrai fare pi di un carico e bisogna che gli indumenti siano sufficientemente asciutti prima che tu te ne vada. Infatti non devi mai, mai mettere via roba umida, perch il cliente se ne accorger e non sar per niente contento.
Lava, asciuga, dividi, ripiega, metti via. Ripeti.
Felicia mi aveva istruita: non lasciare mai una stanza prima di averla controllata da cima a fondo, in ogni angolo, soffitto, pavimento, dietro i mobili specie dietro i letti dove pu accumularsi lo sporco. Dopodich, controllala da capo.
Eppure il Dr. Metti non aveva apprezzato Felicia, non molto. Felicia immaginava di avere un buon rapporto con il cliente (single, maschio) che lasciava mance pi generose degli altri e invece lui l'aveva scaricata, la donna delle pulizie pi esperta, con una sbrigativa telefonata in agenzia.
Solo la ragazza. L'altra no.
Quando Ava mi aveva informata avevo provato una sensazione di panico. Poi per, soddisfazione. Perch ero stata preferita, ingiustamente.
Il punto : un giorno anch'io sarei stata nei panni di Felicia. E sarei stata sostituita da una giovane donna, magari non bellissima ma giovane, sul volto un'espressione di ingenua curiosit, meraviglia, possibilit sessuale.
Lo sai che voglio scoparti, cara. Vero, Violet?
Lo sapevo. Eppure, avrei voluto non saperlo.
Pensavo a mia madre che da ragazza aveva fatto le pulizie nelle case di Highgate Avenue, alle richieste che riceveva dai datori di lavoro. Da alcuni dei suoi datori di lavoro.
A quanto sapevo, la mia giovane madre aveva permesso a quegli sconosciuti di sfruttarla. Magari aveva tagliato le scabre unghie dei piedi del vecchio, massaggiato il corpo flaccido del vecchio. Di certo avrebbe detto s se lui le avesse chiesto di fare un lavoro extra senza che l'agenzia di pulizie sapesse niente. In nero.
Pensavo queste cose. Trascinando l'aspirapolvere da una stanza all'altra mentre in un'altra zona dell'appartamento il solitario piccolo bulldog francese abbaiava. Sono qua! Dammi da mangiare! Liberami! Amami!
Ogni gioved l'abbaiare desolato del cagnolino mi dilaniava il cuore. Eppure non potevo lasciare che Brindle scorrazzasse liberamente per casa mentre lavoravo, avrebbe combinato troppi pasticci. Metti stesso gli impediva di entrare in molte delle stanze perch Brindle aveva la dispettosa abitudine di lasciare ovunque qualche goccia di pip.
Il piccolo bulldog era responsabilit di altri, non mia. Cos volevo pensare.
Quando finalmente aprii la porta della spartana stanzetta senza tappeto nella quale veniva tenuto, Brindle mi guard sbattendo le palpebre dallo stupore come se per un magico momento si fosse convinto che non ero una sconosciuta ma la sua amata padroncina, che a quanto pareva l'aveva abbandonato; poi il frenetico abbaiare riprese. Ci rimasi male vedendo che Brindle non mi riconosceva dalla settimana precedente. O che non voleva perdonarmi per essere la persona sbagliata.
Ogni settimana dovevo conquistarmi la fiducia del cagnolino ripartendo da zero. Ogni settimana riconquistare il suo tremulo affetto, che ben poco si distingueva dal terrore.
Che strana, questa razza di cani! Un bulldog nano, grande a malapena quanto un gatto, con un muso corto e compresso, il naso grottescamente schiacciato, enormi occhi distanziati che sporgevano dalle orbite. Torace profondo, zampe corte, minuscolo. Il mantello era di un marrone mescolato al bianco. Eppure c'era qualcosa di elegante in quel cane, cos diverso dai bastardini dal pelo ispido della mia infanzia, che erano liberi di vagare per il vicinato e non venivano mai portati a fare la passeggiata al guinzaglio.
Brindle era uno spasso per come si prendeva sul serio. Ma non avendo consapevolezza delle proprie dimensioni, a volte quando cercava di correre inciampava e cadeva. Mi mostr i denti, drizz il pelo. Ansimando, ringhiando dal profondo della gola. Un ticchettio di unghie taglienti contro il parquet quando, slittando e sbandando di qua e di l, Brindle cerc lo slancio per scagliarsi verso le mie gambe. Questo esserino vuole forse attaccarmi? mi chiesi. Mordermi? Non ero forse stata io la settimana prima a portarlo a fare la passeggiata visto che il padrone non aveva tempo per lui?
Brindle, no. Sono tua amica.
Aveva rovesciato la ciotola dell'acqua. Si era divorato tutti i croccantini. Una pozza sul pavimento di mattonelle - urina. Mi affrettai ad asciugarla, passai il mocio e lavai il pavimento prima che Metti rincasasse e si imbufalisse.
Candeggina, Vim. Sgrassatore. Urine Off! Carta assorbente. Difendendomi dalle finte e dagli assalti di Brindle con le mani infilate nei guanti di gomma.
Felicia aveva sempre avuto paura dal piccolo bulldog, prendendolo per quello che Brindle pensava di essere. Si era sempre lamentata di dover pulire lo sporco che faceva ma (almeno mi sembrava) non era colpa sua se era un cane cos trascurato; Brindle non aveva altra scelta che sporcare dentro casa, e ovunque gli capitasse, quando finalmente veniva lasciato libero di scorrazzare per l'appartamento, abbaiando e facendo cadere le cose con la gioia della sfrenatezza. Felicia mi aveva spiegato che apparteneva alla ex moglie di Metti e alla loro figlia, ma che la figlia era al college in un altro stato e non aveva potuto portarselo con s; la ex moglie, che viveva da qualche parte non troppo lontano ma in un'altra citt, non era in grado o non era disposta a prendersi la responsabilit di quello sputo di cane.
Io non riuscivo a stabilire se questo bulldog dal torace profondo, con le sue zampette corte e il ridicolo muso schiacciato, era uno sgorbio o, a suo eccentrico modo, bellissimo. Mi sembrava triste che fosse cos solo e desideroso di compagnia. Vorace di cibo e di affetto. Gli diedi debitamente da mangiare e gli riempii la ciotola dell'acqua, che dalla settimana precedente era diventata lurida e necessitava di una bella lavata. Con un fazzolettino di carta provai a pulire il muco che gli si era raccolto intorno agli occhi ma Brindle si ritrasse con un guaito come se gli avessi fatto male. La stanzetta puzzava talmente di cane da farmi temere che il Dr. Metti si sarebbe disgustato e me ne avrebbe dato la colpa.
L'ultima volta, con riprovazione, aveva detto Bisogna cambiare l'aria qui dentro. Per favore.
Una volta precedente aveva detto Dal tappeto dell'ingresso non sono andate via tutte le macchie. Ripassalo. Per favore.
Chiss se dal gioved precedente qualcuno aveva rivolto a Brindle qualche parola di affetto. O se qualcuno gli aveva anche solo rivolto qualche parola.
Dopo aver mangiato e lappato freneticamente l'acqua, Brindle mi rivalut e decise che ero sua amica. La sua corta e tozza coda si agitava di qua e di l. Il posteriore fremeva. Il mio cuore era pervaso da una sorta di esasperato affetto per quello sputo di cane.
Lo sforzo tuttavia lo fece ansimare, boccheggiare. Sapevo che i bulldog nani vanno soggetti a malanni respiratori. Con l'et cominciano a soffrire di artrite e si espongono a problemi di salute di varia natura. Queste compatte creaturine sono allevate per essere sfoggiate, non per vivere a lungo. Non per loro stesse ma per solleticare la vanit del padrone.
Con le sue moine Brindle mi aveva indotta ad accarezzarlo, a parlargli, a dimenticare la porta aperta alle mie spalle; riusc cos a scavalcarmi con uno scatto, uscire in corridoio e, slittando sulle unghie, raggiungere il soggiorno dove temetti che eccitabile com'era avrebbe sporcato di pip, magari proprio il magnifico, morbido tappeto beige dell'Ecuador che avevo appena lavato con lo shampoo...
Oh, Brindle. Oh, no.
Mi chiesi se il piccolo bulldog francese fosse la punizione che l'ex Mrs. Metti e la figlia stavano infliggendo a Metti per averle espulse dalla sua vita.
Quando ebbi finito di pulire di nuovo il tappeto, mettere via gran parte del bucato e riporre l'aspirapolvere nello sgabuzzino, mi giunse il rumore di una chiave nella serratura - della porta che finalmente si apriva. Metti era tornato.
Fui attraversata da una scossa di trepidazione. Come Brindle, in un attimo ero vigile e consapevole dell'arrivo del padrone.
Brindle trotterell titubante verso Metti. Il posteriore fremeva. La coda si muoveva titubante. Era ansioso di accogliere il padrone e al tempo stesso timoroso di lui. Io non volevo pensare che a volte il padrone potesse metterlo in riga - che lo picchiasse o lo prendesse a calci.
Ah. Sei ancora qui, Violet... giusto? Violet.
Metti mi salut cortesemente. Vidi i suoi occhi vagare su di me con maggiore prontezza rispetto alle altre volte, quando a malapena era sembrato notarmi.
A fatica, salut anche il cagnolino. Rise dei numeri di Brindle. Col cavolo che dava a vedere, davanti a me, quanto il cane lo infastidisse. Come un genitore con un figlio sfigurato e molesto, della cui presenza vorrebbe liberarsi ma non quando ci sono altri che lo guardano.
Mi sentivo accaldata. Lo sguardo di Metti mi aveva messa a disagio. Un rombo nelle orecchie mi impediva di concentrarmi su quello che stava dicendo. Il succo era se avevo qualche minuto per fargli un favore, portare Brindle a fare una breve passeggiata - Ti pago, naturalmente.
Era gratificante sentire che Metti dipendeva ormai da me per quelle cose; tuttavia, mi agitava il fatto che, avendo dedicato gran parte del pomeriggio a pulire l'appartamento e a occuparmi del cagnolino, non avessi avuto il tempo di completare la lettura che ci era stata assegnata per la lezione della sera. Inoltre, durante le pulizie mi ero ricordata con un piccolo brivido di orrore che dovevo ancora preparare un commento di una pagina, con interlinea singola, sul brano assegnato, da consegnare proprio quella sera.
Ma dovetti rispondere di s. Non potevo dire di no all'uomo che mi sorrideva con tanto calore, e che aveva nascosto per me banconote e piccoli tesori nel suo appartamento, come per gioco; o per alludere a quello che avrei potuto ottenere, se avessi voluto.
Quando tornai dalla passeggiata con Brindle sotto la neve leggera che stava cadendo, Metti mi accolse sulla porta e mi prese il guinzaglio dalla mano. Mi ringrazi profusamente e mi chiese un'altra volta se gradivo un drink prima di andare; ma stavolta di no glielo dissi, perch davvero dovevo scappare. Sentivo il battito accelerato, i fiocchi di neve che si stavano sciogliendo tra i capelli. Non riuscii ad alzare gli occhi verso il volto di Metti perch proprio in quell'istante mi chiesi se gli sembrassi bella.
Ti faccio una proposta, Violet. Tu resti, beviamo qualcosa e poi ti accompagno a casa in macchina. O... all'universit. Hai lezione stasera? Dicevi cos, mi sembra.
Metti aveva il fiato grosso come se avesse appena corso. Non si avvicin. Eppure, avrei ricordato che aveva fatto un passo verso di me.
Gli dissi No grazie rapidamente. Improvvisamente ansiosa di fuggire.
Senza nemmeno rendermi conto, finch frastornata non uscii dall'ascensore al piano terra, che la banconota che Orlando Metti mi aveva premuto in mano sulla porta era un pezzo da cinquanta dollari.
Avevo preso in considerazione l'eventualit di informare l'agenzia che non volevo tornare a fare le pulizie dal Dr. Metti. E come mai? Il cliente ti ha forse molestata?
No. No!
Se non vieni a letto con me hai chiuso. Ti do un'altra settimana o due. Capito? Certo che hai capito, non sei mica stupida.
Jerr dice: Ok, ci penso io.
Si accovaccia accanto alla mia bici. Studia la catena inceppata aggrottando la fronte.
Stavo andando in bici lungo la strada quando qualcosa aveva bloccato le ruote ed ero caduta abbracciata alla bicicletta, tremando dal dolore mentre la gamba destra veniva trascinata sull'asfalto strappando i jeans in corrispondenza del ginocchio e un vivace fiotto di sangue inzuppava la stoffa.
Una Schwinn azzurra con gli pneumatici extralarge, un modello gi vecchio e non pi in commercio quando pap l'aveva portata a casa per me, il compenso ricevuto da un amico in cambio di un lavoro di carpenteria. Avevo dieci anni e non stavo nella pelle dalla gioia.
Ero caduta dalla bici in Black Rock Street a poca distanza dalla casa ma nessuno aveva sentito le mie grida e mi era toccato trascinarmi dentro zoppicante e insanguinata.
E adesso, Jerr mi sta riparando la bicicletta. Perch quando sogno i miei fratelli Jerr  vivo. Lui e Lionel sono ragazzi. Al tempo in cui volevano bene a Violet Rue, o almeno tolleravano Violet Rue, la sorella piccola che li adorava.
Prima che imparassi a temerli. Prima che loro imparassero a detestarmi.
Vergogna. La ex moglie che chiama Metti fin troppo spesso, lasciando in segreteria deliranti messaggi (da ubriaca?) che sono tentata di cancellare per la vergogna nei confronti di una donna cos degradata, cos abbandonata.
Mai! Io non lo farei mai.
Categoricamente mai supplicare.
Non io!
Tracce. In ognuno dei (tre) bagni, nei lavandini, sulle mattonelle del pavimento, negli scarichi delle docce trovavo spesso capelli chiaramente pi lunghi e di colore diverso rispetto a quelli di Orlando Metti, che li aveva scuri, striati di grigio.
In un cassetto del com della sua camera da letto, una camicia da notte di seta nera - da cui emanava un vago, fragrante odore di sudore.
S, mi ero premuta la camicia da notte contro il viso. S, i miei occhi si erano chiusi in un'estasi di rabbioso rapimento.
Sul ripiano di un bagno, un tubetto mezzo vuoto di rossetto bordeaux.
Su una mensola della doccia, una marca insolita di balsamo.
Su un comodino, un vasetto di quella che sembrava crema per il viso o crema idratante, una marca francese - Yves Rocher. Cos densa e burrosa che fui tentata di spalmarmene un po'.
Mi tolsi velocemente i guanti di gomma, mezzo appiccicati alle dita. Quei guanti mi davano sempre una sensazione di umidiccio, addirittura di bagnato, all'interno. Doveva esserci un buchetto nella gomma ma non ero mai riuscita a individuarlo. Detestavo indossarli e desideravo di non doverlo fare mai pi.
Era raro che mi fermassi a esaminare qualcosa nella casa di un cliente. Le case delle donne dove facevo le pulizie avevano ben poco di allettante - vestiti, gioielli, cosmetici, mariti. Beni.
Non ero invidiosa delle loro vite. Controllate da un marito, o piuttosto da un'idea di marito vecchia di anni, che ormai era sbiadita, sfumata.
Ricordando il volto atterrito di mia madre quando pap la fissava gelidamente, la insultava. Senti. Sei tu che sei rimasta incinta, non io. Sei tu che hai voluto i figli.
Certo, lui la amava. Quella era la voce dell'amore. A volte usata per ferire, a volte solo per suscitare una risata. Perch era scontato che altri uomini, i mariti di altre mogli, ridessero di gusto.
Nello specchio del bagno la mia faccia era la faccia pallida e ottimista di una ragazza. Non una faccia sgradevole, pensai.
La cicatrice sotto l'attaccatura dei capelli avrebbe potuto essere una voglia. O l'ingegnoso tatuaggio di una rosellina. Pi di una volta avevo visto Metti sbirciarla e il suo sguardo soffermarcisi. Una sensazione inebriante, immaginare l'uomo che ci premeva contro la bocca.
Inoltre, avevo cambiato il colore dei capelli rispetto al gioved precedente.
Metti mi aveva sempre vista con i capelli castani. Ammesso che li avesse notati. Adesso invece erano di un corvino lucente, con riflessi ruggine. Pi corti, con una frangetta che ricadeva fino alle sopracciglia.
Di tanto in tanto cambiavo il colore dei capelli. Pur sapendo di non essere pedinata da nessuno mi sembrava prudente prendere provvedimenti per impedire che qualcuno mi pedinasse.
E il rossetto bordeaux, che odorava di uva sfatta.
Quando ero da sola non ero poi cos timida. Una persona convinta di conoscermi sarebbe rimasta sbalordita nel vedere con quale spudoratezza mi spalmai la fragrante crema francese sul viso, sul collo, sulle mani.
Dicendo a me stessa che non l'avrebbe mai saputo nessuno. Chiunque fosse la proprietaria della crema, l'aveva abbandonata. Se fosse tornata, non avrebbe certo chiesto a Metti che fine avesse fatto la sua crema. Oppure se ne sarebbe scordata lei per prima. Oppure Metti non l'avrebbe pi invitata a casa.
Forse si stancava presto di loro. Questa era la prerogativa maschile.
Pi donne. Ne ero sicura, dalle tracce che scoprivo.
Trovavo elettrizzante che il mio datore di lavoro fosse crudele con le donne. Con le donne adulte.
L'et faceva anche di me una donna adulta - venticinque anni e sette mesi. Ma magra com'ero, stretta di fianchi, con il seno piccolo e la pancia piatta, da lontano potevo facilmente essere scambiata per un ragazzino, in jeans e maglietta.
Non diversamente dai nudi di Modigliani sulla parete del soggiorno. Cos mi era venuto da pensare.
Solo la ragazza. L'altra no.
Il mio corpo emanava davvero un cattivo odore. Perch avevo lavorato sodo. Volendo fare un buon lavoro per Orlando Metti, meritarmi la mancia generosa che mi offriva. Volendo appagare l'uomo, evitare l'espressione dispiaciuta, delusa sul suo volto.
Avrei dovuto fare la doccia? Gli avrebbe fatto piacere? Nel caso, dopo avrei pulito tutto.
L'idea era elettrizzante. Quasi mi mancava il respiro al solo pensiero. Non era stato lo stesso Dr. Metti a invitarmi a fare la doccia nel suo appartamento? Sorridendomi, gustandosi il mio imbarazzo. Stando attento a chiamarmi per nome - Violet. A dimostrazione che non aveva dimenticato come mi chiamavo.
Chiss di quante ragazze, donne l'uomo aveva dimenticato come si chiamavano. Scrollate via come un granello di polvere da una scintillante scarpa di pelle.
Rapidamente allora, prima che potessi cambiare idea, mi tolsi i vestiti - maglietta, camicia di flanella, jeans, mutandine. I calzettoni di lana grigi. Raro per me guardarmi allo specchio, non amavo che mi si ricordasse chi ero, ma in quel momento vidi che i miei piccoli seni sodi avevano capezzoli stranamente grossi e morbidi alla vista, di un marrone chiaro, come lentiggini. C'era un'ombra dalle parti della pancia, una specie di spaccatura. Una chiazza di peluria pubica. Il pallore della pelle evocava malattia o malnutrizione ma era solo il pallore invernale degli irlandesi, dei Kerrigan.
In un cassetto del bagno trovai una cuffia da doccia, notai con interesse che vi erano impigliati parecchi capelli biondi, che sfilai via. Una delle donne di Metti.
Quante, non riuscivo a indovinarlo. Forse due o tre. Forse di pi. Non mi era mai capitato di incrociare una donna a casa sua, appena arrivata o in procinto di andarsene. Eppure c'erano le tracce delle lenzuola sporche. Macchie di muco, macchie di rossetto. Sebbene togliessi le lenzuola in camera di Metti il pi rapidamente possibile, non volendo vedere niente, con gli occhi mezzi chiusi per risparmiarmi lo spettacolo, avevo la sensazione che s, il suo letto king size ospitava spesso una persona in pi, e a quanto potevo capire lo stesso Metti le cambiava durante la settimana, oppure le cambiava una delle sue donne, sostituendo quelle sporche con lenzuola pulite per un senso di delicatezza, di decoro.
Sotto l'elegante soffione cromato della doccia di Metti, mi insaponai lentamente il corpo e lasciai languidamente che l'acqua mi colasse calda lungo il busto, la pancia, le gambe. Gi prima di chiudere la doccia e di avvolgermi con un enorme morbido telo, cominciai a provare una sensazione di sonnolenza.
Mi tolsi la cuffia, ravviai i capelli neri lucenti. Ma c'era ancora del rossetto bordeaux sulla mia bocca, sbavato. L'acqua aveva lavato via la burrosa crema francese, e allora me ne spalmai dell'altra, sul viso avvampato dal calore della doccia.
Mi avviai a piedi nudi, avvolta nel telo, verso la stanza dove Metti teneva i liquori. Non mi aveva invitato lui stesso a fargli compagnia con un drink, pi di una volta? Ovviamente avevo sempre rifiutato. Adesso invece, mi avvicinai spudoratamente al mobile bar e mi versai un dito o due di whisky in un bicchiere.
Era un esperimento: osservare me stessa. Mentre sorridevo a Metti che me lo porgeva. Grazie, Dr. Metti!
Finii il whisky a piccoli sorsi prudenti. Quando gli uomini mi offrivano un drink io non sempre lo bevevo, studiando il modo di disfarmene. Quando invece bevevo mi veniva sonno. E adesso avevo molto sonno.
Intendevo rivestirmi rapidamente e finire le pulizie. Non sapevo se Metti sarebbe tornato prima che me ne andassi, ossia entro una quarantina di minuti; mi aveva gi lasciato la mancia su un tavolo nell'ingresso, segno che magari non sarebbe tornato.
Non avevo ancora intascato la mancia. Sarebbe stata la mia ricompensa, una volta finite le pulizie.
In camera di Metti la luce tersa che fino a un'ora prima aveva inondato la stanza attraverso le grandi finestre era diventata spenta, cupa. Il letto king size era complicato da rifare, c'era bisogno di biancheria su misura. Al mio arrivo quel pomeriggio avevo subito disfatto il letto per mettere le lenzuola in lavatrice e nel frattempo avevo cominciato a rifarlo con le lenzuola pulite.  meglio non usare ogni settimana le stesse lenzuola. N appendere ogni settimana gli stessi asciugamani in bagno. E mentre rifacevo il letto mi ero distratta con la crema per il viso Yves Rocher sul comodino.
Una tale sonnolenza che dovetti stendermi sul letto. Chiudo gli occhi giusto un attimo, pensai.
Avrei dovuto togliermi il rossetto bordeaux ma ero troppo stanca. Se Metti l'avesse visto, avrebbe capito...
Ma avevo troppo sonno. Sonno come etere che mi saliva al cervello.
E cos mi addormentai. Quel delizioso sonno voluttuoso come se fluttuassi in un'acqua scura. Senza sognare, perch l'acqua  troppo bassa. E tuttavia abbastanza profonda per ricoprirti la bocca, il naso, gli occhi. Pochissimo dopo: l'impressione di essere svegliata - non da una luce accesa per accecarmi, n da un'esclamazione di sorpresa, ma da un'improvvisa presenza vicina.
L'uomo era tornato ed era in piedi sulla porta della camera, mi fissava.
Totalmente sbalordito. Lo sguardo fisso.
Oltre le grandi finestre la smorta luce invernale era cambiata. Intere ore erano state perse, il giorno aveva corso di parecchio in avanti. Non c'erano luci nella stanza.
Un'unica luce in corridoio cadeva obliqua su di me abbandonata nuda nel grande telo da bagno con le braccia scomposte come se fossi precipitata dall'alto, inerme.
Violet! Ciao.
Finalmente Metti parl. La voce gli si impigli in gola, era profondamente turbato. Il volto livido di sensazioni. Pensai  furioso. Mi licenzier.
Poi pensai Far l'amore con me.
Violet. Mio Dio.
Non era l'Orlando Metti che conoscevo. Era un uomo imbarazzato, completamente colto di sorpresa, sorridente, ma un sorriso frastornato, quasi senza parole.
Sei cos bella. Cos triste. Come la Madonna addolorata... o forse... la Vergine addolorata. Non ricordo il nome del pittore, qualcosa tipo Rossi o- Bellini? Rinascimento italiano...
L'uomo restava indeciso, titubante, sulla porta. Questa era la sua camera, e questo era il suo letto, eppure: che cosa gli era permesso? Non aveva ancora tolto il cappotto. Tra i capelli lo scintillio dei fiocchi di neve che via via si scioglievano. Stava aspettando che gli dessi il permesso di avvicinarsi. Non voleva fraintendere. Non voleva commettere un terribile errore. Non voleva essere accusato di un reato sessuale. Non voleva essere denunciato dalla Maid Brigade o ricattato dalla ragazza nuda avvolta in un telo nel suo letto.
Nel frattempo mi stavo tirando su. Intontita, incerta su dove fossi. Un retrogusto di whisky in bocca. (Ero ubriaca? Chi mi aveva fatto ubriacare?) Mi strinsi nel telo umido.
Eppure ero stranamente calma. Per nulla spaventata. Perch qualsiasi cosa fosse successa, era successa. E qualsiasi cosa doveva succedere sarebbe successa, al di fuori del mio controllo.
Alla fine incapace di resistere Metti balbett: Violet? Posso- va bene se- se ti tocco?  questo che vorresti?
S. S. Se mi paghi un extra.

Quello sputo di cane.

Dopo, le cose successero rapidamente.
Come quella mattina a scuola quando Ms. Micaela mi aveva accompagnata fuori dall'aula appello. Poi l'infermeria. Poi il preside. Poi la polizia.
Al sicuro adesso. Al sicuro adesso.
Perch mi adorava, disse. Era pazzo di me.
Quanto ero bella. Quanto addolorata. Mai visti occhi cos addolorati.
Basta con le pulizie in casa sua! Anzi, mi avrebbe pagata per non pulire casa sua.
Basta fare il suo bucato! Sfregare i suoi water! Passare l'aspirapolvere sui suoi pavimenti! Pulire lo sporco di quello sputo di cane!
Identica tariffa ogni settimana, pi una mancia. Naturalmente. Contanti.
Niente pi pulizie domestiche per te, Violet. Di' all'agenzia che dai le dimissioni.
Inebriato dalla sua stessa generosit. Dalla subitaneit dell'amore.
Allegro, festoso. Euforico. Tesoro, dobbiamo festeggiare!
Vino, champagne. Le difficolt per aprire una bottiglia di champagne che continuava a scivolargli tra le dita.
Soffocati dalle risa, entrambi. Io gi ubriaca, prima ancora di bere la prima frizzante sorsata da un bicchiere scintillante che io stessa la settimana prima avevo lavato a mano e accuratamente asciugato.
I baci che mi diede, un nugolo di baci come falene. Era un amante entusiasta, inaspettatamente tenero. Inaspettatamente attento. A non spingere troppo forte, a non schiacciarmi troppo col suo peso.
Un perenne respiro accelerato, pelle surriscaldata. Occhi sbalorditi. Le mani che mi incorniciavano il viso come se non avesse mai visto niente come me.
L'ho capito la prima volta che ti ho vista. Che ero pazzo di te.
Vero? Non vero.
Aveva scambiato il mio silenzio per evasivit. La mia insicurezza per mistero.
Del resto sei cos giovane. Molto pi giovane di me...
Sognante. Non (ancora) risentito.
Devi chiamarmi 'Orlando'. Dai! Non  difficile.
'Vio-let'.  la prima volta che conosco una 'Violet'.
Poi:  il tuo nome vero, s? Quello sul certificato di nascita?
Se mentre ero con lui chiamavano altre donne non alzava la cornetta. Quanto mi sentivo gratificata, a essere preferita da quest'uomo.
Orlando non c'era per nessuno. No!
Crudele da parte sua ascoltare il balbettante messaggio della donna attraverso la segreteria e cancellarlo a met della frase.
Solo una di quelle donne era la sua ex moglie. La figlia non chiamava mai.
L'entusiasmo per Violet sembrava scaturire dall'aver scoperto una splendida vergine/Madonna addolorata dentro gli abiti sbrindelloni della donna delle pulizie. Maglietta, jeans. Calzettoni di lana grigi.
Un corpo femminile piuttosto attraente dove non era previsto nessun corpo.
Baciava la cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei miei capelli. Un uomo  attratto a sua insaputa. Baciava, succhiava.
Un brivido che attraversava due corpi in un istante.
E adesso stava mettendo sottosopra l'appartamento in cerca di un regalo da offrire alla ragazza dall'aria timida/scontrosa per farla sorridere. Un ricordo.
Una collana, perline di turchese, che mi infil dalla testa, le perline impigliate fra i capelli - Stupenda! Perfetta.
(Chiss se era una collana della figlia, abbandonata per sbadataggine? Avrei scoperto diversi capelli scuri impigliati alle perline e li avrei tirati via uno a uno, disorientata.)
Bordeaux era il suo colore di rossetto preferito - Raffinato. Sexy.
Fondotinta tonalit avorio. Mascara per enfatizzare i profondi occhi misteriosi. I lucenti capelli corvini divisi in modo da scoprire la piccola cicatrice a forma di stella.
Aveva sempre pensato, fin da piccolo, che il look acqua e sapone fosse sopravvalutato. Chi vuoi che si ecciti per un viso non cos diverso da quello di un ragazzo?
Tieni, comprati qualcosa per te. Non cosmetici da supermercato. Prendili tutti, forza! Ti attiverei una carta di credito ma...
La frase lasciata in sospeso per l'intrusione di un ricordo spiacevole.
Ehi, era sobrio. Neanche un goccio tutto il giorno.
Be', forse a pranzo. Ma giusto un bicchiere, due bicchieri, vino rosso.
Pensieroso, contrariato da qualcosa. La voce che aveva perso la gaiezza. Chiamava dal suo ufficio all'istituto di ricerca, tenendo la voce bassa.
Sul telefono che mi aveva regalato in modo da potermi chiamare in qualsiasi momento e al quale dovevo rispondere immediatamente: Pronto? Violet? Dove sei?
Un telefono acquistato per me con un numero (non in elenco) che soltanto lui doveva conoscere. Su quel telefono non poteva chiamarmi nessun altro.
 un patto, Violet. D'accordo?
Molto elettrizzante, avevo pensato. La sensazione di dita che cingono un collo, che cominciano a stringere.
Costeggiare il fiume a bordo della sua auto. Quella fugace sensazione di gratificazione, perch l'automobile  una Jaguar.
Auto stupenda, motore silenzioso. La mano del guidatore cade dal volante sulla coscia della ragazza, stringe. Forte abbastanza da lasciare vaghi lividi che lei scoprir quella notte.
Parlami di te, Violet! Hai cos tanti segreti!
Era vero, ero molto taciturna con Orlando Metti. In una nebbia di irrealt, incredula che un uomo adulto potesse sostenere di adorarmi.
Che cosa studi? Me l'hai gi detto?
Un'altra volta glielo dissi. Un'altra volta Metti parve ascoltare, come un padre potrebbe ascoltare la poesiola recitata dalla figlia, sentendo la voce della bambina, sorridendo deliziato dalla voce della bambina, ma senza sentire le parole vere e proprie.
Il fatto che seguissi un corso universitario serale sembrava colpirlo, eppure non gli entrava in testa che avessi l'obbligo di frequenza. Cenetta? Un salto al Warburton Hotel? Sono solo una ventina di chilometri...
Ma perch no? Una volta tanto potresti anche saltare una lezione, no?
Oppure: Una volta tanto potresti anche saltare una lezione, perdio.
Credo che sia il nome pi bello di tutti - 'Violet'.  il tuo nome vero?
Non sono cose importanti, Violet. Non stare nemmeno a pensarci.
Ti fidi di me, Violet? Voglio che tu sappia che puoi fidarti.
S s s.
No certo che no. Per s... ci prover.
C' qualcosa che non va, Violet? senza pi il tono scherzoso. Tensione nella voce.
Si avvicin e mi prese le mani tra le sue. La sensazione della sua pelle, cos calda e confortante che le lacrime si raccolsero nei miei occhi minacciando di rovesciarsi lungo le guance.
Si avvicin e mi prese entrambe le mani tra le sue. Forte.
Lo spavento fu cos inatteso che le lacrime si raccolsero nei miei occhi e si rovesciarono lungo le guance.
Gli piaceva baciare, succhiare la piccola cicatrice. Gli piaceva baciare, succhiare i capezzoli marrone chiaro, facendoli diventare duri come piccoli proiettili. Gli piaceva baciare, succhiare il grinzoso tessuto bagnato tra le mie gambe, una ferita aperta, che non si sarebbe mai rimarginata.
Insinuandosi in me come un parassita. Talmente comodo nei miei caldi luoghi bagnati da ingrassare a mie spese senza che io me ne accorgessi eppure con la mia complicit.
Gli piaceva soprattutto quando era addolorata.
Delicatamente le chiedeva: C' qualcosa che ti tormenta il cuore, Violet? il suono stesso del nome meraviglioso nella sua voce.
Non osava chiederglielo. Ricordando come suo padre detestasse le domande personali.
Lei? La ex? Niente da dire. 'Acqua passata.' Chiuso.
Basta con la Maid Brigade! Ha incontrato un uomo cos gentile cos fantastico cos generoso che le ha promesso di pagarle l'universit - Pensalo come un prestito, cara. Niente interessi. Niente scadenza. Niente clausole vessatorie.
Niente clausole vessatorie. Ha chiamato diciassette volte di fila il telefono installato nella stanza che lei ha preso in affitto in un edificio vittoriano di Cayuga Street. Perch non risponde, dove cazzo ? Sicura che questo numero non ce l'abbia nessun altro?
Tanto sei pagata in nero. Non gli devi niente, loro non devono niente a te.
Invece: pensi che s, continuerai lo stesso a lavorare per la Maid Brigade. Nei giorni in cui non hai lezione. Solo in case di donne.
Non stai mentendo a Orlando Metti. Non esattamente.
Meglio intascare tutto il denaro che si pu. Finch si pu.
Banconote da venti dollari, banconote da cinquanta dollari. Una banconota da cento, premuta nella mia mano.
Sorrido tra me e me. Be'. Te li sei meritati, Vi'let.
Parte del denaro  necessaria per mantenermi in vita. Parte  nascosta in un cassetto, da spedire alla famiglia Johnson in Howard Street, South Niagara, nel biglietto di buon San Valentino del febbraio prossimo.
Apro la scatolina avvolta nella carta dorata. Cincischiando, le mie dita sono maldestre.
Metti intanto mi fissa avidamente, trucemente.
(Ok. Sono ubriaca: con quest'uomo i drink non sono facoltativi ma obbligatori.)
Sollevo il braccialetto dalla carta velina. Placcato oro. Pesante, difficile da maneggiare. Bello bellissimo grazie dico all'uomo. Vedo immediatamente che la chiusura  impossibile, non riuscir mai a mettere al polso questo bellissimo braccialetto da sola usando una mano soltanto. Non riuscir mai a metterlo al polso senza un aiuto.
Peccato che in questo momento Metti non sia abbastanza sobrio da potermi aiutare.
Fanculo! Questo aggeggino  piccolissimo, cazzo... Dovevo portarti con me in negozio, cazzo.
Il suo volto si scurisce di sangue.  la prima volta che lo vedo cos furioso. Cercare di aprire e richiudere il minuscolo gancetto  un'impresa improba per le dita dell'uomo; la sua coordinazione  precaria quando ha bevuto, come in questo caso.
Ma guarda questo cazzo di...
La mia soluzione  di riprendere il braccialetto. Chiudere il gancetto usando entrambe le mani. Poi cercare di metterlo al polso infilandolo dalla mano, cosa che si rivela tutt'altro che agevole.
Che stai facendo? Cos lo rompi...
Ma io insisto, perch capisco che il braccialetto placcato oro deve finire intorno al mio polso. Sar impossibile sopportare la prossima ora se il regalo non sar intorno al polso della destinataria da plasmare a uso e consumo dell'uomo.
Ruoto il braccialetto, lo tendo, cercando di evitare smorfie di dolore mentre lo spingo al di l delle nocche, o quasi.
Attenta! Lo rompi...
Metti sembra gi di malumore. Il suo volto  pericolosamente paonazzo.
Nell'armadietto dei medicinali ho visto le pillole che prende: ipertensione.
... se succede, poi sar il tuo braccio il prossimo a rompersi...
Ridendo come se fosse una battuta. S probabilmente voleva essere una battuta.
Ma alla fine il braccialetto  intorno al mio polso ed  bello davvero, l'autore del regalo sembra gratificato.
Ti piace, eh? Ti sta benissimo.
S s s. Grazie.
Ti piace? Che dici?
S s s. Grazie.
Placcato d'oro massiccio. Non  costato poco. Non possiedi niente del genere, vero, tesoro?
Noooo. Questo  vero.
Anzi, non possiedi quasi niente, giusto, Vi'let? Voglio dire... cose belle. Come questa.
Noooo. Vero.
Mi chino a baciarlo. Provando in effetti gratitudine. In effetti un'ondata di qualcosa di simile a desiderio.
Ma lui mi afferra la testa, schiaccia la bocca contro la mia bocca, forte come non ha mai fatto.
La lingua si infila nella mia bocca, punge come gli insulti di un uomo in collera.
Sai, Vi'let... sei la ragazza pi magra che mi sia mai scopato dai tempi- delle superiori. Ridendo al punto da far tremare le sue flaccide guance, gli occhi scintillanti da ubriaco che fissano i miei per vedere come prendo questa schietta rivelazione.
Di fronte al flebile sorriso ferito sulle mie labbra, come addolcendosi: Cazzo, all'epoca tutte le mie fidanzate erano magre.
Non faccio pi le pulizie per Orlando Metti. Ora che sono stata promossa da domestica a fidanzata.
Eppure: Quello sputo di cane ha sporcato di nuovo. Pensi di poter dare una pulita? Per favore? Solo l'odore mi fa venire da vomitare.
E: Quello sputo di cane  tutto eccitato perch sei qui, sentilo! Non  che lo porteresti a fare una passeggiata? Per favore.
E: Quello sputo di cane deve andare dal veterinario, non fa che boccheggiare e starnutire. Ha il naso, gli occhi che gli colano. Avresti tempo per portarcelo, Vi'let? Per favore.
 una sorpresa. Oddio, non proprio una grande sorpresa. L'impossibilit di dirgli di no.
Metti mi spiega che da qualche tempo paga il figlio del portiere perch porti Brindle fuori almeno una volta al giorno. Ma il ragazzo non  affidabile - Non come te, Vi'let.
In un battibaleno il piccolo bulldog francese arriva uggiolando, piagnucolando, ansimando, starnutendo contro le mie gambe. Freme d'amore, di bisogno. Cerca di venire in braccio anche se non sono seduta ma in piedi. Mi passa la lingua morbida e bagnata contro le mani. Mi fa pip sulla scarpa. (Per fortuna il truce Padrone non se ne accorge.)
Povero piccolo Brindle! Con la voglia disperata di essere amato, salvato. Le sue unghie ticchettano contro il parquet, ansioso com' di evitare il Padrone.
 vero che ultimamente il piccolo bulldog boccheggia, starnutisce, tira su col naso, ha il respiro affannoso. Ogni volta che lo vedo mi sembra peggiorato. Gli occhi, grandi, scuri, lucenti, distanziati, lacrimano entrambi, il sinistro  quasi nascosto dal muco, che cerco di pulirgli.
Non sono ancora convinta che Metti voglia davvero che porti dal veterinario il cane della figlia e invece s, dice sul serio. A quanto pare sono stata promossa una seconda volta a una specie di parente, un componente della famiglia. Devo condividere anch'io le responsabilit della casa perch Metti ha una telefonata di lavoro urgente e non ha tempo - stasera - per quello sputo di cane.
Mi fornisce l'indirizzo di Dog Haven, un canile e ambulatorio veterinario non vicino, dall'altra parte della citt. Chiama un taxi. Mi fa scivolare in mano diverse banconote.
Se le cure dovessero costare pi di settantacinque dollari, digli di farlo fuori.
Non so se ho capito bene. Sorrido incerta di fronte all'uomo.
Ok. Cento dollari. Ma fatti fare un preventivo, prima che partano con qualche terapia sofisticata.
Farlo fuori?
Una punturina indolore.
Vedendo l'espressione sbigottita sul mio volto Metti mi spiega rapidamente che quello sputo di cane gli prosciuga le finanze da anni. Prima la figlia che aveva voluto a tutti i costi un francesino - duemila dollari per acquistare il cucciolo da un allevatore. Poi le spese mediche. Salta fuori che un francesino va portato dal veterinario due, tre volte l'anno. Come buttare i soldi in una tana di topi. Per giunta, Brindle  tutt'altro che un cane ubbidiente -  viziato marcio. La vita media di un bulldog  di soli dieci anni e questo ormai li ha quasi raggiunti. Doveva restare in casa sua giusto qualche settimana e invece sono passati cinque mesi e ora la ex moglie dice di avere problemi di salute mentre la figlia non gli risponde nemmeno al telefono - E allora che se ne vadano a fanculo.
La coda sottile di Brindle  nascosta tra le tremolanti zampe posteriori. I grandi occhi cisposi puntano verso l'alto, scrutano il mio volto.
Lo so. Ho sentito ogni parola.
Quando arriviamo dal veterinario mi sono convinta che Metti - difficile pensarlo come Orlando - stava solo scherzando sul far fuori Brindle. Forse voleva mettere alla prova la mia integrit, la mia lealt.
Di certo nessun padre farebbe fuori il cane della figlia senza nemmeno avvertirla...
Ahim, Brindle non  un cane giovane. Mi rendo conto solo adesso che la sua piccola taglia inganna. L'andatura leggermente sghemba, cadente, dipende probabilmente dall'artrite e perci  commovente quando cerca di trotterellare, di tenere il mio passo. Ignaro di avere le zampe cos ridicolmente corte.
Nella sala d'attesa del veterinario ci sediamo, attendiamo. Affrontiamo stoicamente minuti carichi di terrore. Una successione di cani di varie taglie passano accanto a Brindle che rannicchiato sotto la mia sedia tira il guinzaglio, non in avanti per scappare ma all'indietro contro il muro, come per trascinarmi sotto la sedia insieme a lui.
Affidarmi il cane della figlia...  forse la dimostrazione della fiducia che Orlando ripone in me? Una specie di dovere coniugale, questo? Cos voglio pensare.
Alla fine quando ormai la sala d'attesa si  quasi svuotata tocca a Brindle. Il cagnolino recalcitra a camminare sul pavimento come un cane normale e deve perci essere trasportato tra le braccia di una robusta giovane donna in camice azzurro che ride di lui - Che musetto corrucciato! Come ti chiami?
Vengo invitata anch'io nell'ambulatorio. Mi colpisce l'abilit della giovane veterinaria nel maneggiare il piccolo animale spaventato. La sua autorit, il suo potere su di lui  cos sottile che Brindle non ci pensa nemmeno a ribellarsi.
La visita  lunga e approfondita. Occhi, naso, orecchie, bocca. Polmoni, cuore. Poi Brindle viene portato via per ulteriori esami e torna abbacchiato e tremante, gli occhi spalancati. Quanto? Quanto verr a costare! Comincio a essere in ansia anch'io.
Ipotizzo che Metti pagher con la carta di credito dopo che avr ricevuto il conto del veterinario. Non credo che mi abbia dato abbastanza soldi per il taxi e la visita - una quarantina di dollari appena, nove dei quali li ho gi spesi per il taxi.
Nel portafogli ho un certo numero di banconote, pezzi da venti e cinquanta, che Metti mi ha regalato in varie occasioni, d'impulso. Non le ho contate, ho solo lasciato che si accumulassero. Non sapere quanti soldi ho nel portafogli mi d l'impressione che quel denaro, insieme agli obblighi che sembra comportare, non sia del tutto reale.
A volte Metti d l'impressione di sapere benissimo quanti soldi mi regala, come se tenesse il conto di ogni singolo dollaro. Altre volte  munifico, noncurante come un riccone ubriaco con le tasche traboccanti di monete d'oro.
Tieni, tesoro. Per te.
... un piccolo sorriso? Ecco!
La giovane donna mi sta spiegando che Brindle ha un'infezione all'occhio sinistro - una lesione alla cornea, causata forse da un graffio, da un colpo o da un calcio, ha a sua volta causato un'ulcera. Ci vorr del tempo perch guarisca. Gli ha praticato un'iniezione e dovr assumere goccine di antibiotico nell'occhio tre volte al giorno per i prossimi cinque giorni.
Come sar fattibile? mi chiedo. Metti non avr mai tempo per il trattamento, ammesso che abbia voglia di farlo. E io non posso andare da lui cos spesso... tre volte al giorno!
Inoltre, la giovane donna mi dice che Brindle  affetto da un problema respiratorio in corso di aggravamento che sarebbe opportuno curare quanto prima.
Inoltre, le unghie di Brindle stavano diventando incarnite e quindi gliele ha tagliate.
Inoltre, gli ha fatto un prelievo di sangue. Il laboratorio dovrebbe restituire i risultati delle analisi entro pochi giorni, mi far chiamare dalla segreteria.
Vedendo la mia espressione afflitta durante l'elencazione dei malanni la giovane donna mi assicura che tutto sommato Brindle gode di buona salute. Il problema principale  che a quanto pare il dolce piccolo francesino non fa abbastanza moto. Intorno al cuore sta cominciando a formarsi del tessuto adiposo. Non  un cane vecchio ma presenta alcuni dei problemi di salute di un animale con pi anni.
Quanti ne ha?
Direi intorno ai cinque.
Cinque! E Metti sarebbe disposto ad abbatterlo.
Con imbarazzo spiego alla giovane donna che Brindle non  mio. Appartiene alla figlia di un amico, che  al college e al momento non pu prendersene cura. Ecco perch non sapevo quanti anni avesse... sono solo un'amica di famiglia.
Be', sei amica di Brindle.
Qualcosa di quasi intimo in questa osservazione, cos estemporanea, diretta.
La giovane donna posa Brindle per terra e d uno strattone al guinzaglio. Cos spronato, Brindle trotterella sulle sue zampe scorciate fuori dall'ambulatorio in direzione della reception. C' una certa sobriet nel portamento del piccolo bulldog, come se capisse la gravit della situazione e non avesse alcuna intenzione di mettersi a fare capricci.
Al banco della reception mi viene consegnata la fattura: centoquarantasei dollari. Vi  compreso il costo del collirio antibiotico.
Fisso la fattura. Sgomenta.
Non so cosa fare... A parte non dire alla giovane donna sorridente che deve abbattere Brindle.
Conto le banconote nel portafogli. Duecentosedici dollari. Pi di quanto mi aspettassi, sufficienti per salvarlo.
Vedendo i miei tentennamenti la giovane donna mi dice che se non ho l'intera cifra posso lasciare un acconto stasera e saldare in un secondo momento. Ma le assicuro che li ho, i soldi. Ci arrivo.
Si incuriosisce probabilmente, nel vedermi pagare in contanti. E tuttavia la transazione viene completata e siamo liberi di andarcene.
Nel taxi tornando da Metti tengo Brindle fra le braccia. Lo stress dell'avventura ha sfinito entrambi. Tremando e leccandomi le mani Brindle finisce per addormentarsi.
Quando rincaso con Brindle in braccio Metti fissa sbalordito il piccolo bulldog. Come se non si aspettasse che l'avrei riportato indietro.
Be'! Grazie, Violet... Quanto  costato?
Settanta dollari. Me ne avevi dati settantacinque.
Davvero? Bene... ottima notizia. Come se si aspettasse un conto pi salato.
La veterinaria dice che ha un problema all'occhio. Gli ha fatto un'iniezione. Potrebbe esserselo graffiato oppure ha preso un calcio da qualcuno...
Metti quasi non mi ascolta.  talmente sorpreso di vedere Brindle ancora vivo che non sa cosa dire.
Gli spiego che dovr passare dall'appartamento per mettergli le goccine. Per cinque giorni. Ma posso farlo senza dare alcun fastidio a lui, verr quando  al lavoro.
Metti dice che  fantastico. Che fantastica  stata, Violet, a prendersi cura di quello sputo di cane.
Mia figlia sar sollevata se dovesse mai venire a saperlo.
Pi tardi, in camera da letto Metti mi bacia rudemente. Mi maneggia rudemente. Con modi affettuosi e al tempo stesso di rimprovero, come quando si d uno scappellotto a un animale domestico che non ha ancora disobbedito ma sta pensando di farlo. I suoi baci sono pungenti, punitivi. Mani volubili mi stringono la spalla nuda, la nuca. Sospetta che mi meriti un castigo ma non saprebbe dire per cosa.
Be', sei amica di Brindle.
Queste parole gentili le porter sempre nel cuore.
L'amico di un amico, suo figlio sta comprando una macchina nuova. Della Honda Civic di dodici anni intendono liberarsi, per poche centinaia di dollari la prender Metti, per me.
Oh mio Dio grazie, Orlando! Grazie.
La prima macchina interamente mia, in tutta la vita.
Ti amo.
La prima macchina tutta mia. Che gentilezza da parte di Metti, che generosit! Penso all'uomo con gratitudine, un fremito di emozione che dev'essere sinonimo di amore.
Ogni volta mi dice, con una strizzatina d'occhio, come stai a benzina, tesoro? premendomi in mano una o due banconote.
Adesso posso andare in universit in macchina anzich prendere l'autobus. Posso andare a fare le pulizie in macchina anzich prendere l'autobus. E quando Metti mi invita, posso andare da lui in macchina anzich prendere il taxi. Ehi. Mi manchi da matti, piccola. Ho lasciato le chiavi al portiere, entra pure. Ti aspetto.
Quando vengo in possesso della Civic, Brindle ormai non ha pi bisogno delle goccine. Ma posso passare dall'appartamento durante la settimana, se mi  di strada, e vedere come sta il piccolo bulldog solitario. Senza che Metti lo sappia.
L'occhio  guarito ma sembra avere un calo di vista. Sopra la cornea ferita si  formato qualcosa di simile a una pellicola traslucida grigiastra.
Una volta, arrivando all'appartamento in tarda mattinata, un giorno in cui so per certo che Metti  al lavoro, incontro la nuova donna delle pulizie mandata dall'agenzia. Alta, ossa grosse, capelli biondo cenere, ciglia e sopracciglia chiarissime, una giovane donna di circa trent'anni, pelle piuttosto ruvida e niente trucco fatta eccezione per un vivace rossetto rosso sulle labbra.
Timidamente mi balbetta un ciao. Parla con accento straniero - polacco? Non ha idea di chi io sia. Figlia? Fidanzata? (Moglie no: senz'altro sapr che Metti non ha moglie.) Non ci siamo mai incontrate in agenzia e con ogni probabilit non ci incontreremo neanche in futuro.
Comunque non le do spiegazioni, perch non sono affari della donna delle pulizie sapere chi sono.
Eri tu che ho visto? Mi pare di s.
Quando? Dove?
... camminavi con un tizio, mi  sembrato un 'afroamericano' - o com' che si chiamano fra di loro: un 'nero'. L'altro giorno in Division Street.
Calcolo rapidamente quando pu essere stato. Perch Division Street  adiacente alla vasta propaggine nord del campus universitario, una traversa di Cayuga ossia la strada dove vivo, in un vecchio edificio vittoriano ristrutturato e suddiviso in stanze da affittare agli studenti.
Tranne me, gli altri inquilini sono tutti studenti di specialistica la maggior parte dei quali stranieri, e maschi. Un mio vicino  un giovane pachistano che studia ingegneria, a volte facciamo assieme uno o due isolati. Non sono nemmeno sicura di come si chiami.
Semplice curiosit. Mi hai detto di non avere amici all'universit eppure mi siete sembrati in rapporti parecchio amichevoli, l'altro giorno. Chi  quel tizio?
L'istinto  di rispondere rapidamente Nessuno! Nessuno davvero. Perch  la verit.
Tuttavia, se la verit viene pronunciata maldestramente pu essere un boomerang. Pu essere mortale.
E cos dici, misurando le parole: Sar stato uno degli specializzandi pachistani che abitano nel mio palazzo. Studia ingegneria elettrica.
Pachistano. La specificazione sembra deluderlo, il suo interesse scema all'istante.
Metti mi ha detto che sua figlia verr a trovarlo! Finalmente.
Si fermer solo per il weekend. E quando ripartir, Leila si porter via quello sputo di cane.
 una notizia che mi sorprende. Non  propriamente una buona notizia. Perch sentir la mancanza di quel piccolo bulldog francese. Quanto sar strano, silenzioso, l'appartamento senza Brindle che abbaia, che slitta sul parquet per correre a salutarmi ogni volta che arrivo. Che elemosina croccantini, alle spalle del Padrone. Che agita il didietro in un parossismo di dispiacere quando me ne vado e gli sussurro Buonanotte!
Perch dovrei aver voglia di andare nell'appartamento di Orlando Metti se Brindle non c'?
Se Metti non ha pi bisogno di dirmi: Potresti portare il cane a fare una passeggiata? per favore.
Poi per la figlia annulla il weekend. La faccia del padre si scurisce come una pietanza rappresa.
Saggio evitare l'argomento. Saggio ubriacarsi e basta, evitando qualsiasi argomento.
 raro che Metti mi chieda della mia vita al di fuori di lui. Come se non gli passasse nemmeno per la testa la possibilit che ci sia una vita al di fuori di lui.
Tranne che in questo suo stato d'animo spento. Da quando la figlia ha annullato la visita Metti  volubile.
Ok, Violet. Racconta.
Racconto... cosa?
Tutto quello che non mi hai mai raccontato.
Sto ridendo a disagio, tra le braccia dell'uomo. Perch tra le braccia di un uomo non hai mai agio.
Dove vivono i tuoi vecchi, Violet? Non parli mai di loro.
I miei vecchi! Non sembra nemmeno che sia Metti a parlare.
Comunque penso Devo raccontarglielo? Dirgli qualcosa?
Non la triste, sordida storia dei miei fratelli che pestano a morte un ragazzo nero. No. N la storia persino peggiore di me che li denuncio alla polizia. La mia vita da topo.
... a volte mi ritrovo a pensare a un ragazzo del nostro quartiere che mor quando facevo la prima media. Non so perch ma penso a lui - 'Hadrian Johnson'.
Ecco. Il nome  stato pronunciato. Quasi senza osare respirare aspetto che Metti replichi ma non lo fa.
Mai sentito questo nome? 'Hadrian Johnson'?
Metti riflette. No. Dovrei?
Era un giocatore di basket, se non sbaglio la sua squadra vinse un campionato statale...
 vero? Non credo. Eppure mi  venuto da dirlo, come se fosse un'affermazione plausibile.
... difficilmente l'avrai sentito nominare a Catamount Falls. Viveva a South Niagara. Da dove vengo io - da dove vengono 'i miei vecchi'... La mia voce si spegne, incerta. Mi sta ascoltando almeno? Metti ha l'abitudine di farmi una domanda senza ascoltare la risposta, come quando tieni accesa la radio o la tv solo per lasciarti cullare dal rumore di fondo.
Andava a scuola con i miei fratelli. Alle superiori. Giocava a basket e a baseball. La sua foto usciva sui giornali - nelle pagine sportive. Le persone - alcune persone - erano invidiose di lui... Ci fu una rissa, Hadrian fu aggredito, ucciso... Aveva solo diciassette anni.
La mia voce sta tremando. Non mi spiego come mai stia raccontando tutto questo a Orlando Metti, e come mai le mie parole siano cos piatte, titubanti, deboli, avvizzite. Come se ognuna di esse fosse un sassolino incastrato nella gola. Oh ma tutti volevano bene a Hadrian Johnson, era bellissimo.
I ragazzi che lo ferirono non volevano - davvero. Avevano bevuto. Hadrian no - non credo che lui avesse bevuto. Stava tornando in bicicletta dalla casa della nonna. I ragazzi erano- ragazzi bianchi... Hadrian Johnson era nero.
Metti non dice niente. Sto sperando che si sia addormentato. Quasi non oso muovermi, per paura di svegliarlo.
Te l'avevo gi detto? Che era nero? Ma non fu un episodio 'razzista'. Gli studenti della mia scuola andavano d'accordo fra di loro - quasi tutti...
Inaspettatamente, Metti dice: La gente pensa troppo alla 'razza'. Soprattutto gli 'afroamericani'. O com' che si fanno chiamare adesso.
L'osservazione  cos irritata, cos infastidita, come se ci ronzasse intorno una mosca, che resto ammutolita dalla sorpresa.
Io metto a nudo il cuore parlandogli di Hadrian Johnson e la reazione di quest'uomo  di essere infastidito.
 una specie di ossessione - l'ossessione per la 'razza'. Alcuni di noi ne sono francamente stufi.
Aspetta che io vada avanti e invece no. Adesso proprio no.
La baci in un luogo semi-pubblico. Non era da lui, perch (in genere) non voleva essere visto in pubblico insieme a lei. Eppure, eppure stava cominciando a essere da lui. Dalla delusione della figlia, e da quando lei gli aveva mentito a proposito del cane, menzogna di cui (ovviamente) non poteva essere a conoscenza, si comportava diversamente. E allora non era pi corretto dire (consapevolezza tardiva, imbarazzata) che si comportava diversamente, perch adesso si comportava (quasi) come lei si sarebbe aspettata, persino in un luogo semi-pubblico come il parcheggio dietro il Warburton Hotel dove i clienti che tornavano alle loro macchine nella luce intensa dei riflettori avrebbero potuto gettare lo sguardo verso la Jaguar nera fiammante il cui guidatore sembrava chino, ingobbito, su una pi piccola e intrappolata figura femminile, stretta da una presa al collo.
La baci. Tranne che non fu esattamente un bacio - piuttosto un'aggressione con la bocca. E con la lingua, bellicosamente protesa nella bocca di lei.
Colta dal panico del soffocamento. Cercava di reprimere i conati.
Ma non riusciva a divincolarsi - lui le teneva la testa bloccata con entrambe le mani. Rozza imitazione dell'atto sessuale, la bocca femminile il ricettacolo, incapace di resistere al maschio.
Poi finalmente la liber, come se a sopraffarlo fosse stato un semplice momento di passione, o un suo velato invito esacerbato dall'alcol, e allora fu lei a cercare di prendere l'iniziativa, baciando l'uomo a piccoli nugoli come di farfalle, per indicare affetto, giocosit. Una specie di frivolezza sessuale. Non seriosa.
I baci di una ragazza, o di una bambina. Spesso aveva baciato gli uomini cos, in passato - e a Metti sembrava piacere. A Metti lei sembrava piacere.
Adesso per non era cos evidente che lei gli piacesse. Non molto.
L'uomo si stacc ridendo, come se l'aggressione fosse stata semplicemente un gioco, gi dimenticata, o prossima a essere dimenticata.
Dove stavamo andando? Ah s: a casa.
In quelle notti pretendeva che lei gli restasse accanto, nell'appartamento.
Nella camera matrimoniale, nel letto. La stringeva forte, forte come la morte.
Tanto che lei meravigliandosi pensava Mi ama!  amore, questo bisogno.
 cos solo. Cos solo nella sua vita. Non aveva altri che lei, adesso. Ma avrebbe avuto lei.
Dormiva nudo, il suo corpo trasudava. Se in piedi la sovrastava in altezza, a letto il suo corpo era come un albero abbattuto, inerte. Passava avidamente le mani su di lei dicendo che a lei non avrebbe mai fatto del male. Tutte le altre gli si erano rivoltate contro. Tutte quelle di cui si era fidato. La moglie gli aveva aizzato contro la figlia. La moglie era diventata una pazza amareggiata soltanto per fargli dispetto. Prima era bellissima, aveva rovinato la propria bellezza per fargli dispetto. Se si fosse uccisa come minacciava, sarebbe stato per fare dispetto a lui.
Un uomo cos in pena devi confortarlo. Consolarlo.
Non devi contraddirlo.
Le domand all'improvviso, come se gli fosse appena venuto in mente: andava a letto con qualcun altro? Mentre andava a letto con lui?
Andava a letto con qualche nero?
Non si sarebbe arrabbiato, disse. Promesso.
Voleva sapere se era disposta a dirgli la verit, non voleva altro. Se sentiva di potersi fidare di lui, se era pronta ad affidargli la vita, non voleva altro...
Anneg nel sonno come un uomo annega in una palude. Sprofond finch non ne rimase niente, nemmeno il profilo del corpo sprofondato, e quindi lei non fu obbligata a rispondere, stavolta le era stato risparmiato.
Forse invece di sposarla la ammazzer.
La scoper, in un modo che fa (molto) male. E un'altra volta ancora nello stesso modo, o due, tre volte ancora, finch non ne sar stomacato, finch la vista di lei e l'odore di lei e il suono della femmina che finge di gemere di passione non gli saranno ributtanti, tanto da soffocarla a morte quasi per caso.
Cristo! Non mi rendevo nemmeno conto di cosa stavo facendo.
Una falena grande quanto una farfalla che sbatteva contro il paralume di vetro, agitando le ali, la falena pi bella che avessi mai visto ma quel suo ronzare mi ha spinto a prenderla nel pugno senza nemmeno sapere che cosa volessi fare e poi era- ecco, stritolata, morta... E scopro allora che a essere stritolata, morta, era la ragazza nel letto accanto a me, che io nemmeno ricordavo fosse l.
Torno dopo aver portato il piccolo bulldog a fare la passeggiata sulle sue zampette comicamente scorciate. E c' Orlando Metti che mi fissa disgustato. Un'espressione sul volto come se avesse voglia di dare al cagnolino tremante un bel calcio che gli confermi la fondatezza della sua paura.
Sai cosa, cara? Portatelo.
Gli sorrido, non avendo idea di cosa intenda dire.
'Portatelo'... dove?
Portatelo con te. Quando torni a casa. Portati via questo cane di merda.
E allora capisco, e vorrei pensare che Metti stia scherzando.
Ma- Brindle  il cane di tua figlia, Orlando.
Mi interrompo, perch il nome Orlando ha un sapore strano sulla mia lingua, come il pepe del Sichuan, una sensazione anestetizzante. Non puoi dare via il cane di tua figlia...
Fanculo questa storia della 'figlia'. Lei non  qui, tu s.
Ma-
Lo vuoi o no?
Io- io- io non posso-
Benissimo. Come non detto.
Mi strappa il guinzaglio di mano, strattona il cagnolino facendolo gridare di dolore e terrore mentre lo trascina nella sua stanzetta.
Resto attonita, paralizzata per un attimo. Non sapendo cosa fare, cosa dire che non esasperi l'uomo ancora di pi.
Poi, supplichevole: Orlando? Per favore, aspetta... perch non chiami tua figlia? Le spieghi le circostanze-
Metti richiude la porta in faccia al cagnolino dopo averlo spinto dentro con il piede. Talmente traumatizzato, Brindle non guaisce nemmeno.
Ho detto fanculo la 'figlia'. Fanculo le 'circostanze'. Ti ho chiesto se volevi quel maledetto cane e hai risposto di no. Hai espresso i tuoi desideri, tesoro. Non aggiungere altro.
Da dietro la porta giunge un flebile guaito. Poso la mano sulla maniglia e Metti mi spinge via imprecando. Mannaggia a te. Vaffanculo.
Ha prenotato un tavolo al ristorante, dobbiamo uscire immediatamente. Ma l'espressione affranta del mio viso lo infastidisce, vorrei passare qualche minuto con Brindle per calmarlo, confortarlo. Dobbiamo uscire subito, dice invece Metti. In questo preciso minuto. Adesso.
Poi, da un momento all'altro ha cambiato idea. Niente pi cena. O meglio, ci andr da solo.
Esci, Violet. Con quella faccia, il modo in cui mi guardi,  meglio se te ne vai prima che te la spacchi.
Pi tardi mi chiamer, si scuser. Il tuo amante  molto abile, esperto nel chiedere scusa.
Tu ascolti con calma. Con calma gli dici No grazie.
Stai alla larga da lui. Sei stata avvertita. La prossima volta potrebbe spaccarti la faccia. Sei decisa - Non ci sar una prossima volta.
La volta successiva in cui entri nell'appartamento di Metti il silenzio  assoluto.
Nessun abbaiare, nessun piagnucolio eccitato, nessun guaito. Ti inquieta non sentire le unghie che ticchettano sul pavimento.
L'odore di cane invece c' ancora. Chiss se Metti ne  consapevole.
Alla fine mia figlia  venuta. Si  portata via il cane.
Metti fa una pausa. Valuta la tua reazione.
Ormai  fuori dalla mia vita. Basta con i cani.
Un'altra pausa. A Metti piace, scrutare il tuo volto.
Sono passate tre settimane e due giorni da quando ti ha ordinato di andartene. Da quando ha trascinato il piccolo bulldog nella stanzetta, ha sbattuto la porta.
Nel frattempo ti ha chiamata spessissimo, implorandoti di tornare insieme, di dargli un'altra possibilit. Spessissimo ti ha chiesto scusa, era sotto stress all'istituto, uno dei maggiori investitori minacciava di tirarsi indietro, aveva perso le staffe per il cane ma a te non avrebbe mai fatto del male.
Ti assicura che adesso beve molto meno. Sul serio!
Riconosce che  stato un problema. Assolutamente. Ha portato alla rovina il suo matrimonio, il fatto che sia lui sia la moglie bevessero troppo, tranne che la moglie, come la maggior parte delle donne, non reggeva l'alcol.
Adesso per ha praticamente smesso. Uno, due bicchieri di vino a cena. Nel fine settimana. Quando sente di pi la tua mancanza.
E cos hai accettato di rivederlo. Alcune volte. Difficile dire di no quando l'uomo ti fa i regali pi favolosi - foulard di seta con l'etichetta YVES SAINT LAURENT, un paio di orecchini a pendente placcati oro (da abbinare al braccialetto), banconote da cinquanta dollari come piccolo contributo, dice lui stesso, alla tua istruzione.
Sentirai la mancanza di Brindle, tesoro. Lo so. Ma adesso lui sta meglio - Leila  sempre stata la sua preferita.
Ti chiedi se ci pu essere qualcosa di vero nelle sue parole. Gli sorridi quasi senza guardarlo in faccia. Non vuoi vedere una strizzata d'occhio.
Ovviamente lo stronzetto non c' pi, era ora!
Ma tu questo non puoi pensarlo. Non puoi accettarlo. Ti senti frastornata, incerta persino del rimorso che dovresti provare se ci fosse motivo per il rimorso.
Be'. Adesso Brindle non si sentir pi solo, dici con un filo di voce.
Metti ride. Esatto, tesoro. Brindle non sar mai pi solo.
I tuoi occhi bruciano di lacrime. Non puoi permettere all'uomo di vedere, di gongolare. Ti giri di spalle nauseata dall'odio che provi per lui, e dal disprezzo di te stessa, adesso che  troppo tardi.
Ma non avrei potuto prendermelo io! Non in quel momento.
Non potevo - era di sua figlia...
Nella mia vita non c' spazio per un cane.
Nella mia vita da topo.
Niente pi vergine/Madonna addolorata. Adesso invece era puttana, baldracca.
Era stato scoperchiato qualcosa. Venti impetuosi, pulsazioni accelerate.
Le sue dita che sondano, penetrano. Esplorandoti dove sei bagnata e aperta. Anelante di desiderio.
Impari a non trasalire. La parte pi sensibile del corpo di una donna, nervi scoperti. Insopportabile se toccata nel modo sbagliato. Senza tenerezza.
Non ci riesci, a non gridare. Ah!
Ehi. Scusa. Ti ho fatto male?
(Lo sai che fa male, mannaggia a te. Smettila.)
La sua scusa  che si lascia trasportare.
Che bella. Quanto (cazzo) sei bella.
Distesa immobile. Gli occhi chiusi in una specie di preghiera. Che lui ti ami, come ha detto. Che ti protegga per sempre.
Sai cosa? Credo che tu debba diventare mia moglie, Vi-let.
La mia piccola mogliettina di cui conoscer gli spostamenti ogni cazzo di minuto.
Sei stata a letto con uomini di colore? ti chiede.
Alla fine. Alla fine te lo chiede.  una domanda che voleva farti da tempo (ammette).
Dose abbondante di Johnnie Walker versata in un bicchiere. Luccichio di divertimento nel ribaldo occhio maschile.
Tu non stai bevendo whisky. Non stasera. Troppo rischioso.
Eppure un'euforia alticcia ti attraversa le vene. Astutamente esiti appena un po' non vedendo (come se non vedessi) che il tuo amante si sta accalorando.
Scuoti la testa ambiguamente. La risposta potrebbe essere No. Oppure, la risposta potrebbe essere Non  una domanda a cui intendo rispondere.
Va bene. Dammi allora un numero approssimativo, per favore.
Assurdo! Vorresti ridergli in faccia. Invece no, forse no.
Ti senti incauta, sfrontata.
Senti te stessa rispondere Undici.
Undici! Lui  allibito, sgomento. La mascella gli scende letteralmente di due dita.
Apper. Un-di-ci. E a partire- da quando?
Curioso di sapere. Terrorizzato di sapere. Occhi fissi su di te, del colore del whisky.
Adesso senti te stessa dire all'uomo che non avevi contato le superiori. La scuola media. Eri troppo fuori, ti facevi le canne all'epoca. Avevi capito che intendesse uomini veri e propri... adulti.
Il bicchiere di whisky sollevato, che tintinna contro i suoi denti. Ti scruta con una specie di ribrezzo, di fascinazione. Moderata incredulit.
Alle superiori? Alle medie, cazzo? Cos piccola? Cristo! Quanti?
Quanti? Mica li contavamo.
Adesso stai ridendo di lui, dell'espressione che ha sulla faccia. Chi li contava? ti piacerebbe sapere.
Q questo era- quando? A quanti anni? Sedici, tipo? Quindici?
Pi o meno. Forse prima. Seconda media? Prima? Ragazze bianche, intendo. Ragazze che si scopavano ragazzi neri. Che non avevano paura.
Non- non avevate paura?
Perch mai avremmo dovuto avere paura? I ragazzi neri erano il massimo.
Io- io credo-  assolutamente- incredibile... Quanti?
Perch avremmo dovuto contarli? Nessuna li contava.  una domanda volgare.
Forse adesso hai esagerato. Volgare non  una parola che normalmente si assocerebbe a Orlando Metti.
Per stai ridendo. Per la prima volta, forse. In una situazione come questa.
Stai mentendo, vero? Ridi di me.
Rido di te? Come puoi pensarlo, Orlando?
Aggrotti la fronte per mostrargli quanto cazzo sei seria. Ma la risata gorgoglia di nuovo in superficie, come bile.
Lo stai facendo?
Facendo- cosa?
Mentire. Ridere di me.
Scuoti la testa, potrebbe essere un no. Potrebbe essere un s.
Misuri la distanza necessaria per scappare, per metterti al riparo dal suo pugno.
Quanto agli uomini, non ragazzi ma uomini di colore, ce ne sono stati undici.
Compreso adesso? Il presente?
N-no... Non in questo momento.
Ma hai esitato, lui l'ha visto. Non  cos ubriaco da non vedere. Ti fa la domanda cruciale. Osserva come reagisci.
Quand' stata l'ultima, allora? L'ultima scopata con un nero?
Non intendi provocarlo. Invece s, intendi provocarlo: fai tutta una scena di contare sulle dita come se stessi calcolando da quanto conosci Orlando Metti.
Be'. Credo... sette mesi fa. All'incirca.
Qui a Catamount Falls?
Ma certo! All'universit.
E lui- state- adesso?
Ti ho detto di no. Adesso no.
C' mai stato qualcosa di serio con uno di loro? Tipo- amore...
Si lecca le labbra perch non  facile. La parola amore ha un suono clinico sulla bocca dell'uomo. Ma lui deve chiedere, deve sapere. Smania di sapere. Il brivido di non sapere quale sar la risposta.
Di nuovo quella vaga inclinazione della testa, forse un no. Oppure... un s.
E- paragonavi- paragoni- un amante nero, agli amanti bianchi...?
Paragonare in che senso? Intendi le dimensioni del pene? Maschio nero, maschio bianco?
Quanto sei diretta, inaspettata: pronunciare la parola pene per disorientare l'uomo che ti sta fissando incredulo.
Poich mai prima d'ora da quando ti conosce sei stata cos schietta. Attratto dalla vergine/Madonna addolorata che ha scoperto addormentata nel suo letto, Orlando Metti fatica a comprendere questa rivelazione.
Asetticamente dici all'allibito uomo che  vero, proprio come temono gli uomini bianchi, il pene dei neri  pi grosso.
Persino un nero relativamente basso, continui, con l'aria di chi  costretto a impartire una scomoda verit, e tuttavia una verit che va detta, avr un pene in proporzione pi grosso rispetto a un maschio bianco.
Davvero!?  proprio cos?
Sorride, un esangue sorriso insincero. Come se la paura dell'uomo (bianco) avesse trovato conferma. Tutto ci che lui temeva si  rivelato un segreto di Pulcinella.
Scoppi a ridere, tutto a un tratto. Una risata di gusto nonostante questo dialogo sia (forse) tutt'altro che divertente, anzi piuttosto pericoloso.
Ecco perch  divertente - il pericolo.
 arrivato il momento di spiegare all'attonito uomo (bianco) che era solo una battuta. Evitare che quel pugno venga sferrato. Che ti colpisca al volto. Ma una battuta che non fa ridere pu essere ugualmente considerata una battuta?
Dover simulare una battuta come hai simulato il sesso chiss quante volte.
Dovresti dirgli In realt non sono mai stata a letto con un nero. Non arrivano a undici gli uomini con cui sono stata a letto. Non li conosco nemmeno, undici uomini.
Invece no, non gli dici questo. Col cazzo che gli dici questo, che spezzi l'incantesimo.
Improvvisamente Metti  livido. Dice Perch non taci, Violet?
Tu stai ancora ridendo. Stai pensando Uccidimi, strozzami. Forza, bastardo.
Taci, taci, taci.
Incombe su di te. Il bullo ti scuote. Ti dice cose volgari. Se avessi un guinzaglio intorno al collo ti trascinerebbe come ha trascinato il piccolo bulldog. Ti getterebbe in una stanzetta, chiuderebbe la porta a chiave.
Eppure non riesci proprio a tornare seria, ti si sta sciogliendo la faccia. Che ridere! L'uomo bianco scandalizzato.
Dovrei strozzarti, Violet. Brutta stronza. Cos la smetteresti di ridere di me.
No. Non basterebbe a farmi smettere.
Risate a crepapelle mentre lui si scaglia su di te, solo che tu non sei pi dov'eri prima.
Sei scattata in piedi. Hai afferrato i vestiti. Le scarpe no, le scarpe le hai dimenticate. Fanculo le scarpe.
Vorrebbe spiaccicarti sul letto. Il letto sfatto e maleodorante. Il suo corpo pesante che schiaccia il tuo, inerme. Spingersi dentro di te il pi in fondo possibile perch le tue parole lo hanno eccitato come nulla lo ha eccitato negli ultimi tempi. Strappare ci che resta dei tuoi indumenti, furioso maschio ribaldo. Non importa se questo maschio ribaldo  di mezza et, se ha la pancetta, le guance cadenti, il respiro corto e affannoso e il cuore che gli batte all'impazzata nel petto. Non importa se non ricorda pi chi sei, quale delle sue donne lo ha indispettito, tradito, snobbato. Tu sei la fica maledetta, la fica da scopare finch non gridi di dolore, il dolore pi delizioso per le sue orecchie; finch non sanguini, perch il maschio ribaldo si  conficcato dentro di te come una spada da samurai che ti trapassa le viscere.
Ma sei troppo veloce per lui! Non ubriaca, con tutti i sensi vigili, sgusci via dalle sue mani maldestre, gli sgusci sotto le mani, argento vivo come una volpe stanata. Nel tuo pugno un candelabro di peltro, dovevano essere diversi minuti che lo adocchiavi su un tavolo l accanto senza coglierne il significato. Dal nulla hai afferrato l'oggetto per brandirlo contro la sua faccia inferocita, giubilante centri la faccia in mezzo agli occhi, non un colpo violento ma sufficiente a sorprendere l'uomo che mai  stato colpito in questo modo, da una che immaginava di poter sottomettere agevolmente. Il suo smarrimento ti d il tempo per vibrare un altro colpo, molto pi forte. Immagini quasi di sentire l'orbita oculare che si spacca, la cartilagine del naso spappolata, vedi l'uomo ansimante perdere l'equilibrio, cadere. Di schianto.
Schizzi di sangue. Lamenti, gemiti. Ma tu non hai piet, senza voltarti nemmeno un istante scendi in un estatico volo i diciassette vertiginosi piani fino a terra, corri fuori nell'aria gelida e aspra - Corro per salvare la pelle.
E ogni volta che pensi a Orlando Metti una perfida risata gorgoglia in superficie come bile.
E ogni volta che pensi a Orlando Metti senti montare qualcosa di simile alla contrizione, una specie di rimorso, rimpianto, non per ci che hai fatto ma per averlo fatto, e perch Metti non ti perdoner, non dimenticher.
Solo questione di tempo, pensi. Prima che venga a snidarti.
Sa dove vivi, ti ha accompagnata a casa numerose volte, prima che ti regalasse la Civic. Conoscerebbe anche i tuoi orari all'universit se non fosse che non ti ha mai ascoltata con attenzione, potrebbe vagamente ricordare che sei al campus il gioved sera.
Ovviamente chiama. Chiamate notturne al telefono speciale. Tu ascolti, e non rispondi.
Diversamente dalla sua ex moglie, Metti non lascia lunghi messaggi.  troppo scaltro per minacciarti. Troppo scaltro per disseminare prove di un'intenzione malevola.
Quello che si limita a dire, in una voce ingannevolmente gioviale,  Ehi, ciao Vi'let. Abbiamo una cosetta di cui parlare.
E poi, ti telefona l'agenzia.
Non Ava Schultz ma il direttore, un certo Dwyer, con il quale non hai mai avuto a che fare. Dwyer  severo, disgustato. Ti informa che Orlando Metti ti ha accusato di furto nel suo appartamento. Sostiene che hai rubato gioielli, capi di abbigliamento, denaro. Se non li restituisci chiamer la polizia e sporger denuncia.
Ti chiedi se  uno scherzo. Ma no, Dwyer parla con il respiro affannoso. Nessuno scherzo.
Protesti fiaccamente: Metti ti ha fatto dei regali. Tutti quegli oggetti erano regali.
Ti ha regalato anche una macchina. Una Honda Civic. (Metti almeno non ti accusa di aver rubato la macchina.)
Il disgustato Dwyer ti ordina di presentarti in agenzia con i regali.
Sali sulla Civic e ti dirigi verso l'ufficio della Maid Brigade. Hai con te i regali che il tuo amante ti ha fatto nell'iniziale esaltazione di desiderio per la vergine/Madonna addolorata: collana di turchesi, braccialetto placcato oro con il gancetto complicato, orecchini da abbinare al braccialetto, splendido foulard di seta rosso firmato Saint Laurent.
Non sai come comportarti con i soldi che Metti ti ha dato nel corso di parecchi mesi. Non hai mai fatto le somme ma ritieni che debbano essere quasi un migliaio di dollari, in gran parte spesi nello sforzo di mantenerti in vita e il resto messi da parte per spedirli a Ethel Johnson il prossimo febbraio.
Le banconote erano regali, o mance? Impossibile distinguere gli uni dalle altre al momento della separazione.
Col cavolo che restituirai le mance a quell'uomo. Mance che ti sei meritata in piedi e sdraiata.
Profondamente in imbarazzo, depositi gli oggetti-regali su un tavolo perch Dwyer li esamini. Ciascuno di essi  evidentemente costoso, di alta qualit. Ogni volta riceverli ti ha dato un brivido. Hai messo la collana di turchesi molto spesso, all'universit; gli altri articoli pi raffinati li hai indossati solo in compagnia di Metti, cosa che gli faceva piacere.
Anzi, se non indossavi un suo regalo te ne chiedeva conto tutto imbronciato.
Dwyer ti crede? Sar la prima volta che Metti lancia accuse contro una delle sue donne delle pulizie? Con infantile veemenza insisti - Non le ho rubate queste cose! No!
Eppure temi che la tua veemenza non sia convincente. Una ragazza realmente innocente sarebbe pi distrutta, forse. Ferita.
Essendo stizzito con te, Dwyer non ha fretta di concederti il beneficio del dubbio. Non ci sono buone ragioni perch prenda le tue difese in disaccordo con un cliente. A te non verr pi chiesto di lavorare per l'agenzia, mentre Orlando Metti  un cliente di riguardo.
Imbarazzante ammettere davanti a Dwyer, che ti pressa con le domande, che s, avevi un coinvolgimento con il cliente.
Coinvolgimento... che significa? Ci andavi a letto?
Mortificazione! Ti sembra che la pelle del viso si contragga dalla vergogna.
S, eri stata avvertita. Eri stata avvertita con estrema chiarezza. Ingenuamente hai fatto di testa tua.
Impossibile sostenere Ma ero innamorata di lui. Pensavo.
Volevo che mi amasse. Si prendesse cura di me.
Quello era stato il desiderio, persino al di l del desiderio di denaro. La speranza che, quando Lionel fosse venuto a cercarti, Orlando Metti ti avrebbe protetta; la tua vita ormai cos cambiata grazie a lui che Lionel non avrebbe nemmeno osato avvicinarsi.
Te ne rendi conto adesso. Quanto  trasparente! Patetico. Eppure, chiss come non te n'eri accorta.
Dwyer ti interroga per quaranta minuti. Cos come Metti si  divertito a umiliarti, adesso si diverte a umiliarti il direttore della Maid Brigade. E tu sei disposta a farti umiliare, sei contrita, avvilita. La paura di essere arrestata dalla polizia, di finire in carcere per furto, incapace di convincere le forze dell'ordine che non sei una ladra, si sta alzando in te come una febbre.
Dici a Dwyer che non vuoi nessuno di quei regali. Li hai indossati di rado, se non in compagnia di Metti. Per favore, pu restituirglieli? Forse questo lo placher.
Dwyer ti guarda con una certa partecipazione. Anche se perlopi lo disgusti.
Ti dice che Metti  molto arrabbiato. Al telefono urlava. Dava l'impressione di aver bevuto. Una gran fortuna per te che non abbia chiamato la polizia immediatamente.
Dwyer ammette che il racconto di Metti  sospetto - sostenere che tu abbia rubato gli oggetti nell'arco di settimane. Se davvero lo avevi fatto, e lui lo sapeva, perch non aveva denunciato i furti subito? Perch aspettare che rubassi una mezza dozzina di oggetti, e solo allora denunciare? E se ti ha regalato la macchina, e il titolo di propriet  a tuo nome, ovviamente non l'hai rubata. Se ti ha regalato la macchina probabilmente anche gli altri erano stati regali.
Dwyer ritiene che la polizia vorr vederci chiaro nella storia di Metti. Accusare una donna di furto. La ex donna delle pulizie. Come storia  sospetta. La polizia inoltre ci penser bene prima di schierarsi dalla parte di Metti, un riccone divorziato che vive da solo nel lussuoso condominio con vista sul fiume e si porta a casa un mucchio di donne. Di sicuro conoscono il tipo.
Di fronte a Dwyer sei docile, mortificata. L'uomo si compiace nel vedere quanto sei mortificata, una ragazza che  stata (per un certo periodo) sessualmente attraente abbastanza da indurre un uomo come Metti a farle regali costosi e a darle chiss quanti soldi in mance.
Adesso non sei cos attraente, lo capisci. Sconvolta dall'accusa di essere una ladra. Hai balbettato cercando di difenderti. Quella mattina ti sei vestita con una fretta da sciattona, ti sei infilata una maglietta sporca, i jeans. Non hai nemmeno pensato a una doccia. Puzzi di colpa. Ascelle fetide. Dwyer ti fissa freddamente, il viso, il seno, la pancia, i fianchi, le gambe. I piedi. E rialza di nuovo lo sguardo, in una lenta valutazione maschile che ti trova carente.
Con spregio ti dice che potresti non piacere nemmeno alla polizia. Si potrebbe ipotizzare che accettassi denaro dal cliente in cambio di sesso, il che ti rende, agli occhi di qualcuno, una prostituta.
Questa infamia tu la accetti, ti spetta. Accettare soldi da un uomo, da qualsiasi uomo, anche se meritati,  una specie di prostituzione. Non intendi contestarlo.
Dwyer dice che i poliziotti non sono stupidi, vorranno vederci chiaro nella storia di Metti. Ciononostante, potrebbero convocarti per alcune domande. Fa una pausa, assaporando la possibilit.
Tu continui a non avere niente da dire a tua discolpa.  tutto vero, terribile. Provi quasi una specie di euforia, per il fatto che questo ostile sconosciuto ti abbia vista cos esposta, cos nuda.
 ora di salutare. E di salutare i tuoi sudati regali perch siano restituiti a colui che te li ha fatti. La Maid Brigade ti licenzia. Nemmeno come lavoratrice part-time sdegnosamente pagata in contanti, in nero, sar gradito il tuo ritorno, sebbene fino all'altro ieri tu sia stata una delle lavoratrici pi diligenti dell'agenzia, mai una lamentela da parte tua n nei tuoi confronti.
Ridendo Dwyer aggiunge: Chiss cos'hai combinato per farlo incazzare cos tanto, Vi'let. Ritieniti fortunata se ha chiamato prima noi anzich la polizia.
Mi ritengo fortunata. S!
Poi per non ci fu un finale chiaro. Perch Metti mi telefon qualche giorno dopo lasciando avviliti messaggi di scuse, ripetendo che non voleva indietro i regali, che c'era stato un tragico equivoco, colpa dell'agenzia.
Visto che non rispondevo al telefono n lo richiamavo si present nel posto dove vivevo, un edificio vittoriano consumato dalle intemperie sul lato nord del vasto campus universitario. Metti aveva visto l'edificio esclusivamente da fuori, e a tarda sera. In qualche modo riusc a entrare e a salire senza sbagliare fino alla mia stanza al primo piano deciso a parlarmi, ma io mi nascosi dietro la porta chiusa a chiave. Violet! Cerca di perdonarmi. Forse ho esagerato un po'. Ma non mi sarei mai aspettato quel genere di comportamento da te. Che mi tradissi. Che andassi a letto con- quegli uomini. Ero convinto di essere l'unico. Cominci a picchiare sulla porta con il pugno.  la tua vita, Violet. Hai il diritto di decidere della tua vita. Lo capisco. Sono un padre, non un carceriere. Una ragazza - una figlia - pu scopare con chi gli pare e piace. Di qualsiasi colore. Lo so. Non sto contestando questo. Ma credevo che me l'avessi giurato. Mi dev'essere sfuggito qualcosa, ero sicuro che me l'avessi giurato. Quando accettavi i miei regali. I miei soldi. C'era un accordo. C' un accordo, se una donna accetta regali e denaro. Tu invece no, tu mi hai mentito. E ciononostante no, non ti sto accusando, Violet. Sei molto giovane. Ma non sei troppo giovane per sapere che certe cose non si fanno. Non finisce qui, Violet. Ci sono troppe questioni in sospeso. Abbiamo molto altro da dirci, cara. Le donne non se ne vanno da me, non cos. Se ne vanno quando glielo dico io - vai. I conti sono ancora aperti, Violet. Troia bugiarda. Apertissimi.
Poi, passi che scendevano le scale. Dietro la porta ero in preda al terrore. Dietro la porta stavo calcolando come scappare dalla finestra, rompendola con una sedia, fuori dalla finestra una scala antincendio tutta arrugginita, magari non avrebbe nemmeno retto il mio peso. E c'erano anche un paio di forbici strette nella mia mano. Ma poi tutto a un tratto Metti si stava ritirando. Dalla finestra vidi l'uomo avviarsi con passo incerto verso la Jaguar parcheggiata di traverso accanto al marciapiede, dove aveva attirato l'attenzione di diversi tizi che ne stavano ammirando la scura, filante forma di missile. Mi chiesi se si sarebbe girato a guardarmi, se mi avrebbe salutato. Se io avrei salutato lui.
E in quel momento pensai Basta.
Invece no, non bastava. Non era (ancora) finita. Perch qualche giorno dopo quando tornai alla casa di Cayuga Street avrei scoperto, sotto il piccolo portico di ingresso, abbaiante e uggiolante mentre mi avvicinavo... Brindle! Il piccolo bulldog francese legato alla balaustra della veranda con un guinzaglio corto, intorno al collo un foulard rosso leggero, malamente annodato tanto che il cagnolino rischiava di strangolarsi.
Brindle! Mio Dio.
Incredibile... Brindle era vivo, e Brindle era qui.
In seguito mi sarei chiesta se Metti dopo il nostro diverbio lo avesse parcheggiato in un canile. Se avesse voluto farmi pensare al peggio, un modo per punirmi.
Mi sarei chiesta se avesse cambiato idea riguardo al sopprimerlo o se in realt nessun veterinario avrebbe mai acconsentito a fare una cosa simile. Se la figlia gli avesse detto definitivamente che non le importava niente di portarsi via il cane.
Brindle impazz di gioia nel vedermi. Il suo corpo tozzo e nano tremolava, si agitava di qua e di l a tempo con il movimento dell'esile coda. L'occhio sinistro era velato ma luminoso. Ansimava, mi ricopriva le mani di saliva.
Oh, Brindle. Che cavolo devo fare con te...
Se in segno di derisione o per chiss quale altro motivo, Metti aveva legato il foulard di seta rosso intorno al collo di Brindle, sopra il collare. Nel suo dimenarsi il cane aveva strappato la delicata stoffa con le unghie, insudiciandola tutta.
Mi chiesi se Metti fosse nelle vicinanze, in osservazione. Non volevo cercarlo con lo sguardo - lui, la sua Jaguar parcheggiata da qualche parte. No. Portai Brindle su per le scale, nella mia stanza. E anche l una sorpresa... una busta piena di soldi, infilata sotto la porta.
Dieci banconote da cento. Mille dollari!
Nessun messaggio, nemmeno una parola. Solo il cane, il foulard, la busta con i contanti. In qualche modo non sembrava (ancora) un finale.
Cos adesso avrei lasciato Catamount Falls. Avrei dato comunicazione all'azienda telefonica, staccato il telefono. (Era Metti a pagare le bollette del telefono: avrebbe visto che avevo disdetto il contratto.) La settimana precedente era finito il semestre di primavera all'universit, presto molti di noi sarebbero partiti per le vacanze. Provai un'improvvisa fitta di rimpianto per quell'altra vita, la vita di cui Orlando Metti non sapeva niente, la mia vita da studentessa che arrivava al campus solo col buio - diffidente, diligente, disciplinata - una giovane donna che si sedeva tra le prime file dell'aula e prendeva appunti come se ne andasse della propria vita.
Caricai sulla Civic il piccolo bulldog francese (in un trasportino di seconda mano: non mi fidavo che se ne sarebbe stato buono sul sedile) e le mie (poche) cose. Lasciando Catamount Falls mi fermai all'agenzia per salutare Ava Schultz, che era diventata la mia unica amica in citt, e per chiedere se avevano avuto ulteriori notizie da Orlando Metti.
Ava non aveva sentito niente. Probabilmente, dopo che avevo restituito ci che sosteneva gli fosse stato rubato, Metti si era tranquillizzato e non avrebbe dato altre grane.
Le chiesi se continuava a essere loro cliente e Ava rispose che s, credeva proprio di s. Sulle mie pulizie Metti non aveva avuto niente da ridire. Aveva sempre pagato le fatture pi o meno puntualmente. Nel corso degli anni, le varie donne che l'agenzia gli aveva mandato erano andate quasi tutte bene. Mai prima di me aveva accusato di furto una di loro.
Devi stare pi attenta, Violet. Che ti sia di esperienza, rise Ava.
Quando le dissi che stavo lasciando Catamount Falls Ava si stup, anche se forse non pi di tanto, tutto sommato. Mi chiese dove sarei andata e risposi che non lo sapevo ancora - Sto solo correndo per salvare la pelle.

La lingua.

... conficcata nella tua bocca per impalarti, sottometterti. La lingua dell'uomo spessa come un serpente, non calda ma curiosamente fredda, viscida. Lingua da maschio predatore pronta a spingere e penetrare fino a soffocarti a morte.
Puttana. Baldracca. Troia bugiarda.
I conti sono ancora aperti.
Oh, Brindle. Smettila.
Una lingua morbida e floscia sulla mia faccia. L'anima del cane  la sua lingua.
Rido, spingo via il piccolo bulldog. La bocca di un cane non  esattamente pulita.
Svegliarsi in questa nuova casa. Sollevata di essere viva.
Caldo precoce di maggio, un sole biancastro cade dritto sul mio viso, non ho ancora messo tende, veneziane. Fuori dalla finestra c' un balcone, una ringhiera che proietta sbarre d'ombra contro i vetri, sul letto, sulla mia faccia mentre sono distesa a letto svegliata dal buffo cagnolino che vuole soltanto baciarmi.
Cinquecento chilometri da Catamount Falls e dall'appartamento nell'alto condominio con vista sul Saint Lawrence grigio acciaio. Non ho ancora fatto i calcoli precisi ma la distanza da South Niagara  pi o meno la stessa. A sud-est della mia citt natale, a sud del fiume Mohawk in una regione collinosa e perlopi rurale dello stato di New York nella quale non ho mai vissuto e dove non conosco nessuno.
Qui, Orlando Metti non mi trover mai. Ne sono certa.
Se fossi rimasta a Catamount Falls l'uomo avrebbe potuto insistere. Per acredine, dispetto. Avrei dovuto trasferirmi da Cayuga Street in un'altra casa in affitto. Ma Metti non poteva odiarmi fino a questo punto, mi conosceva appena. Presto un'altra ragazza/donna avrebbe attirato il suo sguardo. Magari la donna delle pulizie dai capelli biondo chiaro che parlava un inglese con accento straniero.
Tempo pochi mesi e Metti avr dimenticato persino il mio nome. E sicuramente gli far piacere essersi liberato di quello sputo di cane.
 una nuova vita a Mohawk, New York. Una nuova vita interlocutoria.
Non la mia vera vita ma una vita provvisoria. Improvvisata, calcolata.
Lentamente, assiduamente, dall'et di diciotto anni sto accumulando crediti nel sistema universitario statale. Ho avuto molte interruzioni nel percorso di studio. Intere epoche della mia vita sembrano cancellate. Non sono mai stata in grado di frequentare il college a tempo pieno e adesso la sede di Mohawk della State University di New York ha accettato il mio trasferimento nella Scuola per assistenti sociali con ancora solo cinque esami prima della laurea.
A Mohawk, una cittadina di neanche ventimila abitanti, cercher un nuovo modo per mantenermi. Cambier il colore dei capelli riportandoli a una tonalit di marrone pi naturale. Porter il vivace piccolo bulldog francese a fare passeggiate lungo il fiume almeno due volte al giorno e chiss chi incontrer in questo territorio che mi  completamente nuovo.
Che adorabile cagnolino! Di che razza ? Come si chiama?
Un cane  una maschera inaspettata.

Mistero.

Lo conosco! Ma... chi ?
Mi stava venendo incontro lungo il vialetto del campus. La prima mattina del semestre autunnale.
Era di fronte a me, poteva solo intravedermi. Avanzava agilmente nel caos di studenti che pi lentamente percorrevano il vialetto ignari di lui, della sua stessa presenza.
Un uomo dalla pelle scura, giovane eppure di mezza et. Distinto, compreso in se stesso, concentrato sulla propria meta. La borsa di pelle era di un magnifico beige opaco, reliquia di un'altra epoca, chiaramente pesante. Il portamento severo. Qualcosa nella sobriet dei modi e degli abiti, la giacca sportiva di un colore tenue, forse grigio, beige o blu, la camicia bianca fresca di bucato e la cravatta scura e seriosa, mi dava l'idea che potesse essere uno specializzando, con qualche anno pi di me, magari proveniente dall'estero. Gli occhiali dalla montatura di plastica nera e la giacca con le spalline rimandavano a una cultura diversa da quella americana e a uno stile tutt'altro che alla moda. Nessuno studente americano, nemmeno uno specializzando, avrebbe indossato giacca e cravatta, figurarsi venire in universit con la borsa di pelle.
Mi incroci a passo svelto. Sal una rampa di scale, scomparve dentro un edificio di arenaria.
Rimasi impalata a fissarlo alla base delle scale, invasa dallo spasmodico desiderio di seguirlo lungo i gradini... La sensazione di mistero che provi quando sai chi  una certa persona, ne riconosci inequivocabilmente il volto, o meglio l'essenza del volto, il volto (inconfondibile) che hai conosciuto in una vita precedente solo che adesso, nella confusione del momento, nell'eccitato guizzare del tuo sangue, non riesci a ricordare chi sia, o chi fosse.
Al tempo stesso, non ero sicura di volere che mi vedesse. Non era sicura di voler essere costretta a ricordare come mai io e questa persona ci conoscevamo.
Non avrei dovuto sorprendermi se qui a Mohawk mi fosse capitato di incontrare persone conosciute anni prima a Port Oriskany o a South Niagara. Spesso a Catamount Falls avevo incontrato vecchi compagni di scuola che evitavo di frequentare, non volendo ricordare di preciso com' che mi conoscevano, che cosa sapevano di me e della mia famiglia - i Kerrigan.
Vedere nei loro volti quella lampadina che si accendeva -  lei? La ragazza che fece la spia con i poliziotti e mand i fratelli in galera?
Non che sarebbero stati crudeli con me, ma persino la loro gentilezza e la loro partecipazione mi sarebbero state dolorose. La loro compassione.
E anche se questo non era vero, appariva vero ai miei occhi. Come una macchia indelebile che nella realt  stata eliminata, ma della quale la memoria conserva la traccia, l'ombra di una macchia.
Ecco perch in maniera semi-consapevole evitavo la zona del campus dove avevo visto l'uomo dalla pelle scura con la borsa di pelle. L'edificio di arenaria ospitava i dipartimenti di economia, scienze politiche e statistica e io non seguivo nessuno di quei corsi.
Alcuni giorni dopo lo rividi in giro per il campus, sempre con la borsa di pelle. In mezzo agli studenti di triennale vestiti con l'abbigliamento pi casual possibile - magliette, pantaloncini corti, jeans - aveva quasi un'aria di ridicola distinzione in giacca sportiva, camicia bianca, cravatta. Sperai che qualcuno lo salutasse affinch quel volto cos simile a una maschera potesse spezzarsi in un sorriso.
La sensazione di mistero che provi quando non riesci a ricordare un sogno! Persino mentre il sogno non  ancora svanito del tutto.
Rimasi immobile sul vialetto a fissarlo. Riuscendo, quasi, a ricordarmi di lui - ma allora era pi giovane. Se solo si fosse girato, e mi avesse vista, anzich correre sempre via quasi che anche lui desiderasse evitarmi.

Pronto soccorso.

Sulle sue zampette Brindle cercava a fatica di portarmi qualcosa che teneva stretto tra i denti. Sembrava che fosse riuscito a uccidere un animaletto pi piccolo di lui e invece no, era la sacca di jeans che usavo al posto della borsetta, e dentro la sacca c'era un piccolo kit di pronto soccorso.
Non avevo idea di dove mi fossi procurata quel kit il cui contenuto esaminai con animazione crescente: cerotti, un rotolo di garza, flaconcino di disinfettante, forbicine, e poi tagliaunghie, nastro di cerotto (bianco). Compresse per la tosse, pastiglie, crema solare, lucidalabbra. Inalatore spray per l'asma, di plastica rossa. Boccetta di ibuprofene. Spazzolino da denti, minuscolo tubetto di dentifricio.
Che strano! E tuttavia la mia reazione fu di curiosit anzich di allarme, nello scoprire sul fondo nella sacca un coltellino svizzero, una bomboletta da duecentocinquanta ml di pesticida (da usare come spray lacrimogeno in caso di emergenza), un fazzolettino appallottolato secco di sangue e un unico orecchino a conchiglia che di certo non era mio.
Mi venne da ridere, tanto era sconcertante quel tesoro.
Dove hai preso questa roba? chiesi al piccolo bulldog.
Brindle si alz impudentemente sulle zampe posteriori e cominci a leccarmi la faccia. Avevo le mani, le braccia paralizzate, non riuscivo a respingerlo...
E allora mi svegliai bruscamente, di soprassalto. Ovviamente c'era il cagnolino che mi leccava vigorosamente la faccia con la sua morbida lingua pasticciona.
Lo schiacciato muso marrone incombeva su di me come una luna ammantata d'ombra. Occhi sporgenti talmente distanziati da sfolgorare come gli occhi di un pazzo. E quella cavolo di lingua, la viscida lingua ansimante, che mi faceva rabbrividire, tremare, ridere - Brindle, smettila! No.
Ero a letto. In questo nuovo letto leggermente scomodo nella nuova casa di- Mohawk, New York, giusto? Dove il caso mi aveva condotta nella mia terrorizzata fuga da Catamount Falls.
Ricordai in quel momento, mentre i rimasugli del sogno mi lambivano come un rigagnolo d'acqua, che il piccolo inalatore rosso per l'asma apparteneva al mio compagno di superiori Tyrell Jones.
Ma certo! Tyrell Jones.
Avevo mai visto un altro inalatore per l'asma negli anni successivi? Ero sicura di no.
E allora ebbi l'illuminazione: era Tyrell Jones l'uomo dalla pelle scura con la borsa che avevo visto al campus...
Non c'era da stupirsi che anche Tyrell Jones, come me, studiasse qui alla State University di Mohawk. Adesso riconoscevo benissimo il suo bizzarro, inconfondibile portamento, la postura imbarazzata che un ragazzo timido di natura poteva assumere in un contesto scolastico. I capelli cortissimi non erano cambiati molto. Al massimo Tyrell poteva apparire pi robusto, meno ragazzino. Gli occhiali dalla montatura metallica che portava alle superiori e che gli davano un aspetto da secchione erano stati sostituiti da grossi occhiali di plastica nera che gli nascondevano met del viso.
Fu uno choc realizzare che Tyrell doveva avere la mia stessa et - ventisei anni.
Ventisei! Mica pochi. Nel mio caso almeno, tutt'altro che pochi considerando che la mia vita vera doveva ancora cominciare.
Doloroso ricordare che avevo lasciato un bigliettino nell'armadietto di Tyrell Jones - Ti amo.
Che cosa mi era passato per la mente? Non riuscivo a immaginarlo.
Cos giovane all'epoca, sprovveduta e impulsiva. Supponendo una specie di affinit tra me e Tyrell Jones, entrambi tormentati dal professore di matematica il cui nome mi ero sforzata di cancellare dalla memoria.
Adesso mi sembrava significativo che Tyrell Jones studiasse qui a Mohawk. Il fatto che ci fossimo intravisti - perch non avevo dubbi che Tyrell Jones mi avesse notata - non poteva essere fortuito. Pur essendo arrivata a Mohawk pi o meno per caso, in quanto distaccamento della State University disposto ad accettare i miei crediti senza difficolt, non potevo credere che la presenza di Tyrell Jones fosse una pura coincidenza.
Dopo il giorno in cui Tyrell era quasi svenuto nell'aula di matematica, con il respiro mozzato, avevo svolto una sommaria ricerca sull'asma nella biblioteca scolastica, sconvolta e incuriosita. Un'improvvisa infiammazione dei seni paranasali, una sensazione di soffocamento provocata dal polline, esacerbata dallo stress emotivo, in particolare dall'ansia, dalla paura. In una farmacia avevo esaminato gli inalatori, incuriosita e sconvolta. Perch magari un giorno Tyrell sarebbe svenuto davvero e io sarei stata quella, l'unica, che sapeva come salvarlo...
Ricordi che riaffiorarono in me mentre ero distesa nel mio letto a Mohawk, New York. Davvero ero stata innamorata di questo ragazzo, con il quale non avevo mai scambiato una frase di senso compiuto? Nessun altro ragazzo di quegli anni aveva significato qualcosa per me a livello emotivo. Non me li ricordavo nemmeno, gli altri ragazzi. I giovani uomini con i quali avevo avuto relazioni, sessuali, negli anni recenti, tra i quali adesso era compreso anche il pi adulto Orlando Metti, non avevano significato per me quello che aveva significato Tyrell Jones, pur essendo sicura che Tyrell sarebbe trasecolato se qualcuno glielo avesse detto.
O forse no. Forse, vedendomi, ricordando dov' che aveva visto Violet Kerrigan l'ultima volta, Tyrell avrebbe capito immediatamente.
Forza, Brindle! Sei un bulldog - un cacciatore.
Stavo percorrendo con Brindle i circa due chilometri fino al campus universitario nonostante quella mattina non avessi lezione. Nell'edificio di arenaria dove intendevo visitare i dipartimenti di economia, scienze politiche e statistica mi imbattei invece, nel primo dipartimento, in una casella postale appartenente a JONES, TYRELL M.
Dunque Tyrell Jones non era uno studente. Nemmeno uno studente di specialistica. Tyrell Jones faceva l'assistente, apparteneva al corpo docente.
Quanto rimasi stupita da questa rivelazione. Che imbarazzo, che vergogna! Mentre io avevo seguito corsi universitari per anni, mollando, trasferendomi, ricominciando da capo, ondivaga e incerta come una barca senza remi e timone in balia di un fiume impetuoso, sprecando la mia giovinezza, Tyrell Jones aveva tenuto la barra dritta sulla rotta. Aveva conseguito un PhD, o cos immaginai. Era entrato nel corpo docente di una rispettabile sede della State University di New York e insegnava una materia di cui io non conoscevo praticamente nulla - economia.
Ero orgogliosa di lui. Ero contenta per lui. Stavo quasi per mettermi a piangere.
Non vedevo Tyrell Jones dalla cerimonia di diploma alla Port Oriskany High School. Come me, si era meritato una borsa di studio di quattro anni per una delle universit statali. Come me, aveva ricevuto premi scolastici fra cui uno di matematica.
Mi torn in mente che, dopo il repentino addio di Mr. Sandman, per portare a termine il semestre la scuola aveva assunto una supplente. Nonostante i voti alt Tyrell non era stato selezionato da Mr. Sandman per il club di matematica, ma Ms. Frankl, la supplente, aveva rimediato all'ingiustizia; e all'ultimo anno di superiori, i sei o otto (me compresa) membri del club avevano eletto proprio lui come presidente. Che bello, pensai. Tyrell Jones non aveva subito danni (evidenti) dal razzista Sandman. Forse, diversamente da me, Tyrell era riuscito a dimenticarlo.
Che amore di cagnolino, esclam la segretaria del dipartimento rivolgendo a Brindle un sorriso, come facevano tutti quelli che incontravano l'esuberante piccolo bulldog. E alzando lo sguardo verso la mia faccia: Di che razza ?
Glielo dissi, come facevo ogni volta che me lo chiedevano. Numerose persone ogni giorno, sconosciuti che rivolgevano sorrisi allegri al cagnolino, e anche a me, con un calore che altrimenti non avrebbero mai pensato di riservarmi.
In questo modo si stringono inattese amicizie. Inattese alleanze, siglate da un ingenuo e sentimentale affetto verso un bulldog nano dagli occhi sporgenti e incredibilmente distanziati, il quale aveva finito per adorare questo suo ruolo pubblico tanto da supplicarmi, tirando il guinzaglio, attenzioni sempre maggiori.
La segretaria con cui avevo appena stretto amicizia attacc bottone. Mi disse, quando le chiesi del professor Jones, che era arrivato l'anno scorso a Mohawk ed era una persona molto gentile e tranquilla. Si interruppe come se avesse altro da aggiungere ma si guard dal farlo.
Il professor Jones  forse il primo insegnante di economia nero qui a Mohawk? chiesi ingenuamente.
Caspita, mi- mi sembra proprio che lo sia, s. La donna aggrott la fronte. Forse le era parso indelicato anche solo notare che il nuovo assistente fosse un nero.  un 'nuovo incaricato' - il dipartimento riceve una speciale sovvenzione statale per favorire le assunzioni 'tra le minoranze'. Sei una sua studentessa?
No. Una vecchia amica dai tempi delle superiori.
Davvero? E dove?
Port Oriskany. Eravamo nella stessa classe di matematica.
Hai la sua stessa et? Sul serio?
Gli occhi della donna vagarono su di me, increduli. Con il mio abbigliamento casual, le gambe scoperte e i piedi nudi infilati in un paio di sandali non dovevo sembrare affatto una coetanea del professor Jones.
Gli lasciai un biglietto nella casella di posta - Ciao, Tyrell! Ti ricordi di Violet Kerrigan, delle superiori? Il mio numero qui a Mohawk -
Sulla via del ritorno con Brindle che tirava il guinzaglio provai una felicit cos intensa e improvvisa da fare spavento. Avevo piazzato una scommessa che non poteva che essere vincente. Perch se Tyrell Jones non mi avesse telefonato sarebbe stata probabilmente una cosa positiva: avrei potuto seriamente innamorarmi di lui, o lui di me, e uno dei due, o entrambi, avrebbe potuto finire per soffrirne; se invece Tyrell mi avesse telefonato, e ci fossimo visti, e fossimo diventati amici, o forse pi che amici, questa avrebbe davvero potuto essere la fortuna pi grande delle nostre vite, ancora pi preziose se fossero state condivise.

Ha dato.

Penso sia giusto avvertirti, Violet. Lionel  fuori.
Non aveva mai ottenuto la libert vigilata. Aveva scontato la pena massima fino in fondo. Nel gergo, aveva dato.
Notizia che non dovrebbe sorprendermi. Notizia che mi aspettavo.
Notizia che mi fa deglutire, forte. Cercare un posto dove sedermi, le ginocchia che vacillano...
Notizia che sono decisa a interpretare come una buona notizia.
Poich mio fratello ha dato, non ha alcun obbligo di vedere un agente per la libert vigilata. Non ha alcun obbligo di presentarsi da un soggetto rivestito di autorit, nemmeno uno psicologo o un terapeuta. Non ha alcun obbligo di evitare la compagnia di altri ex detenuti o di cosiddetti notori malviventi. Non ha alcun obbligo di vivere all'interno di una determinata area territoriale,  libero di vivere dove gli pare senza alcuna sorveglianza da parte delle autorit penitenziarie perch non  pi affidato a loro.
Se mio fratello dovesse essere fermato dalla polizia per droga, possesso di armi da fuoco, eccesso di velocit, disturbo della quiete pubblica, non verrebbe immediatamente rispedito in galera come succederebbe se fosse in libert vigilata perch,  un aspetto cruciale da comprendere, Lionel non  in libert vigilata. Lionel ha dato.
Con voce euforica Katie mi ha reso noti questi dettagli. Mi ha reso noto che nostro fratello Lionel  tornato a South Niagara. Vivr con mamma e pap nella loro nuova casa finch non si sar trovato un lavoro, dopodich magari prender una casa per conto suo.
Tredici anni  stato in carcere! Tredici anni di vita ha perso.
Incarcerato nel maggio del 1992. Liberato nel maggio del 2005.
Ovviamente non  tutto rose e fiori. Lionel - ecco, Lionel  chiuso.
Si rintana nella sua camera (mansardata). Sta alzato fino a tardi a guardare la tv (al pianterreno) o a giocare ai videogame (di sopra). Dorme tutta la mattina. Non usa mai il telefono. Non ha ripreso i contatti con i vecchi amici. Non sa nemmeno se vivono ancora a South Niagara. A volte consuma i pasti in camera sua, specie se mamma ha invitato ospiti a cena - parenti che vogliono rivedere lui, o la stessa Katie.
Dategli tempo a quel povero ragazzo, dicono tutti.  traumatico uscire da un carcere di massima sicurezza dopo tredici anni, specie se ne avevi appena diciassette quando ci sei entrato.
Quasi met della sua vita dentro.
Tra familiari, parenti, amici la convinzione generale, mai pi presa in esame, men che meno messa in discussione,  che le confessioni di Lionel e Jerome Jr. siano state pilotate. Dipartimento di polizia di South Niagara, procuratori dell'accusa. Processati e condannati dai media, presi di mira per il fatto di essere bianchi. Convinzione generale  che la sorella minore Violet abbia influito sulle condanne. Per qualcuno addirittura, la sorella minore Violet aveva influito sul fatto che Lionel si sia visto negare tutte le richieste di libert vigilata presentate nel corso di tredici lunghissimi anni.
Lo sai che non  vero, Katie. (Cercando di parlare con calma.)
Io s, lo so che non  vero, dice Katie. Cerco di spiegarlo se salta fuori il discorso...
Lo pensa anche Lionel? (Devo chiederglielo.)
Oh Dio! Katie ride. Va' a sapere cosa pensa Lionel di qualsiasi argomento! Non si pu certo dire che parliamo.
Mamma continua a meravigliarsi del fatto che Lionel sia diventato cos cortese. Niente a che vedere col ragazzo maleducato e chiassoso che era...
Bello.  bello che Lionel sia diventato cortese.
Ho trovato il coraggio di chiamare mia sorella come faccio a intervalli di qualche mese. Per sentirla. Giusto per chiederle al volo come sta. Come stanno mamma e pap. E Miriam, e Rick. E Les.
Questi fratelli, lontani da me come vecchi compagni di scuola che conoscevo appena.
Katie  la mia amica del cuore. Katie  il mio anello prezioso, l'unico legame con la mia vita perduta. Miriam si  fatta distante, distratta; Miriam non mi invita a chiamarla, assorbita com' dalla routine quotidiana - figli piccoli, un marito ambizioso. Mai in vita mia ho parlato al telefono con Les o con Rick. Ho spedito loro cartoline come le ho spedite agli altri membri della famiglia Kerrigan ma (prevedibilmente) non mi hanno mai risposto.
Avrei paura a chiamare uno di loro due, sono stati aizzati contro la sorella-spiona e hanno finito per odiarmi quanto mi odiavano Jerr e Lionel.
Ovviamente pap sta aiutando Lionel a trovare un lavoro. Pap ha agganci ovunque in citt, gente che gli deve favori. A Marcy, Lionel ha studiato matematica finanziaria, contabilit, inglese; ha fatto esperienza come meccanico, saldatore, muratore, carpentiere. Competenze necessarie nel mondo del lavoro. Per un lavoro con la paga decente. (No: non da idraulico. Mai avuto il minimo interesse per fare l'idraulico.)
Che faccia ha Lionel adesso? Non oso chiederlo.
Una cosa, Vi'let, Lionel non ha chiesto di te. Perci magari non preoccuparti, ok?
Non ha chiesto?
No. Non avrebbe certo chiesto a me, ma me l'ha detto la mamma, ha voluto farmelo sapere in modo (magari) che lo riferissi poi a te.
Per questa rivelazione, questa mollichina che mi  stata offerta, il mio cuore sussulta. Ha voluto farmelo sapere in modo (magari) che lo riferissi poi a te.
Mamma, perci, sa che ci sentiamo al telefono?
Be'- difficile dire quello che la mamma sa o non sa. Come pap, nessuno dei due parla mai di te.
Ok. Grazie.
Cio, voglio dire- non  una novit, vero Violet? Dopo tredici anni?
No. Hai ragione.
Senti, mi dispiace di- vabbe'. Ma visto che me l'hai chiesto. Te l'ho detto. Il fatto  che mamma sotto sotto sa che siamo in contatto e mi ha detto chiaro e tondo che Lionel non ha mai chiesto di te. Perch avrebbe dovuto dirmelo, se non pensando che (magari) te lo avrei riferito?
Non mi viene nulla da replicare. Mi asciugo le lacrime mentre Brindle, accanto a me sul divano, si alza sulle zampe posteriori per leccarmi avidamente il viso.
Brindle, no! Smettila.
Katie mi chiede cosa sta succedendo. Chi - Brindle?
Brindle  un cane che si  ritrovato a vivere con me, le spiego.
Tu hai un cane? Davvero, Violet? Come mai?
Il suo padrone non lo voleva. Era in pericolo di vita.
Che genere di cane? Katie sembra sorpresa, un po' invidiosa. Ma soprattutto sollevata dal fatto che la conversazione sia scivolata su un argomento meno spinoso.
 piccolissimo. Un bulldog nano.
Bulldog! Non sono orribili?
Brindle mi spinge col muso, agitando l'esile coda. I suoi grandi occhi sporgenti risplendono come due neon di luce nera.  orripilante, il piccolo bulldog, o- bellissimo? Da cos vicino, con Brindle che mi ansima in faccia, che mi lecca la faccia,  impossibile dirlo.
Katie mi spara a raffica altre domande. Tra noi lo stupore per il fatto che Violet abbia un cane, che Katie non avesse idea che Violet ha un cane, che le sorelle sappiano cos poco l'una dell'altra.
Mi chiede della Mohawk University, quali corsi sto seguendo. Perch sono andata via da Catamount Falls, se mi piace vivere a Mohawk. Lei ha fatto qualche ricerca in internet ed  rimasta colpita dalla citt, una specie di meta turistica, la valle del fiume Mohawk, le cantine vinicole, i Finger Lakes. Certo, Mohawk  molto piccola - appena seimila abitanti se si esclude la popolazione universitaria.
Aspetto che mi chieda se mi sono fatta amicizie qui a Mohawk. Qualche amicizia speciale.
Ma Katie non me lo chiede, forse per discrezione, immaginandomi sola come a South Niagara la gente immagina che io debba essere, e mi meriti di essere, nel mio non volontario esilio.
Katie non me lo chiede e io non glielo dico.
Ho un carissimo amico qui a Mohawk. Un vecchio compagno di superiori di Port Oriskany. Cosa ci sia fra di noi  difficile da spiegare perch in gran parte  silenzio.
 stata una conversazione piacevole, penso dopo che Katie ha riagganciato. Sto tremando, ma del resto tremo sempre quando chiamo mia sorella, e stasera  peggio del solito ovviamente dato che finalmente  arrivata la notizia, inevitabile, prevedibile eppure devastante come un gas tossico che si diffonda sibilando per tutta la casa: Nostro fratello Lionel  libero, ha dato.

L'equivoco.

Ne era sicuro: qualcuno lo seguiva.
Usc dallo Shamrock verso le undici di sera, diretto alla macchina. Il parcheggio dietro il bar talmente pieno che aveva dovuto parcheggiare dall'altra parte della strada, nel parcheggio della Bank of Niagara a quell'ora deserto.
Consapevole della loro presenza alle sue spalle. Stavano bisbigliando, parlavano di lui. Risate attutite come tuoni lontani.
Pensava di averli gi visti, per strada dalle parti del cinema. Un gruppetto di ragazzini neri. Solo che questi gli sembravano pi grandi, pi alti.
Quel senso di costrizione al cervello. Sentiva il flebile bum bum bum come se qualcuno stesse usando un martello in lontananza e invece (aveva detto il dottore) era il battito del suo stesso sangue, nel cervello.
Jerome era stato monitorato per ventiquattro ore, costretto a indossare intorno al braccio sinistro, sotto i vestiti, un bracciale per la pressione che si contraeva dolorosamente ogni mezz'ora durante il giorno e ogni ora di una notte interminabile, e la diagnosi era stata che soffriva di un disturbo chiamato ipertensione. Certo, sapeva benissimo di cosa si trattava. Tutte le persone anziane che conosceva soffrivano di ipertensione. Oltre a un'altra mezza dozzina di malanni suo padre il vecchiaccio aveva sofferto anche di ipertensione ma era vissuto fino a- quanti anni? ottantasette? Ci aveva dato dentro fino al giorno della morte. Vecchio stronzo cocciuto, non aveva mai voluto rinunciare al whisky.
Jerome da allora aveva ridotto il consumo di alcolici, in parte. Aveva ridotto il consumo di sale. (Lula adesso usava il sale a basso contenuto di sodio, per cucinare. Ecco perch adesso il cibo non sapeva pi di niente.) Quanto al fumo, aveva diminuito gi da tempo, le sigarette costavano un occhio della testa e in pi lo facevano tossire come un dannato, la mattina. Le pillole per l'alta pressione sembravano giovargli. Riteneva che le pasticche gli avessero giovato ma aveva finito la scatola e non le aveva pi riprese. Da un anno non tornava dal cardiologo. Se a volte il bum bum bum lo teneva sveglio di notte o se gli capitava di avere il fiatone dopo aver fatto le scale decideva di fissare un appuntamento ma poi l'indomani, con tutte le distrazioni, non trovava mai il tempo. Se ne avesse parlato con Lula glielo avrebbe fissato lei al posto suo, se lo sarebbe segnato sul calendario in cucina, lo avrebbe assillato affinch non lo annullasse, ma lui con Lula aveva sempre evitato di parlarne proprio per quella ragione (l'assillo) e oltretutto adesso stavano attraversando uno di quei periodi in cui non si rivolgevano la parola dopo che lui aveva (a quanto pareva) ferito i suoi sentimenti per qualche questione banale, e col cazzo che avrebbe fatto pace visto che la questione era talmente banale che non si ricordava nemmeno di cosa cazzo si trattasse.
E non gliene fregava un accidente, proprio un cazzo di niente, che la donna fosse convinta di punirlo.
Oh, fanculo, s che gli fregava. Bruciava eccome quando sua moglie si girava dandogli le spalle. Lula tra l'altro, lui lo sapeva, non stava molto bene ultimamente. I figli erano ormai andati via di casa tutti quanti, erano rimasti solo loro due ma col cazzo che lui si sarebbe calato i pantaloni.
C'erano state altre donne. Non era stato fedele a Lula. Nessuno degli uomini, dei mariti che conosceva, con cui era cresciuto, vecchi compagni di scuola, non uno di loro era stato fedele alla propria moglie e (ciononostante) la maggior parte dei matrimoni erano durati. Loro erano cattolici, i matrimoni duravano anche quando l'amore si consumava, si sfilacciava come un tessuto lavato mille volte dal quale le macchie non vanno pi via. Finch morte non ci separi - cazzate come tutto ci che riguardava la Chiesa eppure, lui e Lula stavano insieme.
Ci che li aveva tenuti insieme era il perdono di Lula. E ci che permetteva a lei di perdonare era l'amore.
Il punto debole della donna, l'amore a prescindere. L'amore senza dubbi. L'amore come ossigeno che aspireresti anche da una cannuccia sporca e rotta, per il quale ti metteresti in ginocchio nel fango, qualsiasi cosa pur di sopravvivere perch senza di lui non puoi vivere.
Lula non lo avrebbe lasciato andare, cos aveva detto. Quando si era scoperto che frequentava un'altra e non aveva intenzione di chiederle scusa. Poteva anche cercare di farsi odiare ma persino in quel caso, persino se fosse arrivata a odiarlo, non lo avrebbe lasciato andare. Quello era amore.
Attravers la strada per evitare i ragazzotti neri. Dovevano essere cinque o sei. Non che avesse paura di loro. Camminava veloce. Non troppo veloce. Una macchina parcheggiata in doppia fila poco lontano, sportello aperto. Musica rap a tutto volume, fastidiosa. Musica da straccioni, non si capivano nemmeno le parole. Di sicuro infamavano i bianchi. Prendevano per il culo i bianchi. Aveva la chiave della macchina tra le dita che erano diventate fredde come ghiaccio. Giunse un grido: Ehi mister!
Era gi successo che qualche gang di neri lo prendesse di mira. Era una cosa voluta, premeditata. Avevano preso di mira i suoi figli Les e Rick che non c'entravano niente con quello che era successo a Hadrian Johnson ma chi cazzo se ne fregava, a nessuno fregava un cazzo della vera giustizia.
Questi straccioni dovevano sapere chi era lui, per forza. Non era passato un giorno nella sua vita a South Niagara, dopo tutta quell'esposizione mediatica, i KERRIGAN nei titoli per settimane, senza che met della popolazione nera della citt sapesse chi era lui. Di chi era il padre.
Subito dopo che Jerome Jr. e Lionel si erano dichiarati colpevoli di omicidio preterintenzionale ed erano stati condannati al carcere erano iniziati gli atti vandalici. Finestrini rotti nella macchina di Jerome parcheggiata nel vialetto, pneumatici tagliati. Sassi lanciati contro la facciata della casa, spazzatura rovesciata sul prato. Vetture che sfrecciavano di notte davanti alla casa, grida, minacce. Jerome era stato costretto a sorvegliare la propriet con un fucile (preso in prestito). Lui, Les e Rick, alcuni dei loro amici. Armati e pronti con i fucili. I vigilantes di Black Rock Street, cos si erano ribattezzati. Tizi (bianchi) di altri quartieri, alcuni totalmente sconosciuti ai Kerrigan, si erano offerti volontari per proteggerli dai loro nemici. Se uno di quelli mette piede sulla mia propriet ho il diritto di ammazzarlo: queste le parole di Jerome Kerrigan riportate dai giornali, in realt riportate a sproposito perch lui aveva detto un'altra cosa, ne era sicuro: Se qualcuno mette piede sulla mia propriet per aggredire me o la mia famiglia ho il diritto di ammazzarlo.  la legge.
C'era stata una macchina del Dipartimento di polizia di South Niagara parcheggiata di fronte alla casa, per un paio di settimane. Due agenti. I ragazzi, Les e Rick, dovevano comunque andare a scuola, la povera Katie aveva cominciato a strapparsi i capelli dall'ansia.
Lula aveva il terrore di dormire in quella casa. Il terrore che venisse data alle fiamme, che potessero morire nel sonno. Aveva preso con s Katie e per un po' erano state ospiti di certi parenti in un altro quartiere finch le acque non si erano calmate, nel giro di qualche settimana.
Sarebbe stato meglio se lo zio di Jerome, Tom Kerrigan, se ne fosse tenuto fuori. E invece il vecchio, sanguigno Tommy Kerrigan era tornato sotto i riflettori affrontando una campagna elettorale - di nuovo - e vincendola - di nuovo. Pensavi che quel vecchio volpone bastardo si fosse ritirato dalla politica e invece no, era tornato in campo pi veemente ed energico che mai, aveva vinto le primarie repubblicane con una campagna basata su ordine e legalit, equo trattamento di tutte le razze - tradotto: a South Niagara come nel resto degli Stati Uniti i bianchi erano bistrattati, i suoi stessi nipoti erano stati vittime del razzismo nero, perseguitati perch di pelle bianca. Tommy Kerrigan aveva fomentato un tale risentimento che South Niagara si era praticamente spaccata in pro-Kerrigan e anti-Kerrigan. Tommy Kerrigan non aveva fatto nomi perch non era nel suo stile ma era implicito che certi leader di colore, certi ministri della chiesa di colore, certi politici bianchi progressisti fossero i responsabili del madornale fallimento della giustizia che aveva mandato i suoi nipoti in carcere.
Ma ormai erano passati anni. A South Niagara la situazione era tornata alla normalit. Tom Kerrigan si era finalmente, definitivamente ritirato dalla politica. Doveva avere pi di ottant'anni. Viveva a Naples, Florida, con la moglie (molto pi giovane di lui) e si diceva fosse stato ridotto all'invalidit da una serie di ictus. Uno dei suoi protetti repubblicani per era membro del Congresso e un altro si preparava a correre per un seggio al senato dello stato di New York. Jerome Kerrigan non riusciva a sfuggire all'ignominia del proprio cognome.
Una maledetta ingiustizia, lui che aveva sempre avuto amici di colore. Reduci di guerra come lui. Per venti e passa anni le questioni razziali non erano mai entrate nei loro discorsi e poi, all'improvviso, avevano smesso di frequentarsi.
Ecco perch la sua maledetta pressione era alta. Solo pensarci era come stuzzicare un dente dolorante. E poi i soldi. Sempre i soldi.
Al lavoro quel giorno si era sentito frastornato dal primo mattino fino a tardi. Un senso di costrizione alla testa. Pulsazioni martellanti. Forse non era stata una buona idea fermarsi a bere un drink ma ne aveva assolutamente bisogno. Inoltre lo Shamrock era un bar dove Jerome Kerrigan era conosciuto. Per la persona che era, non per il cognome o per lo zio del cazzo. Al bancone, il familiare, rassicurante incantesimo delle lamentele. I discorsi dei suoi amici tali e quali ai discorsi che un tempo ascoltava dalle persone pi anziane di lui. Una specie di armonia, nelle lamentele. Politicanti, sindacalisti corrotti. Il sindaco del momento, il governatore del momento. Il presidente degli Stati Uniti. Jerome poteva contarci, conosceva praticamente tutti i frequentatori maschi dello Shamrock al di sopra di una certa et. Alcuni di loro erano vecchi compagni di scuola. Era uscito con le loro sorelle, le loro mogli - moltissimi anni prima. I suoi figli frequentavano i loro figli, o li avevano frequentati in passato. Con ognuno di loro aveva avuto diverbi ma non avrebbe saputo dire a che proposito, nella maggior parte dei casi. C' un numero fisso di persone che conosci, non puoi litigare con tutti, devi mollare, perdonare. Di certo dimenticare.
Erano argomento tab, fra quegli uomini, le delusioni provocate dalla famiglia. Potevi lamentarti di quel vecchio ubriacone di tuo padre ma non di tua moglie - non sul serio. Una battuta, una battuta anche pesante, era tollerata ma niente di troppo personale, di troppo privato. Nulla sulla salute della moglie. Prova ad accennare alla chemio ed ecco che gli occhi del tuo miglior amico si spengono all'istante. Parlare dei figli poi, dei figli cresciuti e di come se la passano - praticamente proibito.
Se li ami gli succede qualcosa di terribile. Ma se smetti di amarli il dolore  persino pi forte, come se ti strappassero un braccio.
Mai perdonare Violet. La sua piccola Violet Rue.
Piuttosto avrebbe perdonato Jerome Jr. e Lionel, ma lei no. I maschi avevano fatto scelte stupide. Bere era stata la scelta stupida e fatale - ogni decisione sbagliata quella notte era stata conseguenza del bere.
Vizio di famiglia. DNA irlandese. Lo sapevano tutti: bere ti ubriaca e l'ubriachezza ti rimbambisce.
Anche se erano sobri, quando gli avevano mentito. A lui. Sostenendo che si erano spaventati, che non avevano saputo cosa fare, che erano scappati in macchina presi dal panico, e in seguito implorandolo di perdonarli tanto che lui alla fine li aveva perdonati, pur provando disgusto per loro, come lo provava adesso a ripensarci. Il suo dolore per la morte di Jerome Jr. era stato contaminato da questo disgusto e dalla furia del disgusto per il fatto che i suoi figli, i suoi figli pi grandi, lo avessero tradito fino a quel punto.
Ma la femmina non aveva mai chiesto scusa. Non aveva mai chiesto di essere perdonata. Voleva essere amata come se fra loro non fosse successo nulla.
Aveva il cuore lacerato, il tradimento di sua figlia era una ferita ancora aperta a distanza di anni. Perch era quella che aveva amato di pi.
Non tanto perch avesse parlato con la polizia dei suoi fratelli, ma perch non si era rivolta prima a lui, non l'aveva detto prima a lui. Insieme avrebbero stabilito cosa fare. Lei invece aveva agito in maniera sconsiderata, senza consultarlo. Senza consultare suo padre.
Era andata fuori dalla famiglia, quello era il peccato imperdonabile. E abbastanza grande da saperlo, mica una bambina.
Pensando a questo, al tradimento subito da sua figlia, si sent il cuore come lacerato di nuovo, non riusciva a sopportarlo. Il respiro si fece pi corto, una morsa sembrava stringergli il petto. La sua rabbia, la sua furia... si concentrarono in un pugno agitato.
Ehi mister, tutto bene?
Era in ginocchio. La chiave della macchina gli era scivolata dalle dita gelide. Le pulsazioni sempre pi forti, pi forti - si inclin in avanti sull'asfalto con un grido strozzato mentre i ragazzi si avvicinavano cautamente, gli occhi fissi su di lui.
Mister? Ehi?
Sar ubriaco?
Ha qualcosa che non va, guardate- la faccia...
Lo circondarono circospetti. Un uomo bianco, un uomo anziano a quanto pareva, sarebbero stati incolpati di averlo aggredito, di avergli rubato il portafogli. Ma non potevano lasciarlo l con il respiro affannoso e cos uno di loro corse nel bar gridando c' un uomo che  caduto qua fuori, chiamate il 911, un'ambulanza.
Quando l'ambulanza arriv, nemmeno uno dei ragazzi di colore era rimasto nei paraggi. Se l'erano squagliata chi con la macchina chi a piedi, il pi alla svelta possibile.
Arrivano poliziotti bianchi, vedono un gruppetto di ragazzi neri e un uomo bianco a terra in mezzo alla strada, sospettano subito il peggio. E se poi provi a scappare, rischi una pallottola nella schiena.

Il ritorno.

Tranquilla, mi ha detto Katie con voce incerta.
Mi sto chiedendo cosa intendesse con tranquilla.
Tranquilla in caso volessi tornare a South Niagara. Ospite da lei e la sua famiglia.
Per la mia prima vera visita da oltre tredici anni. Una settimana, due settimane?
Tranquilla in caso mamma dovesse accettare di incontrarmi, che  tutto quello che voglio.
Perch pap  morto. (Mi viene difficile pronunciare queste parole - Pap  morto.)
Tranquilla adesso - perch pap  morto, e l'acredine  morta con lui. Si spera.
O forse Katie intendeva tranquilla in caso volessi tornare a South Niagara nonostante nostro fratello Lionel sia stato scarcerato e viva l. Tranquilla - Lionel non mi ammazzer.
Si spera!
Al telefono avevamo pianto insieme. E vedendoci, per la prima volta da anni, ci siamo abbracciate, forte. E abbiamo pianto.
Oh, Violet! Mi dispiace tanto.
Mi dispiace tanto di averti tagliata fuori dalla mia vita. Mi dispiace tanto di aver cessato di volerti bene.
In quell'istante ho perdonato mia sorella. Ovviamente.
Non sembravamo donne adulte agli occhi l'una dell'altra. Piangendo nostro padre eravamo di nuovo bambine come se il tempo non fosse passato.
Gli anni che ci avevano allontanate. Mia sorella era stata la mia amica pi cara e adesso era sposata, aveva avuto una bambina senza di me. Quasi senza che io lo sapessi. Come era possibile?
Adesso Katie sarebbe tornata a essere mia sorella. Impossibile equivocare il sollievo sul suo volto, la felicit nel vedermi, nel correre a salutarmi, ad abbracciarmi, mentre arrivavo alla guida della Civic, sbirciando attraverso il parabrezza gli indirizzi in una zona poco familiare di South Niagara - West Cabot Road.
Oh mio Dio, Vi'let... sei proprio tu.
Ridendo, nelle braccia l'una dell'altra. Lacrime che risplendevano sui nostri visi roventi come acido.
Avevo saputo la (scioccante, tardiva) notizia da zia Irma. Mio padre era morto per un ictus massivo la settimana precedente. Ultimamente beveva molto, si diceva. Alcuni sconosciuti lo avevano trovato riverso a terra davanti allo Shamrock e avevano chiamato l'ambulanza, ma non ce l'aveva fatta a superare la notte.
Sia Katie sia Miriam avevano cercato di contattarmi ma avevano numeri di telefono vecchi. Ricordando che mi ero trasferita alla State University di Mohawk Irma era riuscita a mettersi in contatto con me tramite la segreteria studenti, non senza difficolt. Oh Violet. Ho una brutta notizia...
I parenti erano sotto choc. Jerome era morto all'improvviso, senza alcuna avvisaglia - cos giovane, a soli sessantaquattro anni.
Io invece avevo pensato - lo stress della vita di pap! Le sue liti, le sue antipatie. Si era consumato a forza di combattere nemici.
Per tredici anni, un figlio in carcere. L'altro figlio, il maggiore, ucciso nello stesso carcere. La figlia che lo aveva tradito. Impossibile sopravvivere alla vergogna, all'ignominia, se sei un uomo d'orgoglio. Ogni giorno c' qualcosa che te lo ricorda. Ogni giorno  avvelenato.
Eppure, avevo ostinatamente creduto che pap avrebbe ceduto e mi avrebbe perdonata, prima o poi. Purch fosse una sua scelta e non glielo imponesse nessuno poteva anche essere possibile.
Che un giorno gli venisse il ghiribizzo di chiamarmi. Invitarmi.
Ehi Violet Rue! Mi sei mancata da matti.

Nel giardino di mia madre.

Katie insiste s, s, tranquilla.
Ovviamente l'ha preannunciato a mamma. E mamma mi aspetta.
Non nella casa in cui sono cresciuta al 388 di Black Rock Street ma in una pi piccola nello stesso quartiere, a meno di un chilometro di distanza.
Sono nervosa! Mi asciugo i palmi sudati contro i jeans.
Ci sto andando in macchina, da sola. Nel bagagliaio della Civic ci sono alcune piante in vaso per il giardino di mia madre, che Katie mi ha aiutato a scegliere in un vivaio della citt.
Secondo Katie  meglio che ci vada sola. La prossima volta verr anche lei. Ma la prima volta Solo voi due.  meglio cos, secondo me.
Mi rincuora, il fatto che Katie dia per scontato che ci sar una seconda visita. Che mamma sar contenta di vedermi, e avr voglia di vedermi ancora.
Katie mi ha avvertita di non lasciarmi spaventare dall'aspetto di nostra madre. Cinque mesi fa si  sottoposta a un intervento per rimuovere un piccolo nodulo sotto il braccio, vicino al seno sinistro. Il tumore era allo stadio 3, la metastasi si era estesa a diversi linfonodi. Ma l'operazione  andata bene, radiazioni e chemioterapia sono andate bene, le restano solo poche settimane di terapia.
Tutto questo mi  nuovo. Un altro choc. Katie mi ha assicurato che mamma non aveva voluto far sapere del tumore quasi a nessuno. A lei l'aveva detto, naturalmente. L'aveva detto a Miriam. E a pochi parenti, amici stretti. Non l'aveva detto invece a sua sorella Irma, non voleva che Irma venisse a trovarla, ne facesse una tragedia. Farne una tragedia era ci che Lula temeva di pi.
Ovviamente non l'aveva detto ai ragazzi. Les, Rick. Lionel.
Se fosse riuscita a tenerlo segreto anche a pap l'avrebbe fatto. In effetti gli aveva tenuta segreta la reale gravit degli effetti collaterali, dormiva di giorno quando lui era al lavoro in modo da avere le forze per preparare da mangiare la sera e gestiva il proprio appetito in modo da mangiare qualcosina a cena insieme a lui, per non destare sospetti. Si truccava, sembrava quasi bella. Indossava abiti larghi in modo che nostro padre non si accorgesse di quanto era dimagrita. Appena aveva cominciato a perdere i capelli se li era tagliati a spazzola in modo da indossare una fascinosa parrucca, praticamente identica ai capelli che aveva quand'era giovane e in salute, e non si era pi fatta vedere da pap senza.
Incredibile! Mi sono sentita piena di ammirazione per mia madre. E resa conto di quanto poco la conoscessi.
E ha funzionato? Non ho potuto non chiedere.
Katie ha riso. Be'... pi o meno. Lo sai come sono gli uomini.
Ah s? Come sono gli uomini?
Non riescono ad accettare la realt oltre un certo punto. Se riescono a convincersi che una donna non sia malata, non sia malata gravemente, se  appena appena possibile se ne convincono subito perch l'alternativa li terrorizza.
Ed  stato cos con pap?
Non riusciva ad accettarlo, che mamma potesse essere malata gravemente. Se io o Miriam provavamo a tirare fuori l'argomento lui tagliava corto. Passava molto tempo fuori casa. Al lavoro, e dopo il lavoro. Non molto diversamente da come aveva sempre fatto, in effetti. Avevano quel genere di rapporto - la donna sta a casa. L'uomo si fa i cazzi suoi in giro.
Oh, Katie! Che durezza.
Mamma se ne faceva una ragione, stava benino. Non era felice ma stava benino. Tutte le donne sposate che conosceva vivevano la stessa esperienza. Non avrebbe potuto lasciare pap nemmeno se l'avesse voluto, senza un reddito. Non aveva mai fatto altro che 'mantenere la casa' - occuparsi dei figli. Poi questa cosa che era capitata, come un paletto nel cuore del matrimonio.
Questa cosa che era capitata. Ecco come la nostra famiglia aveva imparato a parlare dell'uccisione di Hadrian Johnson. Una cosa, un evento, un'azione che era capitata.
Non era solo delle scappatelle, dei tradimenti di pap che non riuscivano a parlare. Era come se per entrambi fosse impossibile riconoscere quello che Jerr e Lionel avevano fatto. Impossibile - non arrivavano proprio a comprenderlo... Pap parlava soltanto di avvocati e di ricorsi in appello, di come far 'revocare' le condanne. Aveva le sue incrollabili certezze e nessuno osava metterle in discussione. Lo stress lo aveva squinternato, lo aveva fatto ammalare. E alla fine lo ha ucciso. Katie si  interrotta, asciugandosi gli occhi.
 stato sconvolgente sentire certi discorsi da mia sorella. Questa improvvisa visione panoramica del rapporto tra i miei genitori mi  nuova. E nuova questa sorella, cos riflessiva, analitica - non sembra proprio la ragazza timida dei miei ricordi.
Ma pap voleva bene alla mamma, a modo suo. Voleva bene a tutti noi - era questo a renderlo cos pericoloso. Quando ami qualcuno in quel modo puoi anche attaccarlo ferocemente - come pap ha fatto con te.
Ma secondo te pap mi avrebbe perdonata? Prima o poi? Avrei voluto chiedere a mia sorella. Ma ovviamente no, non gliel'ho chiesto.
 vero, sono terrorizzata all'idea di rivedere mia madre dopo tutti questi anni.
L'ultima immagine che ho di lei  quando mi volt le spalle e usc dalla mia stanza nella casa protetta. Sedata e instabile sulle gambe ma ben decisa a fuggire da me.
 difficile non riconoscere il fatto che mia madre mi ha abbandonata. Che mi ha resa orfana. Perch?
Ha amato di pi i tuoi fratelli. Anzi no... ha amato di pi tuo padre.
 come il ricordo di un'intossicazione alimentare. Di essere sopravvissuta per miracolo. Eppure... ecco di nuovo il cibo. E hai fame.
Ma Katie mi ha assicurato: mamma vuole vedermi, non sar una sorpresa spiacevole per lei.
Il funerale del nonno non era il momento. Troppo presto, non potevano essere pronti a rivedermi, dice Katie. Adesso invece...
Eppure: tremo dall'attesa, nel timore che a causa dei farmaci o del dolore, della depressione per la morte di pap, mamma possa aver dimenticato la visita programmata, che sono a South Niagara ospite di Katie.
Oppure che se lo ricordi ma possa aver cambiato idea, non voglia pi vedermi.
Topaccio! Tu.
Mentre guido verso il nuovo indirizzo a pochi isolati dalla nostra vecchia casa prendo la decisione consapevole di non passare davanti al 388 di Black Rock Street. La casa in cui ho vissuto dodici anni. L'unica casa di cui abbia memoria, impressa a fuoco nella mia anima.
Meglio di no. Non oggi. Un'altra volta.
Perch in Black Rock Street vedrei - di nuovo - il fondo cieco della strada, il terreno incolto, i sentieri che raggiungono la sponda a strapiombo dell'impetuoso Niagara.
Il tratto di sterpaglia dove i miei fratelli seppellirono la mazza da baseball. Dove avevano seppellito il ragazzo di colore ucciso, scalciando terriccio e foglie su di lui nella sua fossa poco profonda...
In qualcuno dei miei sogni confusi era cos. Il ragazzo ucciso sepolto insieme alla mazza da baseball in una fossa poco profonda.
In un altro sogno avevo visto i miei fratelli scalciare altre cose nella fossa - i rottami della bicicletta, un cappellino da baseball...
Devo scuotere la testa per allontanare questi ricordi fantasma. Mi perseguitano da talmente tanti anni che non sempre sono sicura di cosa  reale e cosa no; di cosa ho visto con i miei occhi e cosa ho immaginato che avrei potuto vedere con i miei occhi se fossi stata nel posto giusto al momento giusto.
Oh! Ecco la casa nuova. Come la chiama la famiglia.
Un piccolo choc, l'edificio al 111 di Harrison Street  parecchio pi piccolo rispetto alla vecchia casa dei miei genitori, pi ordinario, persino fatiscente pur essendo anch'esso una struttura in legno con il rivestimento verniciato di grigio, circondato da un terreno molto pi piccolo.
Per ingresso solo pochi gradini. Non un vero e proprio primo piano tranne quella che sembra essere una mansarda ricavata nel sottotetto. (La stanza di Lionel?) Una delle numerose case del dopoguerra costruite al risparmio come avrebbe detto pap con un sorrisetto sarcastico, lungo strade come Harrison Street.
Probabilmente mio padre l'aveva riverniciata, aveva fatto qualche riparazione. L'aveva acquistata con un mutuo come soluzione temporanea, oberato dai debiti per le parcelle degli avvocati. Vivere qui doveva essere doloroso per Jerome Kerrigan, un uomo che era sempre stato orgoglioso dell'ordine con cui teneva la propria casa.
Il vialetto di asfalto  talmente stretto che riesce difficile immaginarlo percorso da una macchina di dimensioni normali. Davanti alla casa un olmo malato del quale sopravvive solo il tronco, il resto  stato segato tutto.
In una zona popolare come questa, piccoli segnali di distinzione dovevano sembrargli essenziali. Black Rock Street, con la sua successione di case affacciate sul Niagara, era riconosciuta come un posto pi signorile dove abitare al confronto di strade trasandate come la Harrison. Vedete cosa ho realizzato per la mia famiglia: l'affermazione di orgoglio di un padre.
Agitatissima, sono ormai parecchi minuti che cerco di farmi coraggio seduta nella macchina parcheggiata lungo il marciapiede.  come se mi avessero staccato lo strato pi esterno della pelle. A Tyrell Jones non ho raccontato molto della mia vita, n Tyrell me l'ha chiesto anche se s, lui sa chi sono. Impossibile essere cresciuti a Port Oriskany e non avere dimestichezza con il cognome Kerrigan. Ma gli ho detto che mio padre  morto all'improvviso, che dovevo partire subito per South Niagara e quindi... non  che poteva tenersi Brindle in casa per un po'? E lui mi ha risposto di s senza esitazioni. Ovviamente.
Tyrell mi ha anche detto Qualsiasi cosa succeda, Violet, avr un senso.
Un senso! Voglio crederci.
Il mio desiderio  vivere una vita in cui le emozioni arrivino lentamente, come le nuvole in un giorno senza vento. Vedi la nuvola che si avvicina, contempli la sua bellezza, la guardi passare, la lasci andare. Non ti soffermi su quello che hai visto, non lo rimpiangi. Ti accontenti di sapere che una nuvola identica non arriver pi, a prescindere da quanto sar bella, speciale. Non piangi la sua perdita.
Suono il campanello in uno stato di tale ansia che mi sento (assurdamente) sollevata dal fatto che non risponda nessuno. In braccio ho una rosa rossa rampicante per il giardino di mia madre, stretta al petto come uno scudo.
Katie mi ha detto che probabilmente avrei trovato la mamma in giardino. Se nessuno ti apre la porta fai il giro della casa.
Mamma ha avuto la chemio proprio ieri. Oggi ne sentir gli effetti. Con lei c' una delle nostre giovani cugine, per prendersene cura finch non arriver Katie nel tardo pomeriggio.
Strano, inquietante, fare il giro della piccola casa di legno al 111 di Harrison Street che non avevo mai visto prima. Sotto i piedi l'erba  incolta, parzialmente andata in semenza. Tutte le veneziane alle finestre sono tirate gi. Sembra proprio un'intrusione, come in una favola nella quale l'ignara fanciulla si imbatte nel proibito e avr di che pentirsene.
Un piccolo choc, svoltare l'angolo della casa e scoprire un cortile dozzinale, un piccolo pezzo di terra dissodata, poche piante fiorite, qualche arbusto e l, sotto il sole a chiazze, seduta su una sedia da giardino di tela con un cappello di paglia che le nasconde parte del volto - un'anziana in abiti larghi, la pelle bianca, i lineamenti delicati come un acquerello sbavato. Mia madre?
Ma'? Ciao...
Ecco il vero choc: mia madre mi fissa sbattendo rapidamente le palpebre, come se non mi riconoscesse. Poi fa un sorriso, forzato.
Mamma? Sono Violet. Sono- sono venuta a trovare Katie.
Deglutisco seccamente, la situazione  imbarazzante. (Devo avvicinarmi, abbracciarla? Prenderle la mano? Darle un bacio? Ho la pianta di rose tra le braccia, la poser ai suoi piedi.)
Sono- forse Katie te l'ha detto? Sono ospite a casa di Katie per- per qualche notte.
Mia madre  bellissima! Questa  la mia prima impressione.
La pelle sembra traslucida. La bocca  pi sottile di quanto ricordassi ma ritoccata con un rossetto leggero. Nell'ombra del cappello di paglia gli occhi sono grandi, luminosi.
Ma'? Sono Violet.
Mi viene da pensare Non sa chi sono.
Zia Lula? Hai visite.
Un'aitante ragazzona con le cosce grosse e la salopette di jeans arriva di corsa dalla casa per agevolare la visita. Evidentemente  mia cugina Trix che io ricordo bambina, anche se solo in modo vago. Trix ha il diploma di infermiera ausiliaria e accudisce zia Lula ogni volta che  necessario.
Zia Lula? Guarda: ti hanno portato un regalo.
Stupidamente balbetto che in macchina ci sono altre piantine di rose... Per il giardino di mamma.
Mi ero ripromessa di non scoppiare in lacrime e invece nel giro di qualche secondo sto piangendo in maniera incontrollabile.
Su, su, Vi'let -  tutto a posto. Tua madre sta benone, non c' niente di cui rattristarsi. Zia Lula? Hai visto chi c'?  Violet.
Mia madre non ha smesso di fissarmi, come se cercasse a fatica l'illuminazione. 'Violet'-? chiede con voce roca e quasi impercettibile.
Non  un benvenuto caloroso ma nemmeno mi volta le spalle disgustata.
Probabilmente la memoria  minata dalla chemioterapia. Nonostante Katie l'abbia preparata per la mia visita, sembra essersene dimenticata.
'Vio-let'?
Ma certo, sono troppo cambiata. Enormemente cambiata. Io stessa ho dimenticato che aspetto avessi l'ultima volta che mia madre mi ha vista.
Ventisette anni! Non sono pi una bambina.
Mi chino per abbracciare, goffamente, mia madre seduta sulla sedia. Vedo che i suoi occhi sono grottescamente iniettati di sangue. La pelle ha un pallore innaturale, l'aspetto friabile come se potesse disintegrarsi al semplice tatto. Sotto la tesa larga del cappello, che le d un'aria quasi fascinosa, la parrucca biondo fragola  leggermente storta.
Oh, mamma! Mi dispiace tanto.
Quanto sembra naturale, chiedere scusa. Sempre l'appiglio pi facile.
Mamma fatica a sollevare le braccia ma comunque ci riesce. Goffamente accovacciata sopra di lei, cerco di abbracciarla senza farle male. Braccia cos fragili! Un corpo cos fragile! Un tempo Lula era florida, confortante con il suo seno prosperoso, i fianchi larghi; adesso ho paura di lasciarle un livido.
Violet. Ciao... Sembra ancora incerta, non sa bene chi io sia e cosa ci faccia qui. La voce  stridula, a malapena percepibile. Ma si rende conto delle rose rosse rampicanti, un regalo. Che belle che sono! Grazie.
Per il tuo giardino, mamma. Ti aiuto io a piantarle.
Mi sto chiedendo se attraverso gli occhi iniettati di sangue mamma riesca anche solo a distinguere chiaramente le piccole rose. Mi stringe il polso per reggersi.
Indossa un paio di calzoni da lavoro e un pullover largo, i piedi bianchi ed esili infilati nelle pantofole. Dal corpo promana un odore chimico che mi pizzica le narici. Vista da vicino la parrucca biondo fragola  evidentemente sintetica; una parrucca di capelli veri sarebbe costata un migliaio di dollari. Ma non dubito che bastasse a ingannare pap, o che lui desiderasse esserne ingannato.
Avrei voluto che Katie mi avvertisse anche del rossore degli occhi. Devono essere capillari rotti dalla chemio. E dell'odore pungente! Sto per avere un conato.
Vedendo che sono distratta, scossa, con le guance solcate di lacrime, mia cugina Trix l'infermiera ausiliaria mi porge un pacchetto di fazzoletti. Mi offre un bicchiere di succo di pompelmo - A tua mamma piace un sacco e le fa bene, non  troppo zuccherato. Trascina un'altra sedia da giardino per farmi sedere, accanto a mia madre.
Temerariamente, prendo la mano di mamma. Esile, fredda, incartapecorita, il reticolo di vene visibile attraverso la pelle e niente anelli -  una mano che non ho mai visto. E cos morbida.
Niente anelli, le dita sono troppo sottili. Chiss se ne sente la mancanza. Se mai li indosser di nuovo.
Oh, mamma. Caspita...
Non ci sono parole che non siano insulse. In momenti come questo le parole inciampano e sbiadiscono, vengono meno.
Mamma riesce a sua volta a stringere la mia mano, debolmente. Pur non essendo (forse) del tutto certa di chi io sia, del perch mi trovi qui, di cosa stia succedendo, obbedisce all'istinto naturale che porta una donna a fare ci la circostanza le richiede.
Mi guarda stringendo le palpebre: Ti fermi molto? Vivi qui adesso?
Lo interpreto Sei tu quella che si ferma molto? Sei tu quella che vive qui adesso?
Non so quanto tempo mi fermer. Una settimana? Due? Per quanto tempo sar gradita?
Dico a mia madre che in questo momento non vivo a South Niagara. Che provvisoriamente vivo a Mohawk, New York. Che finalmente sto per laurearmi.
Aggiungerei altro - come mai mi ci  voluto tutto questo tempo a finire l'universit, che cosa sto studiando e cosa spero di fare dopo il college - ma mamma all'improvviso si  agitata.
C' qui Katie? Dov' Katie? si guarda attorno preoccupata.
Katie ora non c', mamma. Viene pi tardi.
Perch Katie non  qui? Pensavo- hanno detto...
Ma sono qui io. Sono Violet. Ci sono io con te adesso.
... che avrebbero portato pap. L'avrebbe portato Katie. Sta da lei adesso, ha per s tutto un piano della casa. Lo sai come fa presto ad allargarsi tuo padre, dice mamma con una piccola risata sfiatata, strattonandomi il polso come se cercasse di tirarsi su, o di tirare gi me. Dovunque sia, lui- si allarga... Al lavoro gli hanno dato un furgone tutto suo. Non ha mai preso ordini da nessuno.
Mamma gesticola animatamente in direzione della strada. Katie vive forse da quella parte?
Mi sto chiedendo come mai Katie non mi abbia avvertita del fatto che mamma non sa della morte di pap. O forse  una consapevolezza dolorosa che va e viene e in questo momento lei non ha la forza di trattenerla.
Domani visiter la tomba di nostro padre al cimitero della San Matteo. Katie si  offerta di venire con me ma credo che andr da sola.
Mi ha detto che nostro fratello Rick telefona alla mamma tutte le domeniche sera. Ha avuto grossi problemi di droga dopo le superiori ma poi  stato in comunit e oggi fa il terapeuta proprio in una comunit di disintossicazione a Boise, in Idaho. Nostro fratello Les invece sembra momentaneamente sparito; viveva a Buffalo, lavorava in una fabbrica di minuterie metalliche, sposato, due figli piccoli, dopodich durante le pratiche di divorzio si  dileguato senza lasciare tracce e potrebbe anche non sapere che pap  morto e mamma ha avuto un tumore.
Ovviamente Miriam telefona in continuazione. Viene a trovarla quando pu, da Albany.
E poi c' Violet Rue. Dov' finita Violet Rue?!
Dei sette figli solo Katie vive ancora a South Niagara. Anni fa avrebbe tanto voluto andarsene anche lei ma non l'aveva fatto, era rimasta a South Niagara per nostra madre e adesso probabilmente non se ne andr pi, mi ha detto.
Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Pu anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.
Visto che io e la mamma fatichiamo a conversare, balbettando, sprofondando nel silenzio e ricominciando, nostra cugina Trix si  fermata nei paraggi. Osserva il mio volto, soppesa le mie emozioni come una professionista esperta.
(Si aspetta forse che svenga? Che scoppi di nuovo a piangere, come una bambina cresciuta?  strano vedere una cugina pi giovane che ti guarda con l'occhio di un operatore sanitario.) Vedendo che adesso io e la mamma ce la caviamo un po' meglio, Trix si offre di andare a scaricare le altre piante di rose dalla mia macchina e si allontana a passo spedito - prendendo poi una corsa euforica - contenta di esercitare le sue gambe forti e muscolose.
Un'aitante ragazzona poco pi che ventenne, dall'ampio sorriso gioviale, una spessa coda di cavallo che le rimbalza contro le spalle mentre corre. Vorrei tanto conoscerla, averla conosciuta quando era pi piccola. Una delle numerose cugine! Le ho perse tutte le mie cugine. Praticamente non ho una famiglia.  quasi tutta colpa mia - avrei potuto impegnarmi di pi a tenerle legate a me anche dopo che mi avevano rifiutata.
Provo una fitta di rimorso, per la sufficienza con la quale ho trattato zia Irma. Giuro: la chiamer, andr a trovarla presto. Mi comporter in modo tale da far capire a suo marito Oscar che qualsiasi cosa sia successa tra noi, o sia non propriamente successa, ho dimenticato, perdonato.
Zia Lula, guarda! Che splendide rose per te.
Trix  tornata con le altre piantine, le posa in terra davanti a lei.
Oh, grazie! E vengono da-? Mamma si guarda attorno, incerta. Pur nella nebbia della sua confusione conserva l'istinto di moglie e madre che la spinge a cercare di non ferire i sentimenti di nessuno.
Da Violet, zia Lula. Sai? Violet.
Da me, mamma. Per il tuo giardino.
Adesso abbiamo qualcosa di cui parlare. Qualcosa da guardare, da contemplare insieme, da ammirare. E io posso descriverle le rose. La rosa rossa rampicante  la Dublin Bay. La rosa gialla  la King's Ransom. Quella stupenda tra il lavanda e il rosa chiaro  la Sapphire.
Mentre mamma ci osserva sorridendo e sbattendo le palpebre io e Trix piantiamo le rose nel suo giardino. La terra  umida, scura, quasi del tutto priva di erbacce; evidentemente qualcuno la aiuta a curare il giardino, rigoglioso di zinnie e dalie sgargianti, delicate echinacee, calendule, fiordalisi oltre a diversi cespugli di rose in condizioni ragionevolmente buone.
Te li ricordi, ma'? I coleotteri giapponesi che ti divoravano le rose? l'immagine riaffiora in me, con un'ondata di infantile nostalgia.
Ma la mamma non sembra aver sentito. Adesso ha l'aria stanca, le palpebre tremolano e cadono.  tutto quello che riesce a fare per tenersi sveglia, osservare me e Trix che facciamo buchi nel terreno con vanga e zappa, sistemiamo accuratamente le piante al loro posto, ne innaffiamo le radici, ricopriamo le radici di terra.  entusiasmante lavorare con Trix, la mia competentissima cugina.
Sono cos grata per la bellezza dei fiori. Grazie a Dio per la bellezza, un balsamo per l'anima.
Trix si allontana, torna con dell'altro succo di pompelmo. Mamma si sforza di bere ma le tremano le mani, si rovescia un po' di succo sul grembiule da casa, che le asciugo con un fazzolettino. Lei ride, e cerca la mia mano. Istintivamente, la bacia.
Be'. Eccoti qua, 'Violet Rue'. Perch ci hai messo cos tanto?

Perdono.

Violet. Ciao.
La voce di Lionel  incrinata, roca. In carcere si era procurato un infortunio, come dichiarava il referto medico. La laringe misteriosamente schiacciata in una caduta fortuita, tanto che volendo sospettare che a ferire tuo fratello fosse in realt stato qualcuno, un altro detenuto o un secondino, avresti pensato a un calcio, violento, alla gola.
Ovviamente, se era cos, se davvero Lionel aveva subito una violenta aggressione, se era stato ripetutamente preso a calci alla gola, magari con l'assalitore che gli era saltato sulla gola mentre lui era riverso a terra, con l'intenzione di stritolargli tutte le ossa del collo, Lionel non avrebbe certo denunciato l'aggressione alle autorit carcerarie. In carcere non ti azzardi a spifferare. Non ti azzardi a fare la spia.
Lionel! Ciao.
Timidamente stringi l'ossuta mano di tuo fratello che  tesa non proprio verso di te ma nella tua direzione, guardinga. Quasi che, se la tua mano dovesse ritrarsi, Lionel fosse pronto a ritirare prontamente anche la sua.
Dita fredde, piuttosto rigide, inflessibili. Percepisci la cautela nel corpo di tuo fratello come la percepiresti in un animale che tenda i muscoli prima di balzare via. O di balzarti addosso.
Sei timida con tuo fratello che non vedi da oltre tredici anni.
Eppure vi guardate avidamente. Sconosciuti che cercano l'una nel volto dell'altro una traccia, un indizio in grado di spiegare il legame che li unisce.
Lionel sembra confuso dai tuoi capelli, di un colore che non si aspettava - eppure, ora che ci pensa, non ricorda bene di che colore tu avessi i capelli da bambina.
Come i suoi, gli dici. Pi o meno.
I suoi? Lionel si tocca i capelli, la testa rasata a spazzola. Quasi che non riuscisse a ricordare nemmeno il colore dei suoi. Tu li definiresti color frumento, castano chiaro. Un colore abbastanza scialbo. Non certo il nero vibrante dei capelli di tuo padre prima che ingrigissero. Non il biondo fragola dei capelli di tua madre da giovane.
Un moderato panico negli occhi di Lionel. A meno che non sia tu a immaginarlo.
Senza dubbio c' un baluginio di moderato panico nei tuoi occhi.
Sta succedendo davvero? Davvero siamo- qui?
Come l'incontro di ieri con tua madre, anche questo con tuo fratello  stato organizzato da Katie nella casa nuova in Harrison Street dove Lionel vive da quando  tornato in libert. Da qualche altra parte nella casa tua madre sta cercando di schiacciare un sonnellino e tua cugina Trix chiacchiera al telefono con un'amica.
 ora che voi due vi incontriate, ti ha detto Katie in tono vivace.
Hai trovato incoraggiante la naturalezza di quel voi due. Possibile che sia stata tutta un'incomprensione da parte tua, l'astio di entrambi i fratelli verso di te? Possibile che fosse stato pi che altro un incidente, quando Lionel ti aveva spinta gi dai gradini ghiacciati?
Magari Lionel non se lo ricorda nemmeno. Quel periodo di incertezza e inquietudine, di terrore. Quando l'arresto dei tuoi fratelli sembrava imminente eppure l'arresto dei tuoi fratelli non era (ancora) avvenuto.
Magari sei tu che non ricordi l'episodio nella maniera corretta: se i gradini erano ghiacciati,  possibile che fossi semplicemente scivolata?
Lionel fa fatica a sorridere. A muovere la bocca. Uno sforzo. Occhi come due punteruoli da ghiaccio. La fronte rugosa di un uomo molto pi vecchio. Quando alla fine ci riesce, il suo sorriso  un urlo di dolore.
Tu pensi - Sta cercando di perdonare. Non  facile per lui.
Stai sorridendo anche tu. Sorridere sorridere come le cameriere imparano a fare mentre sperano in una mancia.
Parlate con imbarazzo. Lionel  laconico, toccher a te tenere in piedi la conversazione. Fargli domande cui sia facile rispondere. Nessuna minaccia. Nessun implicito giudizio. Ti  stato detto che pap lo aveva aiutato a trovare lavoro da Nielson, un deposito di legname che sentivi nominare da bambina: naturale chiedergli di quello, e se ha ripreso i contatti con gli amici delle superiori, anche se questa non sembra una domanda opportuna, perch Lionel ammutolisce, con una smorfia sul viso. Ma certo, cosa vai a chiedergli! Tuo fratello  un ex galeotto. Ha perso la faccia con i vecchi amici e tutti quelli che lo conoscevano.
Anche la tua voce suona roca, sottile e insincera. Non riesci a decifrare tutte le parole di Lionel ma preferisci non chiedergli di parlare pi forte perch forse non ce la fa.
Pensi che se avessi intravisto quest'uomo per strada probabilmente non lo avresti riconosciuto.
Incrociandolo, eviteresti il contatto visivo.
Il viso di Lionel ha un che di lamentoso, un'aria di riprovazione, di dolore. La sua ruvida pelle ha preso il colore del mastice.  corpulento e appesantito mentre una volta era snello e muscoloso, iperattivo e impaziente. Le sopracciglia sono folte e ben definite. Immagini che alcune donne potrebbero trovarlo attraente - se non fosse per quell'aria di derisione che la sua bocca assume in automatico.
Lionel ha trentun anni ma ne dimostra dieci di pi. Non ha mai vissuto da solo. Ha vissuto soltanto nella casa dei tuoi genitori e nel carcere di massima sicurezza di Marcy. Fino a poco tempo fa non ha mai dovuto badare a se stesso come fanno gli adulti: comprarsi i vestiti e il cibo, prepararsi da mangiare, guidare la macchina. Katie mi ha detto che quando  tornato a South Niagara aveva il terrore di uscire di casa. Lei si offriva di accompagnarlo al centro commerciale per comprare abiti e altri articoli e Lionel veniva praticamente colto dal panico, paralizzato alla vista di tutte quelle persone, molte delle quali (ne era sicuro) conoscevano la sua identit. Gli era capitato di bloccarsi su una scala mobile. Di nascondersi nel bagno degli uomini per evitare un vecchio compagno di scuola. Gli venivano i sudori freddi quando era in macchina con lei, sussultava a ogni incrocio.
Una tragedia che pap fosse morto cos presto dopo che Lionel era tornato a vivere in casa.
Lionel era rimasto scioccato, si era rintanato in camera sua rifiutandosi di partecipare al funerale e di andare al cimitero.
Da allora si  adattato un po' di pi al mondo esterno. Dice che gli piace, lavorare al deposito di legname dove non deve interagire con il pubblico, limitandosi a eseguire gli ordini come faceva in carcere. Ha intenzione di prendere la patente, quanto prima.
Sprezzantemente Katie ha detto, come se fosse una discussione in corso da tempo, magari con il marito: Dobbiamo aiutare Lionel.  mio fratello. Qualsiasi cosa sia successa ormai  acqua passata. Ha scontato la sua condanna.
Scontato la condanna. C' conforto in parole cos familiari.
 vero, stai pensando. Anche tu aiuterai Lionel, se sar possibile.
All'improvviso ti viene un'idea folle: Tornare a South Niagara. Vivere con mamma e Lionel. Trovarti un lavoro qui in citt...
Ricordi come da ragazzo Lionel ammirasse ed emulasse il fratello maggiore Jerome Jr. ma ne fosse al tempo stesso intimidito, ne subisse i dispetti e le angherie. Senza Jerr ad aizzarlo Lionel non avrebbe mai commesso un crimine, men che meno un crimine cos orrendo.
Mentre Lionel parla stentatamente con la sua voce roca e incrinata tu stai pensando a queste cose. Desiderando il coraggio di parlargli a viso aperto. Invece c' questa timidezza fra voi, l'una incerta di cosa l'altro ricordi esattamente, e di quali emozioni nutra ancora.
Avanzate a tentoni, inciampando, verso una riconciliazione. Se  questo che .
Alla fine Lionel ti chiede della tua vita. Gli costa fatica, lo vedi - teme di sentire che te la passi bene, che sei felice; eppure sembra quasi avere voglia di sentire che te la passi bene, che sei felice. Esiti a dirgli di Tyrell Jones, riesci invece a mostrargli alcune foto di Brindle.
Lionel studia Brindle in miniatura. Che cane ? Una specie di rat terrier?
Rat, come topo.  solo un caso, pensi. Lionel non voleva deridere o ferire.
Gli dici che Brindle  un bulldog nano. Un cane dolcissimo.
Perch non lo hai portato con te a South Niagara? Lionel non te lo chiede.
Il motivo: la paura che potesse succederti qualcosa qui. Che (come avevi pensato, a Mohawk) esistesse un pericolo concreto qui, da parte di Lionel. Meglio lasciarlo a Tyrell, i due vanno molto d'accordo.
Adesso ti sembra un motivo stupido. L'uomo depresso che hai davanti, tuo fratello Lionel, imbolsito, invecchiato prematuramente, nulla ha a che fare con il giovane uomo vendicativo che hai immaginato per anni. Un'assurdit fin dall'inizio, pensare che volesse ucciderti...
Senti te stessa dire a Lionel che stai per finire la Scuola per assistenti sociali, alla State University di Mohawk. Che hai in mente di proseguire gli studi e prendere anche la specialistica. Non gli dici Tutto quello che ho passato, in esilio... voglio che sia servito a qualcosa.
Sperando che non sembri una vanteria, dici anche che stai lavorando come stagista (vagamente retribuita) presso i Servizi alla famiglia della contea di Mohawk. In questo ufficio dal personale esiguo e mal pagato ti sono state affidate responsabilit, forse dai l'impressione di essere una persona degna di fiducia. Lavori fino a tardi, sei sempre disponibile quando c' bisogno di te. Sei quella che prende la mano al bambino spaventato, quella a cui la moglie, la figlia possono raccontare con un filo di voce gli abusi subiti. Nel tuo zaino ci sono le salviette oftalmiche migliori, non quelle dozzinali vendute nella maggior parte delle farmacie. Nel tuo zaino c' una scorta di antidolorifici da banco che metti a disposizione se necessario, con moderazione. Siccome dimostri meno dei tuoi anni e potresti (quasi) essere una di loro, le adolescenti con te si sentono a loro agio, confidano che non le giudicherai. A differenza dei tuoi superiori fai poco ricorso alle parole. In genere sei silenziosa. Come sono silenziose le persone maltrattate. L'intimit del silenzio ti  naturale. Tu sai quanto possono essere aspre e abrasive le parole, per chi  ferito. Meglio restare in silenzio finch non verranno le parole giuste.
Lionel ti sta ascoltando circospetto, o d questa impressione. Pi che guardarti in faccia ti lancia occhiate in tralice che sembrano anelanti, desiderose. Temevi un'esplosione di furore e invece di furore non sembra esservi traccia.
 stanco. Abbattuto.  tutto finito?
Protendi la mano, per prendere la floscia, ossuta mano di Lionel. Non  un gesto perentorio - pu essere revocato in un attimo. Stai cercando di mantenere la calma. Di non piangere. Capisci che, in carcere, un detenuto non deve piangere. Un uomo non deve piangere. Vuoi dare conforto a quest'uomo ferito ma non sei del tutto a tuo agio con lui, non ancora. Sei cauta, timorosa.
Vorresti spiegare a Lionel come era successo. Non il perch, del perch non hai idea. Ma come era successo, era successo troppo in fretta.
Quella mattina. Nell'infermeria della scuola. Ti sentivi la pelle rovente, febbricitante. Non eri lucida. Non avevi pensato alle conseguenze. Persone sconosciute ti avevano rivolto domande, con l'intenzione di essere protettive e gentili. Nella confusione del momento non avevi potuto che rispondere.
Pronunciare certe parole con un'agente di polizia. Diverso dal pronunciare le stesse identiche parole con un prete. Sei al sicuro, Violet. D'ora in poi sarai al sicuro.
Impossibile spiegarglielo. Le parole non vengono. La bambina che eri non esiste pi, non pu tornare. Tuo fratello ha davanti solo te.
Eppure continui a stringere la mano ossuta che non resiste n cede alla tua.
In questa sospensione la visita sembra finita. In questo silenzio vi siete intesi in qualche modo. Entrambi siete sollevati, esausti. Il fiato trattenuto viene rilasciato, ti senti quasi intontita quando ti alzi in piedi.
Questo  il momento nel quale dovreste abbracciarvi. Sta a te, alla femmina, stringere il maschio tra le braccia - anche se Lionel  pi alto di te di parecchi centimetri, pi pesante di venti e passa chili.
Non ti ha perdonata. No.
Ma tu devi perdonare lui.
Poi per, quando stai per risalire in macchina, Lionel ti chiama: Vi'let?
E tu ti giri, e vedi che Lionel ti ha seguita fuori dalla casa, sbattendo le palpebre e sorridendo nella luce del sole, sollevato, intontito come se fosse appena stato liberato da una grotta.
Ti ha chiamata Vi'let - come ti chiamavano i tuoi fratelli quando eri bambina.
Sei cos commossa che quasi non senti quello che Lionel ti dice.
Stavo pensando... magari... potremmo fare due passi fino alla vecchia casa, che ne pensi? Solo per dare un'occhiata, ok?  la frase pi lunga che Lionel ti abbia rivolto, tutta d'un fiato.
Tu avevi una mezza idea di passare da Black Rock Street tornando a casa di Katie. Oltrepassare il ponte di Lock Street. E dopo, attraversare tutta la citt fino a Howard Street, vedere la casa in cui Hadrian Johnson aveva vissuto.
Queste le intenzioni, acquattate in un angolo dei pensieri mentre parlavi (stentatamente, a disagio) con Lionel in casa.
 cos vicina Black Rock Street! Cinque minuti a piedi.
Ogni volta che immagini di rivedere la casa della tua infanzia provi un sussulto di trepidazione. Come lo proverebbe una bambina prima di toccare un filo elettrico che potrebbe darle la scossa.
A Mohawk, a Catamount Falls, a Port Oriskany per anni ti sei consolata, e tormentata, con la prospettiva di tornare nella vecchia casa perduta. La maggior parte dei tuoi sogni sembrano avere origine da l, dalla stanza che dividevi con Katie. Persino i sogni del presente spesso sono ambientati nella vecchia casa. Dove mi trovo? Dov' questo posto? Ah... s.
Diverso  immaginare la casa di Hadrian Johnson. Di persona non l'hai mai vista. Nemmeno una volta.
Sai vagamente dove vivevano i Johnson - Howard Street. E dove viveva la nonna del ragazzo, Amsterdam Street. E poi c'era Delahunt Road. Ma di questi luoghi non hai ricordi concreti. Tutto ci che hai sono sensazioni - trepidazione, ansia. Luoghi proibiti. Luoghi non per te.
Ovviamente non sei affatto certa che Ethel Johnson viva ancora al 29 di Howard Street. Che ci viva ancora qualcuno della famiglia Johnson.
Lionel per non ti sta proponendo di visitare Howard Street. Solo di andare a piedi fino a Black Rock Street a pochi isolati di distanza.
Katie ti ha confidato che i tuoi genitori, dopo aver lasciato la vecchia casa alcuni anni fa, non sono mai tornati a vederla. Evitavano Black Rock Street come la peste - Per la mamma sarebbe stato uno strazio rivederla.
Da Katie sai che Lionel ha pochi amici a South Niagara. Lavora al deposito di legname, torna a casa. Non guida,  un collega che lo accompagna al lavoro. A volte mangia insieme alla mamma e magari a qualcuno che  passato a trovarla, ma in genere mangia da solo in camera sua, con la porta chiusa. Gioca ai videogame, guarda la televisione. Una specie di recluso, se cos si pu chiamare. Adesso per, mentre ti sorride, Lionel sembra entusiasta, speranzoso. Il volto  animato. I suoi occhi acquosi risplendono.
Gli dici s naturalmente:  un'ottima idea.
Lionel  vestito pesante per questa mite giornata di settembre. Un pullover scuro a maniche lunghe rigido di terriccio intorno ai polsini, pantaloni cachi con molte tasche, gli scarponcini da trekking con la suola spessa che deve indossare al deposito di legname. La sua pelle  persino pi ruvida, vista alla luce. I denti storti sono leggermente macchiati, giallastri. Ti viene un pensiero, comprensivo e disgustato: Non poteva spazzolarsi i denti per bene. In carcere.
Lionel dice ok ma un momento soltanto - torna subito, deve prendere una cosa - corre in casa, ricompare con un sacchetto di carta marrone, dentro tre lattine di birra fredde di frigorifero.
In caso dovesse venirci sete. Ok?
Noti che da quando si  fatto pi animato Lionel punteggia le frasi con un tic nervoso: ok.
E tu ridi e gli dici: Ok.
Sul marciapiede ti chiede della macchina. Meravigliato dal fatto che tu abbia una macchina, la patente. Come se Violet Rue avesse stupito il fratello maggiore, sorpreso di vederla ormai adulta.
L'hai comprata nuova? Lionel non resiste dal chiedere.
N-No. Non era nuova.
Da Katie sai che Lionel non ha (ancora) preso la patente. Se e quando la prender potr usare la macchina di tuo padre ferma quasi sempre in garage. Di fatto adesso  la sua macchina ma tu questo non glielo dici.
Niente che lo induca a pensare che gli altri parlano di lui. Niente che susciti sospetto, ansia.
Quanto ti sembra surreale, camminare verso Black Rock Street insieme a tuo fratello Lionel. Fianco a fianco, da buoni amici, insieme al fratello che ti ha terrorizzata per tutti questi anni. Vorresti tanto che tuo padre potesse vedervi - tutti e due.
Cerchi di non cedere alla disperazione per il fatto che tuo padre sia morto prima che poteste riconciliarvi. Hai sperato che tua madre ti confidasse Sai, Violet. Pap in realt ti aveva perdonata. Lo aveva detto non sai quante volte.
Se pap ti avesse vista insieme a Lionel, avrebbe capito che tuo fratello ti ha perdonata. Perch non anche lui, allora?
Lionel ha inforcato un paio di occhiali scuri, per proteggersi dal sole. Come te, cammina con una leggera zoppia, come se a ogni passo dovesse resistere al dolore. Ovviamente non glielo chiederesti mai ma immagini che si sia infortunato in carcere.
Il tuo ginocchio infortunato  guarito da tempo. Puoi camminare svelta, puoi correre. Ma se il ginocchio comincia a farti male, ti guardi bene dall'insistere. Uno o due giorni senza sforzarlo - e stai di nuovo bene.
Ti chiedi se Lionel ha notato la piccola cicatrice a forma di stella sulla fronte. Hai trovato il modo di coprirla con i capelli, pettinandoli per storto cos da renderla quasi invisibile.
Anche se Mr. Sandman aveva acutamente osservato:  inutile cercare di nasconderla.
Tyrell non sembra averla notata. Tyrell con il suo sorriso schivo e il contegno impacciato. Ma devi presumere che un nero in un mondo di bianchi veda pi di quanto si senta tenuto ad ammettere.
Ed ecco una sorpresa: Black Rock Street. Svolti un angolo e ci sei.
Quale sgomento sarebbe stato per tuo padre nel vedere le case di Black Rock Street lasciate in abbandono. Il vialetto di un vicino  praticamente sbriciolato, sul marciapiede c' un cartello VENDESI fatto a mano.
Diverse case avrebbero bisogno di una ritinteggiata. Tetti da riparare. Alberi da potare. Tu osservi con l'occhio acuto di tuo padre, con il suo istinto per la rovina imminente. Hai imparato a sentire il peso dell'et adulta, di cui i bambini e gli adolescenti non sanno niente: la responsabilit di tenere in ordine una propriet.
E l al 388 c' la vecchia casa. Ti fermi di scatto, continui a fissarla.
Cazzo, mormora Lionel, scosso. Tira fuori una lattina di birra dal sacchetto, la apre.
La vista della casa. Dopo tutto questo tempo. Ti sembra pi piccola di quanto ricordassi pur essendo pi grande rispetto alle due che la fiancheggiano. Ed  ancora tinteggiata del grigio canna di fucile tanto amato da tuo padre. Persiane, porta d'ingresso di una tonalit di grigio pi chiara. Il tetto sembra in buone condizioni.
 nuova la ringhiera dei gradini? Ferro battuto nero? Cerchi di ricordare se c'era gi, allora. Non ne sei sicura.
Alle finestre le veneziane sono tirate su, non chiuse fino al davanzale come nella casa di Harrison Street.
Il tuo cuore batte veloce, quasi ti manca il respiro per la paura di vedere qualcosa di brutto - qualcosa che ferirebbe l'orgoglio di tuo padre. Invece niente  cambiato pi di tanto, pensi.
Diciamolo, il 388 di Black Rock Street non  certo una casa da favola. Per  ben tenuta, rispettabile. E il vialetto del garage sembra rifatto a nuovo. I bidoni dell'immondizia sul marciapiede sembrano nuovi. Una station wagon nuovo modello sul vialetto, biciclette appoggiate contro il garage.
Lionel fissa la casa bevendo dalla lattina.  talmente distratto, o disorientato, che solo dopo un po' gli viene in mente di offrirti una delle sue birre ma tu comunque dici No grazie. Forse non  una grande idea bere per strada, e cos voracemente come sta facendo Lionel.
Strano, vero? Che ci viva altra gente...
La tua voce  incerta, cauta. Un incantesimo  caduto su di te e sul giovane uomo alto e corpulento accanto a te che ansima come se avesse appena fatto una corsa.
Lionel mormora un vago assenso. O forse di nuovo... Cazzo.
Un'ammissione di sorpresa o chiss, l'assenza di sorpresa. Un'emozione forte o chiss, l'assenza di emozioni forti. Lionel sta bevendo birra come un assetato anche se (immagini) Lionel non ha affatto sete.
Stranamente - sebbene l per l sembri tutt'altro che strano - pensi sia un bene che la feroce concentrazione di tuo fratello sia diretta sulla casa anzich su di te.
La casa di famiglia, venduta per pagare i debiti. Centinaia di migliaia di dollari in spese legali. Un castigo patito dalla famiglia per i crimini dei figli.
Ma Lionel non sta pensando questo, ne sei sicura. Se prova disagio, agitazione,  per altri motivi.
... ho come la sensazione che qualcuno possa affacciarsi alla finestra al primo piano e vedendoci - chiedersi chi siamo... Ti interrompi, non del tutto sicura di cosa stai cercando di dire: -intendo uno di noi... magari Miriam... che si affacci alla finestra e ci veda qui... adulti, cambiati rispetto a come eravamo...
Nonostante le tue parole siano sconclusionate Lionel bofonchia enfaticamente: Gi.
Una pausa, per ingollare il rimasuglio di birra nella lattina: Gi, cazzo.
Tuo alleato, pensi. In questa stranezza.
Per qualche altro minuto tu e Lionel restate sul marciapiede di fronte alla casa, guardando e sbattendo le palpebre come se non vi bastasse mai, vedere ci che state vedendo: una casa come molte altre del quartiere, dell'intera South Niagara; quella che si potrebbe chiamare una casa da famiglia, due piani, tinteggiata con cura, pochi maestosi alberi, arbusti di sempreverdi, quella che sembra un'aiuola o un giardinetto lungo il fianco dell'edificio dove un tempo vostra madre aveva cercato di coltivare il suo giardino. Ti sorprendi a sorridere, ricordando la marmotta che la faceva infuriare quando con incredibile sveltezza correva a rifugiarsi nella tana, lasciandosi alle spalle un giardino devastato.
Ti ricordi quella maledetta marmotta, che io e Jerr uccidemmo? dice Lionel. Ride, accartocciando la lattina nel pugno.
Uccidemmo? Non te la ricordi cos.
La accoppammo con un colpo secco di vanga, quella stronza. Le spianammo la testaccia.
Che veemenza, che aria di sacrosanta indignazione. Ce lo chiese la mamma. La inseguimmo per tutto il cortile, cazzo.
Cominci a sentirti girare la testa appena appena, in equilibrio instabile. Non hai alcun ricordo di una marmotta inseguita per tutto il cortile con una vanga, figurarsi uccisa...
Riemerge invece un ricordo pi inquietante: oltre il confine della propriet, nella terra di nessuno sopra il fiume, i tuoi fratelli che seppelliscono velocemente e sommariamente la mazza da baseball che li avrebbe incriminati. Cos inaffidabile  il ricordo, cos surreale, che giureresti di averli visti scalciare foglie, compost e detriti sul corpo di Hadrian Johnson gettato in una fossa poco profonda insieme alla mazza.
Borbottando tra s e s, ridendo, Lionel tira fuori un'altra lattina di birra e la apre. Questa la offre a te - se  un gesto di finta galanteria scegli di non farci caso - e tu vedi te stessa che prendi la lattina dalle sue dita, per il desiderio di sembrargli simpatica, di non apparire antipatica, di non offenderlo o trasmettere un atteggiamento di superiorit, e ti porti alle labbra la lattina ancora fredda di frigorifero, bevi un (piccolo) sorso.
Poi gliela restituisci. Come se fosse una cosa che fate di frequente, condividere una lattina di Molson per strada.
Che rapporto fra voi due! Davvero se qualcuno vi stesse osservando dal primo piano della casa, tuo padre per esempio, lo sguardo fisso e la fronte aggrottata, scuotendo la testa in segno di (divertita) incredulit, vi identificherebbe non solo come sorella e fratello ma come amiconi, compagni di vecchia data.
Ma tu stai tossendo, un poco. La birra (amara) ti  andata di traverso.
Curioso. Che 'famiglia' significhi cos tanto per la gente.
L'osservazione  di Lionel. Molto diversa da qualsiasi cosa tu gli abbia sentito dire.
Be'. Non c' molto altro, no? una risposta prevedibile, una risposta da femmina/sorella, anche se non sei del tutto convinta che sia cos. Intendo, per la maggior parte della gente.
Lionel si stringe nelle spalle. Beve. C' qualcosa di arrabbiato, di indispettito, nella sete di tuo fratello.
Aggiungi in tono vivace: Qualcuno ha detto che se la vita non ha un senso in s e per s, il senso puoi trovarlo nell'avere una famiglia, nel mantenerla unita e viva, e nel mantenere in vita te stesso.
Sono parole che hai sentito, o letto, da qualche parte. Sono parole che Tyrell Jones comprenderebbe. Forse  proprio da Tyrell che provengono. Paradossale che sia proprio tu a ripeterle, come se sapessi perfettamente ci che potrebbero significare.
Pensando nel medesimo istante Avr la mia famiglia. Mi metter all'opera... presto!
Il punto di svolta della tua vita. Questo istante sul marciapiede di fronte al 388 di Black Rock Street. Quando lascerai South Niagara, ossia fra non molto, darai il via alla campagna per costruire questa nuova vita.
Ci sono diversi tipi di famiglia, obietta Lionel, scettico. Nasci in un certo tipo, ma poi ne incontri altri. A volte una famiglia...  una sola persona.
Di nuovo, parole completamente diverse da quelle che hai sentito dal tuo laconico fratello. Da uno qualsiasi dei tuoi fratelli.
Ti chiedi se Lionel si riferisca alla propria esperienza in carcere. Ti chiedi che cosa abbia passato, anni e anni in un penitenziario dove a lungo doveva essere stato tra i detenuti pi giovani.
I procuratori dell'accusa avevano insistito per incriminarlo come adulto e rinchiuderlo in un carcere per adulti. Jerome Jr. e Lionel erano finiti entrambi nel carcere di massima sicurezza di Marcy. Gli altri ragazzi, probabilmente colpevoli quanto Lionel, o non meno colpevoli, erano stati trattati con maggiore indulgenza. Tuo cugino Walt Lemire era stato rinchiuso in un carcere minorile per poi essere rilasciato al compimento dei ventun anni. Di Don Brinkhaus avevi saputo che aveva ottenuto da tempo la libert vigilata da un carcere di media sicurezza.
Percepisci l'ingiustizia della sentenza come doveva averla percepita Lionel. Il torto subito. Che per lui il mondo sia stato avvelenato, l'aria che ha dovuto respirare.
Ti chiedi se Walt Lemire e Don Brinkhaus sanno della scarcerazione di Lionel e stabilisci che s, lo sanno senz'altro. Ne saranno stati informati dalle rispettive famiglie.
Ti chiedi se vivono in zona, al momento. Se Lionel ha cercato in qualche modo di contattarli.
Probabilmente no. Perch mai?
Sei riluttante a lasciare la vecchia casa ma  ora di andare, allontanarsi. Semplicemente... girarsi, allontanarsi.
 l'ultima volta che vedrai la casa. Ne sei sicura.
Eppure, sei inquieta, trepidante - e Lionel altrettanto. Non ancora pronti a tornare alla casa di Harrison Street. No.
Vi spingete fino al fondo cieco della strada senza il bisogno di scambiarvi una parola.
Il primo deserto che hai mai conosciuto. Dove, da bambina, ti era stato vietato di giocare - Non sai mai chi ci puoi incontrare!
Ammonita da tua madre, numerose volte. Ma era un divieto difficile da far rispettare perch il fondo cieco era cos vicino, e affacciava sul fiume.
Terra di propriet municipale, mai disboscata e resa edificabile, un vasto rettangolo esteso per parecchi acri. Dietro le case di Black Rock Street a strapiombo sul fiume, una lunga striscia di terra tra le propriet private e il fiume; in corrispondenza del fondo cieco un tratto di boscaglia attraversato da un reticolo di sentieri sterrati, infestati di rovi e rose selvatiche, ortiche e sommacchi. Le sterpaglie vicino alla strada sono disseminate di rifiuti, detriti, una filigrana di foglie e giornali marci. Scheletrici resti di esseri un tempo viventi, scoiattoli, uccelli. Sorridi alla vista dei sentieri familiari che attraversano il terreno, immutati dall'ultima volta che sei stata qui.
Ne segui uno fino al fiume. Fino al ripido vertiginoso strapiombo.
 un giorno di cielo terso, il Niagara  di un blu ardesia. Scura acqua impetuosa che ribolle come se fosse viva.
Sulla sponda lontana la rupe  composta da un affioramento di argillite. Appare bagnata, scintillante. Guardando dalla finestra della stanza che dividevi con tua sorella avevi l'impressione che fosse appena piovuto, un acquazzone, e invece no, era semplicemente la luce del sole su rocce dal profilo aguzzo.
Le tue gambe, i vestiti si impigliano ai cespugli di rovi. In terra pi rifiuti di quanto ricordassi. Ciocchi di legno residui di fal, erba bruciacchiata. Bottiglie, lattine di birra. Lionel butta una lattina vuota, perch no? Con tutte quelle che ci sono gi.
Affascinante come questo sentiero sopravviva, battuto da generazioni di bambini, di adolescenti. Senza nome. Gli adulti non sanno niente di luoghi come questi, nascosti alla loro vista: lotti abbandonati, alberi caduti, detriti trascinati dai temporali, rifiuti vecchissimi, marciume.
Plastica rotta, polistirolo, i resti maciullati e arrugginiti di una bicicletta - parte di questa immondizia potrebbe essere la stessa di quando eri bambina. Chi vuoi che la porti via?
Se dovessi tornare a South Niagara, pensi. A vivere con tua madre. Prenderti cura di tua madre che ha bisogno di te. Prenderti cura di tuo fratello che ha bisogno di te. Nel tardo pomeriggio faresti una camminata fino al fondo cieco di Black Rock Street. Con il bisogno di stare da sola. Innamorata della solitudine, della malinconia.
La felicit non  affidabile. La malinconia s.
Ai tuoi piedi, un ripido strapiombo fino al letto del fiume. Perlopi calcinacci, rocce dall'aspetto aguzzo, detriti edili - frammenti di cemento, cavi arrugginiti. Se all'improvviso avessi bisogno di fuggire, stai pensando. Questa  l'unica via.
Pericolosa, insidiosa. Non scendi per questo sentiero (in parte eroso) da quindici anni.
A picco sul fiume i falchi si innalzano trasportati da correnti di aria invisibile. Planano su ali meravigliosamente spiegate. Quale eleganza, quale bellezza. Sparvieri con gli artigli squamosi, appuntiti becchi da predatore.
 possibile che Lionel abbia gi finito la seconda lattina di birra. Sta bevendo compulsivamente, con un'aria di impazienza, di rabbia. Apre la terza senza nemmeno pensare, stavolta, di offrirne un sorso alla sorella-amica.
Dicendo all'improvviso, con un'aria di stupore come se la vista dei languidi falchi gli avesse dato una scossa: Non era Jerr. Se lo chiedevano tutti. Immaginando che dovesse essere lui per forza, ma non  cos. Ero io.
Che intendi dire? sei costretta a chiedere. Anche se ti sei sentita attraversare da un brivido freddo, e sai benissimo cosa Lionel intende dire.
Quello con la mazza da baseball. Cio, quello che ha preso la mazza dopo che a Jerr era mezzo scivolata di mano. Oh, si era spaventato. Cagato addosso. Cos ho preso io la mazza, a lui le mani erano diventate di pasta frolla.  stato come se le mie mani la prendessero da lui, come se la mazza prendesse le mie mani e - credo - ho ucciso io il ragazzo nero. Credo di essere stato io. Non fu 'uccidere' esattamente, piuttosto finire qualcosa che era stato iniziato. Ma non  stato Jerr come avete pensato tutti. Come pensava anche pap. E mamma. Ingolla un grosso sorso di birra, tossisce un po', ride. Sono stato io - 'Lionel'.
Hai la pelle d'oca. La bocca tutto a un tratto  asciutta. Stai cercando di mantenere la calma.  solo conversazione, pensi. Solo qualcosa che tuo fratello sta dicendo in questo posto isolato dove non pu sentirlo nessuno. Tranne te.
Lionel ride, con quell'aria di meraviglia, incredulit. Per aver fatto questa confessione a qualcuno? Per averla fatta a te? Per aver commesso una cosa simile all'epoca? Un gesto simile? Risa come sassolini agitati in un barattolo di latta. Risa che si trasformano in un accesso di tosse.
Lionel ha tossito diverse volte da quando l'hai rivisto. Tosse aspra e dolorosa come se gli si scorticasse la gola.
Cristo! dice adesso, mestamente. Chiss se ho un cancro ai polmoni, qualcosa. A Marcy dovetti smettere di fumare dopo dodici fottuti anni, quando vietarono il fumo. Ci avevano lasciato fumare tutto quello che potevamo permetterci fino al mio ultimo anno di detenzione, dopodich bum, vietato da un giorno all'altro, come se non gliene fregasse un cazzo che potessimo impazzire tutti quanti. Oh, avremmo ucciso per una paglia.
Visto che non replichi alla sfuriata, impietrita come sei, lo sguardo fisso verso i falchi a picco sul fiume, Lionel aggiunge, con la stessa risata che aveva da ragazzo, quando scherzava con gli amici: Per una scopata o per una paglia. Avresti ucciso per l'una ma avresti ucciso sul serio per l'altra.
Ti giri rapidamente, per allontanarti da tuo fratello. Un errore!  stato un errore venire qui.
Il battito che accelera  un segnale: sarai costretta a correre.
Ma Lionel aspettava questo momento, si scaglia su di te proprio mentre cerchi la fuga, ti afferra il polso sinistro e lo torce, forte.
Dove credi di andare? Stronza spiona. Fica maledetta. Prima mi rovini la vita. Poi mi mandi a puttane la libert vigilata. La rauca voce di Lionel  amara e risentita, eppure euforica. Finalmente!
Inutile supplicarlo, sai che non servir a niente. Solo a renderlo ancora pi rabbioso.
Ti torce il polso fino a farti cadere in ginocchio dal dolore. Un dolore lancinante. Vuole forse spezzartelo, a forza di torcere? Il suo volto  livido, gonfio di sangue. L'euforia della vendetta. Dopo tutti questi anni di preparazione, finalmente sfogata, esplosiva. Lionel ti scaraventa a terra, grugnendo abbatte sulla tua schiena, sulle gambe, sulla pancia indifesa il suo pesante scarponcino. Sei sommersa dall'orrore, tuo fratello ti ammazzer a calci e lascer il tuo corpo a marcire qui tra queste sterpaglie a poche centinaia di metri da Black Rock Street...
Bam - una botta di adrenalina nel tuo cuore.
In qualche modo sei strisciata via da lui, dal forsennato scarponcino, sei riuscita a tirarti in piedi, nonostante il corpo pulsi dal dolore, e dall'incredulit per il dolore. Come un animale ferito stai scappando dal predatore, invigorita dalla paura, dal terrore. Non hai altra scelta che prendere il malsicuro sentiero verso il fiume, il sentiero parzialmente eroso, un sentiero da incubo attraversato da radici scoperte simili a nervi disseccati, non hai altra scelta che scendere sdrucciolando questo sentiero, verso il letto del fiume, perch il tuo furibondo fratello blocca il passo in direzione della strada e le sterpaglie sono troppe fitte perch tu possa raggiungerla seguendo una qualsiasi altra via.
Lionel ti sta urlando dietro ma non ti segue - non lungo il ripido sentiero. Non si fida delle sue gambe, della sua coordinazione. Dei suoi occhi.
Esasperato, raccoglie da terra qualcosa da tirarti come farebbe un bambino dispettoso - una zolla di fango secco.
Ti ammazzo. Ti massacro. Troia! Topaccio!
Tu continui la discesa, a volte lasciandoti scivolare sul sedere per paura di perdere l'equilibrio e precipitare. Ci sono almeno dieci metri di strapiombo fino al fiume. Cerchi di ragionare lucidamente, di ricordare dov' quella biforcazione nel sentiero che lungo una parete coperta di rovi risale fino alla striscia di terra dietro la vecchia casa. Se dovessi farcela - se il sentiero non si sbriciola nel fiume, o se non precipiti - potresti forse metterti in salvo sgattaiolando tra una casa e l'altra. Non ci sono steccati a dividere le varie propriet. Anche se Lionel dovesse inseguirti, hai la possibilit di sfuggirgli.
Ma sono passati anni, questo tratto di sentiero  stato letteralmente inghiottito dalle erbacce. Le loro spine ti strappano i vestiti e la pelle, stai sanguinando da una decina di piccoli tagli. Boccheggi, sudi. Ora anche uno sgradevole odore chimico, come di azoto.
Ricordi: l'odore del fiume, sotto il ponte di Lock Street. Acqua scura simile a serpenti di dieci metri. Sei nauseata, ti viene da vomitare. Come se la terra stesse cedendo sotto di te, rischi di perdere l'equilibrio, di precipitare sul letto roccioso del fiume...
Ma ecco, all'improvviso - la biforcazione nel sentiero. Nascosta dalla vegetazione, ma l'hai trovata. Ti arrampichi a fatica, con le mani e le ginocchia. Afferrando disperatamente radici scoperte, cespugli - ti trascini avanti.
Intanto il tuo furente fratello ha smesso di gridare. Oppure sei abbastanza lontana da non riuscire a sentirlo.  l'adrenalina a sospingerti, in un delirio di terrore prossimo all'esaltazione, sei invasa da una tale certezza - ma anche dalla rabbia, dal furore. Per essere stata ingannata fino a questo punto, cieca fino a questo punto - tuo fratello aveva in mente di aggredirti fin dal primo momento e tu non te n'eri accorta.
Volevi perdonarlo. Amarlo. Prenderti cura di lui. Volevi essere perdonata. Come hai potuto!

La sorella in colpa.

Oh, Violet... Davvero?
Hai detto a Katie che hai appena ricevuto una telefonata da un amico a Mohawk e devi ripartire oggi stesso.
Anzi, entro un'ora. Nonostante sia gi tardo pomeriggio e ti aspettino diverse ore di guida notturna in autostrada.
Katie ti guarda perplessa. Chiaramente  molto sorpresa, e dispiaciuta. Proprio quando avevamo ricominciato a essere sorelle! Violet  sempre stata cos - imprevedibile. Inaffidabile.
Ti scruta in volto, sperando di non vedere quello che teme di vedere, quello che le stai nascondendo, qualsiasi cosa sia.
(Anche se tu glielo racconterai, che cosa  successo, tra un paio di giorni. Quando ti sarai ripresa e ti sentirai di poter parlare al telefono con calma, in maniera convincente.)
Sei riuscita a lavarti la faccia sporca di terra, rapidamente, subito dopo essere entrata in casa. Ringraziando che Lionel non ti avesse fatto uscire il sangue dal naso, non ti avesse lasciato un occhio nero. Stringendo i denti dal dolore, perch sono stati violenti i calci che ti ha sferrato alla schiena, ai reni, alle gambe, ampi lividi giallastri stanno per sbocciare sulla parte inferiore del tuo corpo fortunatamente nascosta sotto i vestiti dove Katie, tanto, non potr vederli.
I palmi delle mani graffiati, sanguinanti. Come hai fatto a trascinarti su per la scoscesa parete, con la forza della disperazione... Scuoti la testa. No, non  qualcosa che vorrai ricordare se potrai evitarlo.
Le mani, che hai lavato col sapone, bruciano ancora, tremano ancora in maniera evidente. Riesci a rifare la piccola valigia che avevi appena disfatto. Troppo pensierosa per aiutarti, Katie ti guarda dalla porta della stanza.
E alla mamma, Violet? Che cosa devo dire?
Dille che sono viva per miracolo.
Dille che le voglio bene. La chiamer, mi terr in contatto. Torner a trovarla, presto. Un giorno.
Non vuoi pensare Ma tanto non mi riconoscer, non si ricorder di me. Mamma si  gi dimenticata di me.
Pensavamo che ti saresti fermata almeno una settimana, Violet. Ci sono parenti che vogliono rivederti e... Katie lascia la frase in sospeso, non vuole dare l'idea che sia un rimprovero. Anche se s, tua sorella  arrabbiata con te. Per l'ennesima volta.
Stai pensando I parenti. Ma perch questi parenti non si sono mai scomodati a contattarti, men che meno vederti, per tredici anni?
Chi  questo amico che ti ha chiamata, Violet? Katie sembra scettica.
Un amico. Non lo conosci.
Ovviamente. Non conosci nessuno nella mia vita.
Mi far sentire, Katie. Torner, te lo prometto.
Certo, come no! Non si trattiene, Katie  la sorella maggiore. E tu-
Violet Rue.
Ma poi Katie si scuote, ti aiuta a finire la valigia. Nonostante sia rimasto poco da impacchettare, hai portato davvero quattro cose. Ti dice che sarebbe molto meglio prendere la macchina domattina, con la luce del sole, quando non sarai cos turbata...
A questo non rispondi. Katie non sa affatto quanto sei turbata.
E Lionel? Katie non lo ha chiesto.
Di conseguenza ti domanderai: Lo sa? Quanto sa? Rassicuri te stessa: Katie non poteva immaginare quanto fosse pericoloso tuo fratello, altrimenti non avrebbe organizzato un incontro a quattrocchi con lui.
Nostro fratello  un assassino. Non  la persona che vuoi credere che sia.
Oh, Violet. Sono- sono desolata... Perdonami.
Ehi. Perdonami tu.
Katie comincia a piangere. Abbracci tua sorella, premi il viso bollente contro il suo collo. Tante le cose da dirle. Ma non adesso, no. Adesso non  il momento.

Howard Street.

Guidi lungo la scarsamente abitata Delahunt Road. Stai lasciando South Niagara, per andare a prendere l'autostrada in direzione est.
Stazione di servizio, ristorante fast-food, concessionaria di auto, i resti di un parcheggio per case mobili, campi incolti. Una strada disseminata di buche, con l'ampia banchina dissestata che (ricordi) Hadrian Johnson stava percorrendo in bicicletta quando tuo fratello Jerome Jr. lo speron con la macchina...
A che altezza di preciso, non lo sai. Forse non lo hai mai saputo.
Amsterdam Street, dove viveva la nonna di Hadrian. Howard Street, dove viveva - vive? - la madre di Hadrian, Ethel Johnson.
Lungo la Delahunt in direzione nord, alla ricerca di Howard Street. Eri convinta che fosse da queste parti, una traversa della Delahunt, ma i cartelli con i nomi delle strade non ti dicono niente, alcuni non sono nemmeno indicati... Non sai cosa fare perch hai superato almeno due strade (sterrate) prive del cartello, ciascuna delle quali poteva essere Howard Street.  una zona di South Niagara che non conosci, a chilometri di distanza da Black Rock Street e dal fiume Niagara - Qui ci vivono i neri.
Come, cautamente, avrebbe potuto dire tua madre. O tuo padre.
Uno qualsiasi dei Kerrigan. Una qualsiasi delle persone che conoscevi.
Ma non tuo nonno Kerrigan, lui avrebbe usato termini pi volgari...
La cosa migliore potrebbe essere proseguire ancora un po' e, se non dovessi vedere il cartello di Howard Street, fare inversione. Tanto non c' molto traffico lungo la Delahunt a quest'ora del giorno.
Finalmente vedi il cartello di Howard Street - credi di vedere. Invece, pi da vicino, leggi Powell.
Arrivata al confine cittadino fai inversione, torni indietro. Ma nemmeno stavolta hai migliore fortuna. La Civic  un'utilitaria, non ha il navigatore. Il tuo cellulare  un modello rudimentale - fa giusto da telefono. Sei riluttante a svoltare in una di queste strade dove casette tipo bungalow sorgono al centro di lotti sorprendentemente grandi, alla periferia della citt.
Nel cielo a occidente il sole sta colando oltre l'orizzonte, un rosso-arancio chiaro che lentamente, poi rapidamente, scompare dietro le colline. Crepuscolo.
Non il momento ideale per affrontare in macchina una qualsiasi distanza. Come Katie ti aveva avvertita.
Lungo questo tratto di Delahunt Road non sembra esserci illuminazione. Nelle stradine laterali non sei sicura.
Un minimarket, all'angolo. Potresti entrare, chiedere di Howard Street.
Invece tentenni, prosegui. E adesso una stazione di servizio - aperta? No?  troppo tardi quando vedi che  aperta, nonostante l'interno sia illuminato fiocamente...
Alla fine noti un cartello - Howard.
Non c' da stupirsi che non l'avessi visto prima, il cartello  tutto storto.
E adesso, avanzi a passo d'uomo lungo Howard Street. Isolati di piccole case dalla struttura in legno. La strada  asfaltata ma piena di buche. I veicoli parcheggiati su entrambi i lati rendono difficoltosa la guida. Senza illuminazione i numeri civici sono indistinti. E non tutte le case sembrano avere il civico. Aguzzi la vista per distinguere le cifre sulle cassette delle lettere. Accanto alle porte. Quarantaquattro? Ottantotto?
 tardi, avresti dovuto venirci prima. Avresti dovuto venirci ieri. Ancora scossa dall'aggressione di tuo fratello, non ragioni con lucidit. Non vedi con lucidit.
Cominci ad avere un po' di panico. Non hai idea di dove ti trovi.
Ma s, lo sai dove ti trovi. Solo non hai idea di dove si trovi la casa di Ethel Johnson.
Ti stai avvicinando a una zona pi popolata. Gli ampi cortili incolti sono stati sostituiti da schiere di case di arenaria costruite a ridosso del marciapiede. Sul marciapiede bidoni dell'immondizia. Veicoli parcheggiati uno in fila all'altro.
Sei delusa, a lungo hai immaginato la casa di Hadrian Johnson come una villetta. Hai immaginato Ethel Johnson, che avevi visto in tv, per la quale provavi grande simpatia, vivere in una casa per conto suo. Magari con un giardino di malvoni, rose selvatiche rampicanti, campanule. L'hai immaginata ricevere i biglietti di buon San Valentino che le spedivi, perplessa ma sorridente mentre apriva la grossa busta, esaminava il biglietto evidentemente fatto a mano, con cura, tenerezza...
Ti fermi davanti a una delle case a schiera. Ma la cifra accanto alla porta si rivela essere ventuno, non ventinove...
Un colpetto sul finestrino del passeggero ti fa sobbalzare dallo spavento. Abbassi il finestrino, una giovane donna sbircia dentro, ti chiede qualcosa, forse un Posso aiutarti?
Le spieghi che stai cercando Ethel Johnson. Che vive, o viveva, al ventinove di Howard Street.
La donna non ti sente, devi ripetere la domanda. Nella tua flebile voce c' un tono di speranza. Di scuse.
Stai parlando con questa sconosciuta avvolta nella tua pelle bianca. Certo che ti scusi,  un tic come quello di tuo fratello che termina ogni frase con ok.
Comincia a farti male la mascella, parlare con voce normale  doloroso. Ti fanno male anche gli occhi, la vista  appannata in entrambi.
La giovane donna non sa aiutarti, a quanto pare. Non sa dove pu essere il ventinove di Howard Street, a meno che non abbia sentito male quello che hai detto.
A fatica riesci a fare inversione nella stradina e a tornare verso Delahunt Road, lentamente, chinandoti sul volante, sbirciando i numeri delle case. I fari delle macchine che incroci sono accecanti.  troppo tardi! Troppo buio! Che pessima idea  stata. Freni, fai retromarcia per lasciar passare una macchina che arriva in direzione opposta, con esasperante lentezza.
Sperando che non ti graffi la fiancata. Perch potevi risparmiartelo, di venire in Howard Street.
L'inutilit della ricerca ti sommerge come acqua sporca. Non condividerai mai con Tyrell Jones il senso di questa ingenua sortita.
Finalmente! Su uno degli stretti arcigni edifici di arenaria costruiti a poche decine di centimetri dal marciapiede c' la cifra ventinove. Con tuo disappunto la casa  buia.
Oh. Maledizione.
Scendi lo stesso dalla macchina. Bussi alla porta. Come se potessi indurre chiunque ci sia all'interno, nascosto nell'oscurit, a palesarsi.
Nel resto dell'isolato le case emanano un bagliore di luci calde, vite misteriose. Musica ritmata. Briose voci televisive. Altri fari che avanzano a fatica lungo la strada.
Un'automobilista, dopo aver parcheggiato la macchina in un vialetto poco lontano, ti vede sui gradini della casa e si avvicina. Nella confusione del momento pensi che potrebbe essere l'affabile signora del Greyhound, la donna che ti aveva commossa con la sua premura nei tuoi riguardi, poi per ti ricordi che Sarabeth viveva a Port Oriskany. Questa donna non la conosci,  molto pi giovane di Sarabeth e non sorride come sorriderebbe Sarabeth.
Signora? Hai l'aria persa, posso aiutarti?
S, grazie! Sto cercando Ethel Johnson.
Chi?
Mrs. Johnson. Ethel. Viveva qui... Al ventinove di Howard Street.
Sorridi cos forte che ti fa male la faccia. La donna ti fissa, aggrotta la fronte.
Tu ripeti la tua imbarazzata richiesta. Valuti se pronunciare il nome Hadrian Johnson - decidi di no.
Cortesemente la donna ti chiede se sei una della- (non riesci a decifrare la parola, forse un nome proprio). Non credo. No, le rispondi.
Non hai idea di come presentarti. Nessunissima idea del perch ti trovi qui in questo quartiere del quale non sai niente e dove nessuno ti conosce. Hai un mal di testa martellante, le ginocchia che tremano. Non riesci - davvero - a metabolizzare che cosa significhi che proprio oggi sei stata picchiata, presa a calci. Insultata. E se dovessi incontrare la madre di Hadrian Johnson, Ethel, che cosa mai potresti dirle?
Tutti quei messaggi che hai scritto per lei e poi buttato. Forse  la cosa migliore, scrivere e buttare. Il tuo desiderio, il tuo inesprimibile anelito. Forse  la cosa migliore, risparmiare alla madre del ragazzo ucciso un ricordo del suo lutto, dopo tutti questi anni.
La donna ripete la domanda chiedendoti se sei una della famiglia dove Mrs. Johnson lavora e stavolta capisci: la tua pelle bianca segnala che non stai cercando un'amica ma qualcuno che lavora per te, una donna delle pulizie magari.
Non un'amica, ma una dipendente. Provi un'ondata di vergogna, la donna ti ha giudicata dal colore della pelle.
Ovviamente  un'ipotesi ragionevole. Te ne rendi conto.
Spieghi alla donna che no, non sei una di quella famiglia. La ringrazi e le dici che tornerai un'altra volta a trovare Mrs. Johnson. N-Niente di importante, era- solo un saluto.
Torni alla macchina, hai lasciato le chiavi nel quadro e il motore acceso. Per mancanza di lucidit. Attenta, niente di pi facile che fare un incidente, in un tale stato.
Dietro di te sul marciapiede la donna resta a guardarti mentre ti allontani.  stata pi incuriosita che sospettosa nei tuoi confronti. Non  stata fredda- esattamente. Nello specchietto retrovisore vedi la sua sagoma che rimpicciolisce fino a dissolversi nel buio di Howard Street, mentre tu riprendi Delahunt Road dove ci sono alti lampioni e puoi respirare pi a fondo.
La prossima volta che verrai a South Niagara farai le cose meglio, te lo riprometti. Busserai alla porta di Ethel Johnson con la luce del sole e ti presenterai.
Solo un saluto.

Casa.

Al volante della Civic, direzione est verso l'autostrada. Sorretta da ondate di sollievo cos intense che somigliano alla felicit.
Finalmente torni a Mohawk. A casa.
La notte non  il momento ideale per iniziare un viaggio di diverse ore da sola ma hai fretta di scappare da South Niagara. Qui senti l'aria opprimente, fatichi a respirare. In questa citt sei arrivata a tanto cos da essere uccisa, tramortita a forza di calci. E forse, come gesto di saluto, tuo fratello ti avrebbe messo il piede sulla gola mentre eri a terra inerme, per poi premere, stritolare, esattamente come qualcuno aveva fatto con lui.
La gioia di zittire qualcuno, per sempre! Non hai mai provato una gioia simile ma hai finito per comprenderla, negli altri.
 vero, come hai promesso a tua sorella, che tornerai a South Niagara, presto? Per vedere lei, vedere tua madre? Per vedere dove  sepolto tuo padre nel collinoso cimitero dietro la chiesa di San Matteo?
No. Non tornerai mai pi.
Ma- s. Forse.
Mai dire mai. Era un'espressione ricorrente di tuo padre, tipo La ruota gira. Un vecchio adagio del mondo della boxe, pensi.
Sul serio vuoi vedere Katie. Sul serio vuoi vedere tua madre... Non sei altrettanto sicura di voler visitare il cimitero, a pensarci bene. Lui non ti ha mai perdonata, non aveva alcuna intenzione di perdonarti, era la sua prerogativa.
Invece s, ti piacerebbe tanto guidare lungo Howard Street, con la luce del sole.
All'imbocco dell'autostrada ti fermi per chiamare Tyrell Jones sul cellulare.
Una stretta di panico, il telefono potrebbe avere la batteria scarica. O peggio... non c' pi il numero.
Il rapporto con Tyrell Jones ti  misterioso, tanto  plasmato da inesprimibile anelito, silenzi ed ellissi - nei momenti di incertezza ti chiedi se  reale e non un sogno. Ti chiedi se, lontano da te, Tyrell Jones prova le tue stesse sensazioni.
Il bisogno che hai di lui. La fame.
La stessa che quello sputo di cane ha di te. Inutile nasconderlo.
Senti il telefono che squilla all'altro capo. Ti mordi le labbra per l'angoscia che la chiamata possa non avere risposta...
Vedr il tuo numero.  prerogativa dell'uomo, rispondere o non rispondere.
Poi, senti la voce di Tyrell. Per un attimo non riesci a parlare, c' una morsa che ti stringe il petto.
Violet? Ehi. Ciao.
Ciao.
Dove sei? Come va? la voce di Tyrell  nitida e risoluta.  sempre una sorpresa per te, sentire questa voce adulta al telefono, cos diversa dalla tua, incerta.
Gli spieghi che la visita non  andata come speravi e che stai tornando a Mohawk prima del previsto. Parli rapidamente, sbrigativamente abbastanza perch Tyrell non ti chieda come mai.
Non gli hai raccontato molto del tuo passato. Tutto quello che Tyrell sa dei Kerrigan ha poco a che fare con te. Lui non ti ha mai chiesto della tua famiglia. Non ti ha mai chiesto dei tuoi (famigerati) fratelli. Non pu avere idea che uno di loro sia uscito dal carcere, figurarsi che questo fratello viva con tua madre e ci fosse la possibilit che lo incontrassi.
Tyrell ti chiede a che ora pensi di essere a casa e tu glielo dici - speri prima di mezzanotte.
Ti aspetter alzato ovviamente. Sta andando a comprare cibo cinese da asporto, prender qualcosa anche per te.
Sei vicina al cedimento. Vicina alle lacrime. Senti che il collo ti fa male, come se qualcuno ti avesse sferrato un calcio proprio l. Ti amo. Perdonami. Tutti noi - perdonaci.
Una tale dichiarazione servirebbe solo a mettere Tyrell in imbarazzo. Non potrebbe rispondere in alcun modo.
Vedendo come ti guarda certe volte, con quale divertito affetto, sospetti che Tyrell possa capirti come non hai mai osato immaginare di essere capita da qualcuno. Come se fossi davanti a lui nuda, ma nell'illusione di essere completamente vestita.
Tyrell, dopo tutto,  riuscito a diventare un insegnante di economia.  molto cambiato rispetto al timido alunno che si impappinava terrorizzato dal diavolo bianco professore di matematica. Ha brillantemente trionfato su quel diavolo, e ha voltato pagina. Astuto, scaltro, se  di vendetta che Tyrell Jones ha bisogno, questa  la vendetta perfetta: la conoscenza. Non l'emozione, non il capriccio del desiderio, o la gioia estatica della violenza, ma la conoscenza, e il potere che alla conoscenza si accompagna.
Adesso tocca a te voltare pagina. Abbandonare la tua vecchia vita ferita, il perverso orgoglio per il tuo volto segnato.
Hai perso il filo di quello che stavi dicendo. Questa frettolosa conversazione notturna a bordo della tua macchina, vicino all'imbocco dell'autostrada, mentre una successione di fari scivola su di te come increspature nell'acqua,  domestica, pragmatica. S, prima di mezzanotte. Se va tutto bene. E s, il cibo cinese  perfetto. Sei stremata di gratitudine. Sei vicina alle lacrime. Tyrell, protettivo per istinto,  lesto ad assicurarti che  una magnifica notizia, sapere che torni a casa prima del previsto - Brindle non sta nella pelle.
...
.
...
FINE.